Ci sono altri due morti ammazzati di ‘ndrangheta nella Sibaritide-Pollino. E c’è un narcotrafficante internazionale vivo e vegeto che ha aperto bocca solo e soltanto per dire che lui non sa nulla…

È un lunedì apparentemente tranquillo il 4 aprile scorso in quel grande lembo di terra che tra mare e monti a vista, abbraccia assieme la Piana di Sibari e le prime alture del Pollino.

Solo a tarda sera si scoprirà che quella giornata d’inizio settimana, di “tranquillo” non ha avuto proprio nulla, anzi.

Sono circa le 21, infatti, quando alla centrale dei carabinieri di Castrovillari arriva la telefonata d’una persona che chiama da un angolo di campagna della Piana di Cammarata, che s’inerpica proprio su quel lungo rettilineo stradale che collega la Sibaritide e il Pollino.

L’uomo, che abita tra quei pescheti e quegli agrumeti, passando per la strada interpoderale che conduce a casa sua, nota la presenza di un’auto di grossa cilindrata, coi fari e le luci posteriori accesi, ferma davanti al cancello d’una delle tante aziende agricole della sua zona.

È un’auto “sospetta”. Mai, infatti, a quell’ora e in quel posto, capita che vi siano auto parcheggiate: non è, quello, un posto frequentato da coppiette in cerca d’intimità. Perciò, l’ignaro cittadino decide d’allertare i carabinieri. La pattuglia dell’Arma in servizio fisicamente più vicina si fionda subito nel luogo indicato. E nell’abitacolo di quella Mercedes Cla vi trova i cadaveri degli ultimi due morti ammazzati di ’ndrangheta.

L’auto con dentro i due cadaveri

Sul sedile del passeggero, accanto al posto di guida vuoto, il corpo esanime di Hedhli Hanese, 38 anni, di nazionalità tunisina, moglie del pregiudicato di Cassano Jonio Maurizio Scorza detto ‘U cacagliu, che di anni ne aveva 57 e coi suoi precedenti per droga e armi era considerato “vicino” al locale di ‘ndrangheta di Cassano Jonio, anche se con la moglie da tempo risiedeva nel confinante comune di Villapiana.

Si dice che l’uomo da qualche tempo si muovesse piuttosto “in autonomia”, forse aspirando a diventare il boss di Castrovillari dove aveva sempre gravitato e dove nel 2013 aveva subito pure un attentato, da cui s’era miracolosamente salvato.

Il corpo di lui è nel bagagliaio, adagiato sulla carcassa d’un capretto decapitato. Pure accanto al cadavere della donna c’è un animale. È il suo cagnolino pincher, che, terrorizzato, le fa da inutile guardia dal momento che per sua fortuna è rimasto vivo, risparmiato dalla pistola calibro 9×21 impugnata dal killer che ha scaricato due colpi in testa a Scorza – uno alla nuca e uno in bocca – e ben 11 contro la sua donna “colpevole” d’aver afferrato lo smartphone e d’essere riuscita a chiamare una familiare del suo uomo proprio mentre glielo ammazzavano.

Carabinieri e magistrati sulla scena del crimine, nel riquadro l’uomo eliminato

Il duplice, efferato e macabro fatto di sangue – appureranno i rilievi delle prime indagini – non era stato compiuto lì, ma altrove. Il commando omicida aveva trasportato l’auto coi due cadaveri in quel posto forse con l’intenzione d’incendiarla, e forse un imprevisto non aveva consentito di portare a termine “l’operazione”, consigliando d’abbandonare la potente berlina dov’è stata trovata e di lasciare velocemente quel “campo d’azione”.

La mattanza di ’ndrangheta è avvenuta tra le ore 18 e le ore 19, secondo i periti incaricati dai magistrati inquirenti della Procura di Castrovillari in prima battuta, prima che l’inchiesta passasse ufficialmente per competenza alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. 

Il furgone fermato dalla finanza, la scoperta della maxi-partita di “coca” purissima e l’arresto dell’omertoso corriere straniero

Adesso facciamo un passo indietro, restando però sempre nell’apparentemente tranquilla giornata di lunedì 4 aprile scorso. In tarda mattinata, appena dopo lo svincolo autostradale che conduce nella Sibaritide, una pattuglia della guardia di finanza della Compagnia di Castrovillari impone l’alt a un furgone Peugeot Boxer, a bordo del quale c’è solo chi lo guida.

Finanzieri a un posto di blocco

È uno straniero di nazionalità lituana, Vaidis Kanapinkas, ha 43 anni, dai suoi documenti s’evince che risiede in una cittadina olandese dei Paesi Bassi e che non è penalmente censito da nessuna parte, né in Italia né all’estero.

Però è nervoso e agitato al cospetto degli uomini in divisa, che decidono di controllare accuratamente quell’apparentemente innocuo mezzo di trasporto. I finanzieri chiamano i loro rinforzi con la presenza d’un addestrato cane anti-droga. L’animale-poliziotto fiuta subito quel che l’automezzo cela alla vista delle divise grigie, che decidono di trasferire il mezzo per la successiva, determinante ispezione, nell’officina d’un attrezzato gommista di Castrovillari.

