La Procura distrettuale Antimafia, attraverso i carabinieri, monitorava istante per istante ogni movimento ed ogni conversazione telefonica o telematica dei fratelli Chiaradia in relazione a ben altra indagine, con ogni probabilità quella su un recente fatto di sangue

Incendio doloso aggravato dal metodo mafioso. Questo il capo d’imputazione che viene contestato dal sostituto procuratore Alessandro Riello della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro guidata dal procuratore capo Nicola Gratteri

al 54enne coriglianese Giovanni Chiaradia e al fratello 48enne Piero Francesco Chiaradia, entrambi pregiudicati, il primo già condannato in via definitiva per associazione a delinquere di stampo mafioso, il secondo per traffico di sostanze stupefacenti.

I due germani sono stati arrestati stamane dai carabinieri del Reparto territoriale agli ordini del colonnello Raffaele Giovinazzo e rinchiusi in carcere a Cosenza come disposto dal giudice per le indagini preliminari distrettuale di Catanzaro, Matteo Ferrante, cui il pubblico ministero Riello aveva avanzato la richiesta d’emissione delle stesse misure cautelari applicate attraverso l’ordinanza eseguita dagli uomini della Benemerita. 

Il movente del maxi-incendio ai danni della nota azienda

Secondo la ricostruzione dei fatti che la sera dello scorso 24 maggio hanno portato al maxi-rogo doloso appiccato nei capannoni e sul piazzale della società “Socas Srl”, la nota azienda di soccorso stradale con annessa autocarrozzeria, autofficina e depositeria giudiziaria accreditata la cui sede è ubicata in contrada Fabrizio di Corigliano-Rossano a ridosso della Strada statale 106 jonica, la “scintilla” incendiaria sarebbe scoccata allorquando Tonino Sisca, titolare della “Socas”, avrebbe detto «no» a Giovanni Chiaradia che gli aveva chiesto di riparargli «immediatamente» la carrozzeria della propria auto, mentre la gran mole di lavoro dell’autocarrozzeria e gl’impegni già assunti con altri clienti a Sisca non l’avrebbe consentito.

Il titolare, infatti, avrebbe rinviato la riparazione al lunedì successivo. Per questo, Chiaradia avrebbe avuto una reazione stizzita. E nei giorni successivi avrebbe manifestato al fratello i suoi propositi di «castigare» il titolare dell’officina.

L’indagine “parallela” già in corso proprio sui Chiaradia

I fratelli Chiaradia erano già sotto intercettazione – telefonica e telematica – da parte degli stessi carabinieri, in relazione a ben altra e ben più importante indagine. Nel carteggio giudiziario odierno, per ovvie ragioni, non è specificato di che indagine si tratti, ma è molto probabile sia quella relativa a un recente fatto di sangue di stampo ‘ndranghetista.

Dalle stesse carte emerge che persino ogni movimento dei Chiaradia era monitorato dai detective dell’Arma: nei pressi delle loro abitazioni pullulavano, infatti, le telecamere a circuito chiuso fatte installare proprio dalla Procura Antimafia. E proprio ciò ha consentito agl’investigatori di trovare ogni tipo di riscontro in merito alla ritenuta loro responsabilità nell’incendio alla “Socas”.

I riscontri investigativi

Sarebbero stati gli stessi fratelli Chiaradia a preparare le bottiglie incendiarie, prelevando la benzina da un’auto nella loro stessa disponibilità, ed ancor prima ad effettuare una serie di sopralluoghi sul retro dei capannoni di contrada Fabrizio, distanti soltanto due chilometri dalle loro stesse case, a bordo d’una Fiat Punto.

Tutto video-ripreso e registrato dalle telecamere, tanto quelle della “Socas” quanto quelle dei carabinieri presso le loro abitazioni. Altri sopralluoghi, come documentato dai filmati, sarebbero stati effettuati da una persona non identificata a bordo d’una motocicletta e col capo coperto dal casco.

Assieme ai fratelli Chiaradia, risulta indagato a piede libero anche il 29enne pregiudicato, anch’egli di contrada Fabrizio, Marco Bonafede, imparentato coi due arrestati. Per Bonafede, infatti, il gip Ferrante ha rigettato la richiesta di misura cautelare in carcere per come richiesta dal pm Riello.

Gl’indagati sono difesi dall’avvocato Pasquale Di Iacovo del foro dei Castrovillari. Nei prossimi giorni saranno sottoposti all’interrogatorio di garanzia. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.