Ricordo che, studente universitario a Roma alla metà degli anni ’70, uscì nelle sale cinematografiche il film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” accompagnato dal clamore dell’assegnazione di ben 5 premi Oscar, tra cui quello di miglior attore a Jack Nicholson. Non erano tempi in cui le cose potevano declinarsi con superficialità e così, prima di assistere alla proiezione in compagnia ed essere preparato e pronto ad affrontare qualsiasi discussione, usai l’accortezza di assumere informazioni sul significato del curioso titolo.

All’epoca non c’era Internet e, per avere una traccia da seguire, dovetti affidarmi, come spesso accadeva, alle recensioni sui giornali, quindi su Paese Sera quella del critico Callisto Cosulich, il mio preferito. Appresi così che il grande regista Milos Forman aveva curato la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo dello scrittore Ken Kesey; e che in un certo gergo statunitense l’espressione “nido del cuculo” stava ad indicare il manicomio, luogo in cui effettivamente è ambientato il romanzo e, quindi, il film. Il film suscitò attenzione anche perché in quegli anni in Italia era vivo il dibattitto sulla chiusura dei manicomi come luoghi di sofferenza, che di lì a poco avrebbe trovato il suo sbocco con l’emanazione della legge che porta il nome di Basaglia, lo psichiatra che più di ogni altro si era battuto per quella causa. La parola cuculo, invece, l’avevo già incrociata a scuola, nella lettura di passi di grandi poeti della nostra letteratura, col dubbio comune a molti sulla sua pronuncia: corretta con l’accento sulla seconda “u”, ma poi retratto sulla prima per evitare l’omofonia con un’ altra parola indicante una parte del corpo, suscettibile di creare imbarazzo. Perciò io la scrivo senza nessun accento, lasciando ad ognuno la libertà di pronunciarla come meglio crede. La parola denomina uno strano uccello, un parassita che non cova le proprie uova ma le abbandona nel nido altrui per poi migrare a svernare. Gli uccelli padroni dei nidi ospitanti vengono così ingannati e, del tutto inconsapevolmente, finiscono per occuparsi del nascituro altrui dopo la schiusa. Per di più, venendo alla luce prima degli altri, esso provvede anche a sbarazzarsi delle uova che trova, facendole cadere dal nido con mirati movimenti. Insomma – al netto delle ragioni della Natura sempre meritevoli di indagine – verrebbe da dire che siamo di fronte ad un vil pennuto. Ah, dimenticavo. Nel linguaggio corrente e popolare si è soliti dare l’appellativo di cuculo a chi è ritenuto sciocco ed incapace. Questi ricordi e flash sono riaffiorati e mi sono venuti in soccorso per una lettura metaforica della realtà di oggi, nella sua complessità.

 

 

La Politica, in particolare, da un bel po’ è in crisi ed invero non solo in Italia. Certamente lo è perché non riesce a dare risposte ai problemi della gente e si rivela incapace di offrire una speranza per il futuro, in un mondo che cambia velocemente senza dare riconoscibili coordinate utili per uscirne. A volte si ha la sensazione di essere in una gabbia di matti, come spesso chiosano i comuni cittadini assistendo a spettacoli inverecondi. Un problema collaterale è che sono venuti restringendosi i luoghi di discussione della Politica e si sono degradati quelli del dibattito istituzionale. Luoghi che debbono essere recuperati e magari integrati, ma non certo sostituiti, dalla comunicazione sulla rete, tanto diffusiva quanto evanescente. Un quadro instabile e confuso, privo di regole, rende vulnerabili quei luoghi, sempre più spesso simili a nidi violati dal cuculo: l’usurpatore, il parassita riesce ad insinuarsi, ad ingannare, lanciando e lasciando idee false, ingannevoli e mai costruttive, mutuando dal pennuto anche il tipico fastidioso verso.

 

Ma, come fare con una Politica che non solo non riesce a riaffermare il suo primato ma declina continuamente i propri limiti? Eppure un rilancio è necessario, in forme nuove capaci di attrarre l’impegno di persone giovani e meno giovani, vogliose ma anche serie e competenti,  disponibili a tradurre in servizio per gli altri sia  l’entusiasmo  che le robuste esperienze maturate, specie lavorative, quelle che forgiano e pongono in sintonia con la realtà vera. Mettendo al bando improvvisazione e superficialità, finte conoscenze e pensiero debole. Il processo da avviare è soprattutto culturale e di lunga lena, perché di fronte c’è la rottura del patto tra elites e blocco sociale, aggravata da un diffuso analfabetismo funzionale, che ha messo in crisi anche le democrazie più consolidate. Solo così si riuscirà ad invertire il processo degenerativo, volando sul nido del cuculo, come nella metafora del romanzo e del film, per neutralizzare il parassita, il falso profeta. Per l’intanto potrebbe tornare utile ed attuale l’appello sturziano ai liberi e forti, di cui si celebra il centenario in questi giorni; raccomandando, finchè il percorso non sarà compiuto, di stare attenti al cuculo.

*Avvocato, già assessore comunale di Rossano

 

 

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