L’hanno chiamata Comune accordo la maxinchiesta giudiziaria durata un anno e mezzo che stamane ha disvelato nomi e ruoli del presunto affollato comitato d’affari che presiedeva l’intero sistema degli appalti pubblici nell’ex Comune di Corigliano Calabro, oggi fuso nella Città unica di Corigliano Rossano. Mesi d’intercettazioni telefoniche ed ambientali all’interno degli uffici sospetti di Palazzo Garopoli, il palazzo municipale coriglianese, hanno consentito al procuratore di Castrovillari Eugenio Facciolla, il quale s’è avvalso dell’intensa ed efficace attività info-investigativa della Guardia di finanza del Gruppo di Sibari, della sottoposta Compagnia di Rossano e della Tenenza di Corigliano

nella tarda mattinata odierna di presentarsi in conferenza stampa per illustrarne le risultanze, sulla scorta d’una ordinanza applicativa di 40 misure cautelari accordategli dal giudice per le indagini preliminari castrovillarese Luca Colitta e che vede coinvolti nomi eccellentissimi nell’ambito della stessa inchiesta che nel complesso vede 55 indagati. Si tratta infatti d’imprenditori, professionisti e pubblici funzionari dipendenti dell’attuale Comune di Corigliano Rossano.

Associazione a delinquere finalizzata alla turbativa d’asta, frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico, abuso d’ufficio e corruzione sono il rosario delle accuse che pendono a vario titolo sulle loro teste. Dai loro nomi e dai loro volti emerge quello che gl’inquirenti hanno definito un “cartello criminale” di società ed imprese che avrebbe condizionato le procedure di gara d’aggiudicazione ed esecuzione, beneficiando dell’atteggiamento compiacente e colluso dei pubblici funzionari coinvolti.

Un sospetto, in tal senso, l’aveva avuto pure l’ex sindaco Giuseppe Geraci. L’hanno detto in conferenza stampa sia Facciolla che il procuratore generale presso la Corte d’appello di Catanzaro Otello Lupacchini, anch’egli presente stamane, in riferimento ad un benchè generico esposto che l’ex primo cittadino aveva formalizzato in Prefettura a Cosenza, indirizzato all’ex prefetto Gianfranco Tomao, il quale l’aveva subito trasmesso a Facciolla. Il quale stava comunque già lavorando sull’inchiesta.

Ad ogni modo, uno degli assessori della giunta retta da Geraci, Raffaele Granata - il quale deteneva proprio la delega ai Lavori pubblici - nelle maglie dell’inchiesta v’è finito. Una presunta associazione a delinquere, dunque, tra imprenditori operanti nel settore dei pubblici appalti, il cui fine sarebbe stato quello di turbare sistematicamente le gare indette dall’ex Comune. Il cartello di ditte e società, una volta indetta una gara d’appalto, secondo le accuse presentava molteplici offerte, diversificando il ribasso entro una forbice di valori concordata e tale da garantire il massimo delle possibilità di vincita in danno degli altri concorrenti. Dalle indagini sarebbe emerso che una volta aggiudicata la gara, l’esecuzione dei lavori veniva affidata alle imprese del cartello attraverso subappalti non autorizzati, mentre l’impresa aggiudicataria, a prescindere dall’esecuzione diretta dei lavori, riceveva il 5% del valore dell’appalto aggiudicato mediante falsi servizi o scambi di beni e quindi con false fatture.

La documentazione relativa alla partecipazione delle ditte appartenenti al cartello veniva predisposta – così hanno spiegato Facciolla e gli ufficiali della Guardia di finanza presenti alla conferenza stampa - da un unico centro decisionale appositamente creato dagl’imprenditori, proprio con la funzione di raccordo e coordinamento. I pubblici funzionari partecipi al sodalizio avrebbero omesso sistematicamente la vigilanza e il controllo sulle procedure d’aggiudicazione ed esecuzione dei lavori, e sarebbero intervenuti sistematicamente nell’avvalorare varianti illegittime e false perizie. In particolare avrebbero omesso la verifica della legittima cessione e la presenza dei requisiti di qualificazione e d’ordine tecnico-organizzativo nei casi di subappalto dell’esecuzione delle opere, la segnalazione delle irregolarità ai rispettivi uffici e responsabili dei procedimenti, la veridicità delle dichiarazioni delle autocertificazioni presentate, e, più in generale, avrebbero omesso di svolgere le attività di competenza dei loro uffici.

Sarebbero così stati “concertati” affidamenti diretti illegittimi, violazioni ai principi di rotazione e trasparenza, fino ad arrivare ad escludere partecipanti alle gare evidenziando violazioni formali nella presentazione delle domande. In alcuni casi gli stessi funzionari comunali avrebbero proposto e consentito l’introduzione di nuovi lavori con la previsione di nuovi prezzi delle forniture dei servizi, approvando, senza averne la competenza, varianti ai lavori aggiudicati e modificando sostanzialmente i bandi di gara. L’omesso controllo e l’illegittima autorizzazione di varianti progettuali, la falsa attestazione della continuità del cantiere e quindi dei lavori, le false o compiacenti perizie, avrebbero determinato l’incremento dei costi delle opere pubbliche. Realizzate, in alcuni casi, con materiali differenti e più economici rispetto a quelli previsti dal capitolato d’appalto. Condotte di frode nelle pubbliche forniture che si sarebbero realizzate attraverso il concordato aumento del prezzo degli arredi urbani fino ad arrivare ad oltre cinque volte il reale valore.

Emblematico il caso di Piazza Giovanni Paolo II, la cosiddetta “piazza salotto” al centro dello Scalo di Corigliano, dove le 42 panchine, del valore commerciale reale di 860 euro cadauna, sono state pagate dall’ex Comune di Corigliano Calabro ben 3700 euro ognuna. Non solo. Già, perché nella stessa piazza, la pavimentazione che doveva avere secondo il progetto un certo spessore, alla prova delle indagini è risultata di spessore ben inferiore. E sempre nella stessa piazza, uno degl’imprenditori indagati avrebbe praticamente fatto sparire una strada pubblica - Via Vittorio Alfieri – per fare posto ad una propria imponente e recente costruzione, oggetto di grande speculazione edilizia considerata la pure  recente nuova urbanizzazione della stessa pubblica piazza. Numerosi i lavori pubblici finiti tra le maglie della maxinchiesta: tra questi quelli per il lungomare di Schiavonea, per i loculi del cimitero, per le condotte idriche, per i lavori di manutenzione contro il rischio idrogeologico, per il rattoppo delle buche stradali e la bitumazione di numerose strade tra cui Via Nazionale dove un anno fa morì un adolescente caduto dalla bicicletta a causa d'una buca e per la cui tragica morte è in corso un'altra inchiesta giudiziaria.

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