Il medico ospedaliero prematuramente scomparso lo scorso 25 febbraio tra i protagonisti dell’indelebile marchio di disonore dell’ex città di Corigliano Calabro

Abbiamo conosciuto il dottor Sergio Garasto (foto) nei primi anni Duemila, nel corso d’una delle consuete conferenze stampa che a fine anno teneva l’allora partito di Alleanza nazionale nei locali delle allora segreterie politiche degli onorevoli Giovanni Dima e Giuseppe Geraci.

C’erano loro due e tutti i dirigenti coriglianesi di quello che al tempo a Corigliano-Rossano era il primo partito politico per numero di voti e per rappresentanze istituzionali a tutti i livelli, tra gli altri ricordiamo l’allora consigliera comunale di An ed attuale consigliera regionale di Forza Italia Pasqualina Straface.

E c’era Garasto. Lui era il segretario del circolo An di Schiavonea. Era l’ora di pranzo e la conferenza stampa era praticamente terminata, quando alzò la mano per dire pure lui «due parole». E fu proprio in quell’istante che cogliemmo, nelle espressioni dei volti di tutti, di Dima e Geraci in modo particolare, una palese “disapprovazione”.

Garasto, parlando nel suo italianese – linguaggio a metà del guado tra un’improbabile lingua italiana e il dialetto coriglianese – ci fece un sermone sul fenomeno dell’immigrazione a Schiavonea, ma di quelli che neppure l’“onorevole” Mario Borghezio ai tempi dei raduni della Lega Nord a Pontida si sarebbe minimamente immaginato di fare.

Disse Garasto, come non direbbe neppure una stenditrice di mutande e calzettoni da un balcone di Schiavonea o altrove, che «le donne ucraine creano problemi e disordine sociale perché rubano i mariti alle mogli di Schiavonea e non solo», che «i neri fanno paura ai nostri bambini» ed altre oscenità del genere che misero in forte imbarazzo Dima, Geraci e tutti gli altri, certamente rappresentanti di quel partito che in tema d’immigrazione, quella clandestina, propugnò la contestata legge cosiddetta “Bossi-Fini”, ma che rispetto al loro amico Garasto erano Carola Rackete e padre Alex Zanotelli.

Fu quello il momento in cui conoscemmo il personaggio Garasto, che sapevamo essere un medico del Pronto soccorso dell’ospedale “Guido Compagna” col quale però non avevamo mai avuto a che fare.

Da “personaggio molto chiacchierato” a “dottor morte” arrestato

Negli anni a venire sulla figura del dottore Garasto s’addensavano sempre più “voci” poco o per nulla edificanti, che lo fecero divenire un personaggio “molto chiacchierato”, mentre proprio coi suoi voti, la moglie (poi divenuta “ex”), Rosamaria Morano, veniva eletta consigliera comunale e poi nominata assessora dall’ex sindaca Pasqualina Straface la cui amministrazione fu sciolta per infiltrazioni mafiose.

Nel gennaio del 2015 Garasto venne arrestato. Ed era il principale tra i 144 indagati nella maxi-inchiesta giudiziaria Medical market. Quell’inchiesta s’annovera fra i tre fatti che hanno marchiato d’un indelebile disonore l’ex città di Corigliano Calabro agli occhi del resto d’Italia e del mondo. Al primo posto viene senza dubbio l’efferato omicidio della 16enne Fabiana Luzzi per mano del suo fidanzatino anch’egli minorenne, al terzo il già citato scioglimento per mafia del Comune, e al secondo i fatti che videro al centro proprio il dottore Garasto.

L’ospedale coriglianese “Guido Compagna”

Per i media nazionali ed internazionali l’ospedale “Compagna” era «l’ospedale degli orrori» e il dottore Garasto era «il dottor morte». Sì, perché là dentro, proprio nel “suo” Pronto soccorso riempito di microspie dalla polizia giudiziaria su ordine della magistratura, la sera del 15 maggio 2012 si sarebbe consumato un omicidio volontario e premeditato. La soppressione d’un nascituro al settimo mese di gestazione. Un crimine orrendo per il quale il magistrato che nel processo ha rappresentato la pubblica accusa aveva richiesto la pena dell’ergastolo nei confronti di Garasto e delle altre persone coinvolte.

