Secondo l’accusa “sognavano” d’uccidere un boss locale oltre a detenere da tempo il monopolio nello spaccio delle sostanze stupefacenti che circolavano nella “piazza” della popolosa frazione marina di Schiavonea, a Corigliano-Rossano, e nei suoi dintorni. Perciò erano stati arrestati dai carabinieri della Compagnia coriglianese, che il 5 ottobre dello scorso anno avevano effettuato un blitz “mirato” in contrada Fabrizio, a un tiro di schioppo da Schiavonea, dove i presunti spacciatori risiedono. Lo scorso mese nei loro confronti erano arrivate le condanne di primo grado da parte del Tribunale di Castrovillari, e contro la sentenza era stato preannunciato ricorso alla Corte d’appello di Catanzaro.

Si tratta di Giovanni Chiaradia di 52 anni, del fratello Piero Francesco Chiaradia di 46, di Marco Bonafede di 27, e del fratello Salvatore Bonafede di 35. I fratelli Bonafede sono ai domiciliari dallo scorso mese di marzo, così come Piero Francesco Chiaradia che dallo scorso mese di novembre è passato pure dal carcere ai domiciliari: l’uomo nel 2010 era stato coinvolto pure nella maxinchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro denominata “Santa Tecla”, per associazione a delinquere finalizzata al narcotraffico. Mercoledì scorso è stato scarcerato ed assegnato agli arresti domiciliari il fratello Giovanni Chiaradia, ritenuto dall’accusa il “capo” del quartetto e pure lui già coinvolto in una maxinchiesta della Dda, quella che fu denominata “Corinan”, per associazione a delinquere di stampo mafioso ed estorsione aggravata dal metodo mafioso. Giovanni Chiaradia, come gli altri tre, è stato difeso dall’avvocato Pasquale Di Iacovo del locale foro di Castrovillari, il quale aveva presentato apposita istanza di scarcerazione, poi accolta dal giudice. Giovanni Chiaradia già nel maggio del 2018 era stato arrestato dopo un rocambolesco inseguimento perchè in possesso d’una pistola col colpo in canna. E le successive indagini dei carabinieri nei confronti dell’intero gruppo erano scattate proprio dopo quell’arresto. Nella circostanza, Chiaradia aveva tentato tra le vie dello Scalo coriglianese una pericolosa fuga con la propria autovettura, ma alla fine era stato fermato per finire in manette. Partendo dall’arresto del 52enne, era stato approfondito il contesto nel quale operava l’intero quartetto attraverso attività d’intercettazioni telefoniche e riprese video effettuate da telecamere montate nei pressi delle abitazioni degli stessi in contrada Fabrizio, oltre ai riscontri compiuti nell’ambito di numerosi servizi d’osservazione e pedinamento.

 

L’avvocato Pasquale Di Iacovo difende l’intero quartetto 

 

L’attività investigativa era durata alcuni mesi ed aveva permesso d’acclarare come su Schiavonea e nelle zone limitrofe vi fosse il loro predominio nello spaccio di sostanze stupefacenti del tipo eroina e cocaina, che si concretizzava con modalità assodate e studiate per eludere i controlli delle forze dell’ordine. Le cessioni ai consumatori di droga avvenivano infatti in un contesto isolato e difficile da raggiungere, quale era quello dove vivevano gl’indagati, le cui residenze sono ubicate in una zona rurale. La consumazione della droga da parte degli acquirenti avveniva per lo più in loco, proprio per limitare l’attività di controllo e di riscontro da parte delle forze dell’ordine. L’unica strada d’accesso al complesso residenziale ove risiedono i Chiaradia e i Bonafede era presidiata da sentinelle, che facilmente avvertivano del sopraggiungere d’auto o d’elementi sospetti. I quattro utilizzavano pure una tecnica comprovata per la detenzione degli stupefacenti, che venivano posizionati in luoghi facilmente raggiungibili dagli stessi e sostanzialmente sotto il loro stesso controllo, ma non all’interno delle loro abitazioni, vale a dire un confinante cortile recintato che aveva all’interno un cane da guardia, in modo da far risultare negativo qualsiasi controllo eventualmente effettuato dalle forze dell’ordine. 

 

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