Il 70enne Pino Sposato (foto), originario di Acri, ha sempre vissuto nel cuore della Piana di Sibari.

È un notissimo imprenditore di questo ricco ed economicamente dinamico comprensorio calabrese e da anni è attivamente impegnato pure in politica. S’è candidato per due volte a sindaco di Trebisacce, il comune dove risiede, ma non è stato mai eletto.

La sua famiglia è titolare d’una importante impresa nel settore degli inerti e del calcestruzzo, ed oggi rifornisce pure le imprese nazionali che da qualche tempo lavorano nell’Alto Jonio alla costruzione del nuovo tracciato della Strada statale 106.

Da qualche mese era entrato nel “mirino” della ’ndrangheta sibarita, che ovviamente voleva la “sua parte” proprio in relazione alle grosse commesse di cemento che la “Sposato P&P Srl” da tempo sta muovendo. Pino Sposato, però, con coraggio e determinazione, non ha ceduto ai ricatti delle ‘ndrine. Che gli hanno mandato le ’mmasciate attraverso noti e meno noti emissari.

La ‘mmasciata ‘ndranghetista tramite un insospettabile imprenditore edile

Tra gli “ambasciatori” della ‘ndrangheta, secondo le risultanze investigative dei carabinieri di Cassano Jonio diretti dal capitano Michele Ornelli, vi figura il 55enne cassanese Francesco Genovese, un imprenditore edile, incensurato e finora insospettabile, che per ovvi motivi conosce Sposato.

Francesco Genovese

Il ritenuto intermediario – finito in carcere martedì mattina unitamente a due noti ‘ndranghetisti anch’essi cassanesi – tramite un fidato dipendente di Sposato avrebbe proposto all’imprenditore un appuntamento con “gli amici degli amici”. Che da Sposato volevano soldi.

ll dipendente dell’imprenditore, che sarebbe stato accompagnato proprio da Genovese, si sarebbe visto costretto ad incontrare in un agrumeto i ritenuti ambasciatori del “pizzo” ‘ndranghetista – nomi e cognomi notissimi a tutti a queste latitudini – vale a dire il 37enne Leonardo detto “Nino” Abbruzzese e il 39enne Francesco Faillace, che la Procura Antimafia diretta da Nicola Gratteri ascrive come appartenenti alla “supercosca” della Sibaritide facente capo alle famiglie Abbruzzese e Forastefano.

Leonardo “Nino” Abbruzzese

Il drammatico racconto del fidato dipendente “avvicinato”, la reazione dell’imprenditore e la denuncia

«Dopo l’incontro ho buttato la scheda del telefonino per non essere ricontattato da Genovese», ha dichiarato in fase d’indagini ai carabinieri l’uomo di fiducia di Sposato:

«Ho raccontato subito al mio datore di lavoro quanto era accaduto e lui si è inizialmente arrabbiato pure con me, poi ha detto che avrebbe denunciato tutto. Vivo da quel giorno in perenne stato di agitazione e tensione e sto facendo di tutto per andare anticipatamente in pensione».

Francesco Faillace

Sposato, una volta avvisato dal suo dipendente, aveva infatti risposto a muso duro:

«Non intendo ricevere messaggi del genere né andare ad alcun appuntamento!».

Prima l’avvertimento, poi il “botto”: danni per mezzo milione di euro

Poche settimane dopo il rifiuto opposto da Sposato, davanti alla sede legale della sua impresa venne lasciata una bottiglia molotov. Fu solo un primo “avvertimento”, quello. Passò ancora poco tempo e in azienda gli si presentarono al cospetto due autisti per chiedergli d’essere assunti. Entrambi imparentati con noti esponenti del locale ’ndranghetista.

Il “botto” arrivò durante il primo sabato sera dello scorso mese di luglio, quando in uno dei cantieri aziendali entrarono in azione le taniche incendiarie che gli mandarono in cenere una betonpompa e due betoniere, provocandogli un danno da mezzo milione di euro.

«È stato un gesto davvero pesante», dirà con amarezza Sposato ai carabinieri, «un gesto che mi ha causato un danno non indifferente sia per il valore delle macchine in sé, ma soprattutto per il lavoro che non potrò più eseguire. Mi hanno messo in ginocchio!».

Il dado della denuncia era però già stato tratto. E Genovese, Abbruzzese e Faillace adesso sono in carcere per decisione del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Antonella De Simone, come da richiesta del pubblico ministero Alessandro Riello, sostituto della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri e dal suo aggiunto Giancarlo Novelli. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.