Scrivono, anzi si scrivono, due giganti della politica: Stefano Mascaro sindaco di Rossano e Giuseppe Geraci suo collega di Corigliano Calabro. Il primo a prendere carta, penna e calamaio è Mascaro, per un’assai prolissa epistola aperta, ma per gli umani incomprensibile

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Unico ad averla capita, forse, Geraci. Il quale, carta, penna e calamaio alla mano, gli risponde con struggente passione

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Oggetto apparente dell’epistolario in stile Harmony casereccio la legiferata fusione istituzionale tra i due (ancora per poco più d’un mese) comuni dagli stessi amministrati nella cornice dell’attuale campagna elettorale che tra dieci giorni vedrà rinnovarsi la Camera dei Deputati, il Senato della Repubblica, e, probabilmente, pure il Governo. Già, ma che c’entrano con tutto ciò Mascaro e Geraci? Il (loro) guaio è che non c’entrano proprio nulla. Alzi la mano chi sa o magari immagina soltanto per quale partito o candidato possa votare Mascaro dopo che il suo mentore è stato trombato da ogni candidatura benché cercata a destra come a manca. E – soprattutto – dopo essersi insistentemente ed inutilmente autoproposto quale assessore regionale al turismo della giunta di Mario Oliverio col fine recondito futuro di proporsi a fare il sindaco di Corigliano Rossano. Sì, perché sarebbe proprio quest’ultimo il retroscena della lunga fuffa mascariana delle ultime ore. Mentre Geraci sembra più scontato: pare, infatti, stia facendo campagna elettorale per un programma di governo d’interesse mondiale, altro che nazionale: illuminare la cupola della chiesa di Sant’Antonio.

Nella giornata di ieri su Corigliano Calabro il clima era di pioggia, e, lungo Via Nazionale principale arteria stradale del paese, è bastato il rialzamento d’un tombino per fare sgorgare e scorrere a fiume l’ubertosa merda che con ogni probabilità, consciamente o inconsciamente, ha ispirato l’odierno epistolario.

Mascaro e Geraci, due sindaci trovatisi lì grazie all’inesistenza di partiti e politica sul territorio, senza alcun riferimento tra quanti altrove hanno il potere di fare e di disfare sul territorio, oggi piangono solo e soltanto loro stessi. Ma non l’ammetteranno mai neppure a loro stessi. Sulla fusione dei due “loro” (fino al prossimo 31 marzo) comuni, siano entrambi fiduciosi: se non sono stati capaci loro a riempire di contenuti la nuova città, sperino pure loro possa esserlo il loro successore da qui a un anno o giù di lì. Amen.     

 

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