Garasto per ben due volte venne riconosciuto colpevole d’omicidio volontario premeditato, oltre che del furto, avvenuto nel reparto d’Ostetricia e Ginecologia dove nottetempo venne colto sul fatto da un’ostetrica che lo denunciò, d’un farmaco abortivo utilizzato, nei casi estremi previsti da leggi e protocolli sanitari, dai medici di quel reparto. Oltre ad altri processi e ad altre condanne minori.

Condannato a 25 anni di carcere in primo grado, la pena venne poi ridotta in appello a 18. Quando un male incurabile nel frattempo intervenuto l’ha sconfitto, lo scorso 25 febbraio, era in attesa del definitivo giudizio della suprema Corte di Cassazione.

Il vergognoso convegno medico in sua memoria

Il processo di “canonizzazione” propedeutico alla “beatificazione” di Garasto è invece cominciato ufficialmente sabato scorso. Con un convegno sul “Rapporto etico tra medico e paziente” (sic!) che – stando alla cronaca del noto giornalista locale condannato in primo grado per una truffa da 400 mila euro e poi in appello prescritto, ovviamente moderatore del convegno – è stato benedetto da padre Francesco Ansalone, parroco di Santa Maria ad Nives di Schiavonea, nell’oratorio del cui santuario s’è celebrato l’evento che ha visto la sala gremita «anche quale occasione d’incontro in memoria del dottore Sergio Garasto, professionista coriglianese della sanità da tanti benvoluto e stimato».

Il “nostro” cronista scrive un’inconfutabile verità, se pensiamo alle centinaia di messaggi su Facebook – per niente affatto di mero cordoglio umano – proprio il giorno in cui Garasto scomparve prematuramente all’età di 60 anni.

Il tavolo dei relatori del convegno

D’altronde ce n’eravamo resi conto anche noialtri allorquando lo stesso Garasto, qualche mese prima di morire, ci telefonò per invitarci a prendere un caffè in un notissimo bar della città, incontro finalizzato a chiederci di non occuparci più del suo caso giudiziario.

Seduti al tavolino, noi, Garasto e la sua compagna, l’avvocato Francesca Berardi anch’ella coinvolta nell’inchiesta Medical market, nel giro di mezz’ora furono infatti tante le persone che vennero a salutare con calore ed affetto quel noto medico ancor più noto perchè fresco di condanna per omicidio.

Dal resoconto giornalistico dello stesso cronista e moderatore del “memorial Garasto”, apprendiamo pure che a Schiavonea, in Via Gaeta, campeggia uno «splendido murales realizzato dall’associazione “Schiavonea e Sant’Angelo Puliti”», e che in alcuni reparti dell’ospedale “Ferrari” di Castrovillari (dove l’Azienda sanitaria provinciale di Cosenza, a seguito dell’inchiesta, aveva trasferito Garasto che soltanto dopo la condanna aveva sospeso) vi sono delle «targhe in sua memoria appositamente installate». Vergogna!

Eccezion fatta per il suo avvocato difensore Antonio Pucci – il quale evidentemente ha creduto fino in fondo alla propria difesa e all’innocenza di Garasto – l’unica parola che può dirsi del convegno di sabato è infatti “Vergogna!” per quanti v’hanno partecipato e in particolare per gli svariati pseudo o sedicenti uomini e donne di cultura ch’erano presenti.

Il folto pubblico presente in sala

Nossignori, niente pipponi sul garantismo: «È mai pensabile che la presunzione d’innocenza, quando ci sono due sentenze di organi collegiali che confermano il fatto, non si muti in nessun modo in una presunzione di responsabilità, cioè di colpevolezza?». Lo diceva, il 21 maggio del 1998, quella buonanima del Presidente della Repubblica Italiana Oscar Luigi Scalfaro, che notoriamente era un cattolico moderato e non un giacobino giustizialista… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.