Lo spaccato emerge dall’indagine dei carabinieri, coordinata dalla Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro, che giovedì scorso ha portato in carcere i pregiudicati Barilari ed Arturi. Tutto era partito dieci giorni prima per iniziativa d’un carabiniere originario di qui ma in servizio a Bari, che aveva raccolto le allarmate confidenze d’una vittima  

La presunta estorsione mafiosa che sarebbe stata compiuta giovedì sera scorso a Corigliano-Rossano ai danni del titolare d’un locale pubblico di Piazzetta Portofino, che ha visto finire in carcere due ritenuti appartenenti alla criminalità organizzata locale, potrebbe essere un episodio affatto isolato alla marina di Schiavonea da quando è cominciata la movida estiva.

È il sospetto dei carabinieri che hanno condotto con grande professionalità l’indagine, durata poco meno di 10 giorni, nei confronti del 50enne Fabio Barilari e del 38enne Giorgio Arturi, entrambi pregiudicati, il primo proprio per associazione mafiosa ed estorsione.

A portare sulle loro orme i detective in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale dei carabinieri diretto dal colonnello Raffaele Giovinazzo, che hanno collaborato coi loro colleghi del Reparto operativo del Comando provinciale di Cosenza, è stato un altro loro collega, originario di Corigliano-Rossano ma da tanti anni in servizio a Bari e in queste settimane in vacanza proprio a Schiavonea.

La confidenza della vittima a quel carabiniere amico di vecchia data

L’iniziativa investigativa è partita proprio da quel carabiniere “forestiero” ma non troppo, lo scorso 26 luglio. Quel giorno, infatti, il rappresentante dello Stato, aveva raccolto le confidenze d’un proprio amico di vecchia data titolare d’una gelateria in piazzetta.

Il gelataio aveva raccontato all’amico carabiniere quanto era accaduto la sera prima al genero 35enne, che insieme alla figlia è titolare d’un bar-kebaberia-rosticceria sulla stessa piazzetta. Non solo. Il gelataio all’amico carabiniere aveva pure mostrato alcune sequenze estrapolate dalle registrazioni dell’impianto di video-sorveglianza della rosticceria del genero.

E proprio da quell’allarmato racconto era scaturito l’appuntamento della vittima coi militari dell’Arma cittadina. L’incontro s’era tenuto lontano da occhi indiscreti, a casa della stessa vittima della richiesta estorsiva, e lì era stato redatto il primo verbale di sommarie informazioni testimoniali sfociato poi nella denuncia:

«Mi hanno chiesto “un aiuto per gli amici”, io non so chi siano questi loro amici, ma hanno lasciato chiaramente intendere l’esistenza di una organizzazione più grande: in maniera lapidaria mi hanno fatto presente che funziona così e che anche gli altri commercianti in piazza pagano questo “aiuto”».

Verità o millanteria dei due presunti estorsori?

Dalla richiesta alla consegna della prima rata del “pizzo”

«Come da loro richiesta, avrei dovuto pagare 1000 euro, in due rate da 500 l’una, la prima da consegnargli il 29 luglio, l’altra il 12 agosto».

Informata immediatamente la Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro che ha richiesto al giudice per le indagini preliminari l’autorizzazione alle intercettazioni ambientali, i carabinieri hanno fatto scattare un articolato servizio di polizia giudiziaria fornendo, tra l’altro, un micro-registratore audio alla vittima per cristallizzarvi i successivi incontri e colloqui coi suoi estorsori.

Fino alla sera della consegna della busta gialla contenente 10 banconote da 50 euro le cui matrici erano state precedentemente segnate dagli stessi carabinieri, la prima rata della tangente richiesta che doveva essere saldata il 29 luglio, ma posticipata su richiesta della vittima che aveva fatto presente ai “signori del pizzo” d’avere bisogno di qualche giorno in più per poter pagare. 

Il ruolo del barista “amico degli amici”

Nell’ambito di tale indagine, l’ipotesi che pure gli altri commercianti di Piazzetta Portofino paghino il “pizzo” è avvalorata dall’intervento d’un altro personaggio, che dal carteggio giudiziario emerge come “amico degli amici” e che s’interessa alla faccenda.

È il titolare d’un bar adiacente proprio alla rosticceria della vittima che al momento non risulta indagato, ma la sua posizione è al vaglio degl’inquirenti:

«Allora… dai, non sono assai, una fesseria… gliela dai… un regalo… è così… per l’anno prossimo questo fatto a te ti aiuterà… non è che perché l’anno prossimo è diverso… però questo fatto di aiuto… può sembrare strana questa cosa… uno chissà che pensa, però… è un consiglio fraterno…». direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.