Le operazioni richiedono tempo. Nell’officina si smontano pian piano i pannelli sovrastanti i sedili del furgone e sottostanti lo spoiler e il tettuccio del mezzo stesso. Dove si scoprirà la presenza di un’intercapedine ricavata, un doppiofondo artatamente creato all’interno del quale v’erano stati stipati 40 panetti di cocaina purissima per un peso complessivo di 46 chili e 408 grammi. Valore stimato? Oltre 2 milioni e mezzo di euro, arrotondato per difetto.

Un carico enorme di droga pesante, uno dei carichi più grossi mai sequestrati dalle forze di polizia operanti nella zona. Il corriere lituano viene dichiarato in arresto alle 17. Dalla caserma della finanza ov’era trattenuto, viene condotto in carcere, sempre in quel di Castrovillari. Compare in Tribunale mercoledì mattina per essere interrogato dal giudice per le indagini preliminari che dovrà convalidarne l’arresto.

Il Tribunale di Castrovillari

Esprimendosi in inglese, dichiara di non conoscere la lingua italiana. Gli viene assegnato un avvocato d’ufficio e il giudice ingaggia un interprete per tradurre quel che ha da dire su quel grosso carico di cocaina occultato sul mezzo che guidava con destinazione Sibaritide. Dice di non saperne nulla, che quel carico nascosto nel furgone sarebbe stato effettuato da persone a lui sconosciute e non in sua presenza, prima che egli si mettesse in viaggio, non si sa da dove ed esattamente per dove.

L’inchiesta sul maxi-sequestro di droga è condotta dalla Procura di Castrovillari nel più impenetrabile riserbo. È molto probabile che l’indagine sia condotta di concerto con la Procura distrettuale antimafia, com’è assai più probabile che il corriere lituano avesse addosso uno smartphone che i finanzieri gli hanno certamente sequestrato.

Se è così, saranno certamente già scattati gli opportuni accertamenti per verificare se prima d’essere fermato al posto di blocco l’enigmatico corriere lituano abbia parlato con qualche “anglofono” più “meridionale” e magari dall’accento vagamente cassanese…

Investigatori al lavoro sui dati del traffico telefonico

L’intricata indagine adesso è tutta “tecnica”

La Mercedes Cla di Scorza monta un sistema di localizzazione che potrebbe rivelarsi utile alle indagini: un sistema d’interconnessione satellitare in grado d’indicare la posizione del mezzo. I dati ricavabili dalla registrazione di volta in volta automaticamente attivata dal sistema, potrebbero rivelarsi assai importanti.

La Procura antimafia ha già avanzato richiesta alle società telefoniche con cui erano abbonati Scorza e la moglie dei tabulati dei loro smartphone, per effettuare una mappatura delle conversazioni effettuate, dei messaggi inviati e degli accessi ai social network compiuti nel loro ultimo lunedì.

Ciò consentirà a chi indaga di ricostruire pedissequamente la serie di “celle” di trasmissione agganciate dai loro telefoni, e con un accorto lavoro d’analisi sarà possibile individuare ogni metro del percorso seguito dagli uccisi osservando le arterie stradali imboccate. Saranno inoltre visionati i filmati girati, lungo i loro tragitti, dalle telecamere di sorveglianza installate nelle aziende agricole, davanti alle abitazioni private o nei cantieri esistenti. 

I due fatti verranno “incrociati”? 

La mole di dati che verrà raccolta e analizzata, sarà incrociata con quella desumibile dallo smartphone eventualmente sequestrato al corriere lituano, e quest’ultima anche con qualche contatto “sospetto” di Scorza avvenuto quel giorno?

Maurizio Scorza

Insomma: c’è un nesso tra i due fattacci di lunedì? Il sequestro della maxi-partita di “coca” è stato un clamoroso, casuale incidente accaduto durante un percorso preventivamente tracciato da qualcuno o c’è stata una “soffiata” a tradimento? E – nel caso – chi avrebbe tradito chi?

I 46 chili e passa di “coca” purissima chi li aveva commissionati, chi ne aveva pagato l’eventuale anticipo sulla consegna, e, soprattutto, a chi dovevano essere consegnati e dove? E – da ultimo – chi ammazzato Scorza e la moglie e perché?

Dalle sommarie informazioni verbalizzate dagl’inquirenti, tra parenti e conoscenti di Scorza e della moglie che quel giorno si sarebbero incontrati con la coppia uccisa, sembrerebbe evidente che loro non temessero per la loro vita. L’uomo era disarmato e la donna sarebbe apparsa, a quanti l’hanno incontrata o sentita telefonicamente, assolutamente serena. La loro morte però era appena dietro l’angolo, non si sa ancora quale… direttore@altrepagine.it

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Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.