Nel gergo poliziesco, Pasquale Aquino era «un pesce piccolo» della criminalità organizzata coriglianese.

Il suo “ambito” di pertinenza era stato sostanzialmente sempre lo spaccio di stupefacenti nel circoscritto perimetro della più popolosa frazione marina di Corigliano-Rossano, Schiavonea, ove risiedeva. 

Ecco chi era la vittima

A “muoversi” nella piccola malavita locale Aquino aveva cominciato sin da giovanissimo, tant’è che il suo nome e il suo volto erano storicamente noti alle forze dell’ordine coriglianesi. Tra i suoi primi guai giudiziari, che risalgono agl’inizi degli anni Novanta, l’arresto, il processo e la condanna per il furto d’un carico di piselli ai danni d’un agricoltore di Villapiana.

Il 57enne, ammazzato verso le 19,30 di ieri sera in un agguato compiuto a colpi di pistola davanti all’uscio della propria abitazione su Viale Mediterraneo a Schiavonea, sbarcava il lunario in quel limbo sospeso tra un’apparente legalità e il crimine. Nipote dell’oramai da anni defunto “Pelè”, notissimo venditore di panini con una postazione estiva fissa sul lungomare, d’estate – e per anni – pure Pasquale Aquino aveva intrapreso quell’attività molto redditizia durante la bella stagione.

Panini, sì, ma la vera “costante” della sua vita, stroncata ieri da un ignoto sicario armato di pistola semiautomatica calibro 7,65, era sempre stata la droga.

Uscito assolto nel maxi-processo “Harem” istruito nei primi anni Duemila dalla Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro, condannato a seguito d’un arresto nel 2017 quando i carabinieri gli trovarono droga in casa, attualmente era sotto processo nell’ambito dell’imponente inchiesta anti-droga della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro denominata “Karaburun”, assieme ad altre 235 persone di Corigliano e di Cassano Jonio, un centinaio delle quali di varie nazionalità straniere e in particolare albanesi. 

La famiglia Aquino, la droga e quella condanna per omicidio  

Il mondo della droga ha coinvolto praticamente tutta la famiglia di Pasquale Aquino. Il figlio 40enne Vincenzo, detto “Il vitello”, imputato proprio assieme al padre nel processo Karaburun, è attualmente detenuto in carcere. I magistrati della Procura di Castrovillari lo ritengono a capo d’una fitta rete di spacciatori attiva a Corigliano e non solo: per questo era finito in cella a fine settembre scorso assieme ad altre 13 persone, nell’ambito dell’operazione antidroga “Portofino” condotta dalla polizia.

Successivamente era stato assegnato agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico proprio nell’abitazione del padre Pasquale in Viale Mediterraneo, ma lo scorso 3 febbraio i poliziotti l’avevano nuovamente arrestato dopo averlo sorpreso a spacciare dalla finestra al pian terreno della stessa abitazione paterna.

Vincenzo Aquino

Il figlio di Vincenzo, che porta lo stesso nome del nonno, Pasquale, ha 20 anni ed è sottoposto alla misura cautelare degli arresti domiciliari nell’ambito della stessa inchiesta anti-droga, così come la madre – e moglie di Vincenzo – Loredana Ruggieri, 40 anni, indagata con la misura dell’obbligo di firma in caserma.

Un altro figlio dell’ammazzato, Francesco Aquino, pure lui inserito nel mondo della droga, sta scontando una condanna definitiva a 18 anni nel carcere dell’Ucciardone a Palermo, addirittura per un omicidio.

La notte del 24 settembre del 2004, infatti, assieme ad altri tre giovani, Francesco Aquino partecipò al massacro compiuto a bastonate d’un povero barbone di nazionalità ucraina che trascorreva le sue notti all’addiaccio in un angolo del monumentale Quadrato Compagna – a pochi passi da casa degli Aquino – dove il giovane quartetto con ogni probabilità andava a spacciare droga con quella presenza che gli era d’impaccio.

Tra i condannati – tutti definitivi – per quel terribile fatto di sangue, c’è anche Marco Ruggieri, fratello di Loredana e cognato degli Aquino, che sta scontando in carcere la pena di 22 anni inflittagli. Proprio a seguito del processo per l’omicidio del povero barbone, tra i familiari e gli affini dei Ruggieri da una parte e degli Aquino dall’altra, erano scaturiti dissapori assai forti, forse tuttora non sopiti.

Chi e perché ha deciso l’“eliminazione” del capostipite?

Su ordine di chi, ieri sera, è entrato in azione il killer poi montato in sella a una moto guidata da un complice?

L’inappellabile sentenza di morte nei confronti del capostipite degli Aquino è maturata nel direttorio ‘ndranghetista che governa le locali piazze di spaccio per qualche grosso “sgarro”, oppure la sua eliminazione in perfetto stile mafioso cela in realtà qualcos’altro?

La vittima predestinata è stata infatti ferita in varie parti del corpo non appena è scesa dal posto di guida della propria Bmw 320 – ritrovata dai carabinieri con lo sportello ancora aperto – e poi “finito” con due proiettili sparatigli in testa dopo aver percorso qualche metro sul marciapiede di casa nella speranza di riuscire a guadagnarne l’uscio per scampare alla morte.

Pasquale Aquino non temeva per la propria incolumità e girava disarmato. La dinamica dell’agguato è stata ricostruita dai militari del Reparto territoriale dell’Arma agli ordini del colonnello Raffaele Giovinazzo, coordinati dal capo dei magistrati della Procura di Castrovillari Alessandro D’Alessio. Il fascicolo d’indagine potrebbe presto essere trasmesso per competenza alla Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro diretta dal procuratore Nicola Gratteri. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.