Secondo le imputazioni dell’Antimafia e le accuse d’una “pentita”, la 50enne di Schiavonea ieri finita in carcere, nel febbraio del 2021 era divenuta “padrona” della “Prontomar Roma Srl” del presunto boss Vincenzo Alvaro. Il ruolo del marito pregiudicato Giorgio Florio, che però non risulta indagato

Tra le pieghe delle 419 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita all’alba di ieri nei suoi confronti e d’altre 25 persone, sono ben tre i capi d’imputazione formulati dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Gaspare Sturzo, su richiesta della Procura distrettuale Antimafia della Capitale

a carico della 50enne Immacolata Cristina detta “Imma” Giustino, di 50 anni, coriglianese residente nella frazione marina di Schiavonea, a Corigliano-Rossano. In tutt’e tre i casi, l’accusa nei confronti della Giustino è quella d’essersi intestata in modo consapevole e fittiziamente quote di capitale sociale della “Prontomar Roma Srl”, una società commerciale ch’era invece sotto la ferrea egida del ritenuto boss di “ ’ndrangheta Capitale ”, Vincenzo Alvaro, 58 anni, originario di Cosoleto in provincia di Reggio Calabria, e dei suoi più stretti sodali, Giuseppe Penna, di 48, originario di Sinopoli, Marco Pomponio, romano di 43 anni, e Massimo Cella, 51 anni, di Napoli, anche loro chiaramente finiti in carcere.

La storia “imprenditoriale” di stampo criminale è durata un anno

In particolare, la Giustino – che è detenuta nel carcere di Castrovillari dove stamane ha ricevuto la visita del suo avvocato – è accusata d’essere entrata da “padrona” nell’assetto societario della grande pescheria romana con due punti vendita, uno in Via Nomentana e l’altro in Via Schliemann, il 23 febbraio del 2021, col 51% delle quote societarie. Al fine d’agevolare l’attività dell’associazione mafiosa.

Soltanto qualche mese dopo, l’11 maggio, nella “Prontomar” entrano altre due socie fittizie (anch’esse finite in carcere) e le quote della Giustino si riducono al 25%. Passano altri mesi e s’arriva allo scorso 3 febbraio: quando, la Giustino, cede le proprie quote a un altro intestatario fittizio (ovviamente finito in carcere pure lui), pur sempre consapevole che l’attività rimaneva sempre gestita dal presunto boss e dai suoi fedelissimi amici e compari.

Un breve ma alquanto vorticoso giro di “teste di legno”, tutto finalizzato, secondo il gip, ad eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniali nelle quali Alvaro era già incappato. 

Il presunto boss Alvaro

Le confessioni della “pentita”

Ad inguaiare ulteriormente la posizione della Giustino, sulla quale i magistrati antimafia capitolini stavano già indagando, vi sono pure le confessioni di un’indagata in un’altra inchiesta dell’Antimafia romana sulla “ ’ndrangheta Capitale ”, Marlene Cingone, di 42 anni, che assieme al marito anch’egli indagato e finito in carcere, gestisce una trattoria di pesce nel comune di Fonte Nuova alle porte della Capitale.

La testimone di giustizia, in alcuni verbali d’interrogatorio resi al cospetto dei magistrati inquirenti, spiega il modus operandi della ‘ndrangheta, a Roma da anni la vera padrona di molteplici attività imprenditoriali ed economiche nei più svariati settori, e ricostruisce nel dettaglio i “giri” delle partecipazioni societarie certificate della Giustino, e, soprattutto, i rapporti tra il marito di quest’ultima e i presunti ‘ndranghetisti romani del locale criminale fondato da Alvaro.

Marlene Cingone

I rapporti border line romani e calabresi del marito di “Imma”

Il marito della Giustino è il 54enne pregiudicato coriglianese Giorgio Antonio Florio (non indagato in quest’inchiesta), già condannato definitivo a 4 anni per traffico internazionale di droga nell’ambito della maxi-inchiesta dell’Antimafia catanzarese “Gentlemen”.

Florio è da poco tempo uscito dal carcere dopo avere scontato un residuo di pena, ma da anni a Corigliano-Rossano fa l’imprenditore – guarda caso – proprio nel settore della vendita del pesce all’ingrosso e nel settore della ristorazione a base di pesce.

Due le sue attività: la “Prontomar Srl” di Corigliano-Rossano con sede nella zona industriale lungo la Strada statale 106 circa la quale i magistrati antimafia romani rilevano le cointeressenze con l’omonima società di Roma – e “La baccaleria”, un ristorantino di pesce aperto da un paio d’anni in qua sul lungomare di Schiavonea e gestito proprio assieme alla moglie.

La “pentita” Cingone, andando indietro negli anni, riferisce pure di Florio e dei suoi rapporti commerciali al mercato generale del pesce di Roma, dove il coriglianese andava spesso e dove avrebbe stretto rapporti non solo economici ma anche amicali con Alvaro e i suoi uomini. Rapporti border line. Come riferisce – la stessa testimone – degl’intensi rapporti dei presunti ‘ndranghetisti capitolini con alcuni noti boss e picciotti di Cirò Marina poi finiti in carcere con la maxi-inchiesta “Stige” dell’Antimafia catanzarese, e dei rapporti commerciali di questi ultimi con lo stesso marito della Giustino. Rapporti certificati da intercettazioni telefoniche, ambientali, e video-filmati girati dai detective della Direzione investigativa antimafia scesi spesso da Roma fin quaggiù… direttore@altrepagine.it  

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.