Secondo la Procura Antimafia a sparare contro il trafficante di droga fu il 21enne Francesco Le Pera, ieri finito in carcere perché ritenuto il killer di Pasquale Aquino – il narcos ucciso un mese prima – per quell’omicidio accusato col suocero 39enne Giorgio Arturi. Per il giudice delle indagini preliminari «non ci sono gravi indizi di colpevolezza», ma il giovane resta “sospettato”. Venerdì gli interrogatori

Per l’omicidio di Pasquale Aquino è incriminato. Per il tentato omicidio di Cosimo Marchese è sospettato. Parliamo del giovanissimo presunto killer Francesco Le Pera (foto), il 21enne coriglianese incensurato che nel corso del blitz antimafia di ieri mattina a Corigliano-Rossano è finito dapprima in caserma dai carabinieri, e poi in cella nel carcere di Cosenza.

Attinto dalla stessa misura cautelare che riguarda il “suocero”, il pregiudicato del luogo Giorgio Arturi, 39 anni, già in carcere, a Palmi, dallo scorso mese d’agosto, per un’estorsione mafiosa.

È infatti co-indagato di Le Pera per l’omicidio Aquino, mentre la moglie di Arturi, Annamaria Iacino, di 36 anni, è indagata per favoreggiamento proprio per l’episodio estorsivo della scorsa estate di cui è accusato il marito, e da ieri ha l’obbligo di firma in caserma due volte al giorno. Il giovane Le Pera è il fidanzato della figlia di Arturi e Iacino.

Le misure cautelari nei loro confronti sono state disposte dal giudice per le indagini preliminari di Catanzaro, Giuseppe De Salvatore, su richiesta del procuratore aggiunto, Giancarlo Novelli, del sostituto Alessandro Riello e del procuratore capo dell’Antimafia catanzarese, Nicola Gratteri.

Giorgio Arturi ed Annamaria Iacino

L’omicidio di Pasquale ’U spusato

Un fatto di sangue e un altro sfumato, entrambi di stampo ‘ndranghetista e consumati a distanza di meno d’un mese l’uno dall’altro. Fu in quel breve lasso di tempo intercorso fra il 3 maggio e il 1° giugno scorsi che la ‘ndrangheta coriglianese voleva eliminare dalla “piazza” quei due trafficanti di droga, forse “soci” tra loro, comunque amici e tutt’e due “d’ingombro” a chi quella piazza la voleva tutta per sé e non era più disposto a tollerare nessun “cane sciolto”.

Dopo Pasquale “’U spusato”, dunque, doveva morire pure Cosimo “Il diavolo”, questi i nom de crime di Aquino e Marchese.

Il cadavere di Aquino coperto da un lenzuolo sul marciapiede vicino all’ingresso di casa sua a Schiavonea

L’agguato a Cosimo Il diavolo

La sera del 1° giugno, alla guida della propria Fiat Panda “Il diavolo” stava rincasando nella sua casa di contrada Pirro Malena proveniente dalla Piazzetta Portofino di Schiavonea, quando qualcuno lo prese a fucilate calibro 12 a pochi metri dalla meta domestica. Ferendolo soltanto leggermente e di striscio, mancandolo, e dileguandosi subito dopo a bordo d’un furgone grigio servito al commando di sicari per inseguirlo tra il lungomare di contrada Fabrizio e l’interno della zona marittima di Pirro Malena.

La polizia sul luogo del tentato omicidio

Il furgone fu ritrovato due giorni dopo dalla polizia, bruciato, nei pressi del greto d’un torrente che scorre a poca distanza dal luogo dell’agguato. Il mezzo era risultato rubato la notte precedente alla sera dell’imboscata a Marchese, a un pregiudicato coriglianese che era detenuto agli arresti domiciliari.   

La versione della vittima

Ad allertare le forze dell’ordine era stata la stessa vittima, che, guadagnato rocambolescamente l’uscio della propria abitazione, era stata subito accompagnata in Pronto soccorso a Rossano dal fratello e da un cugino.

Sul luogo del crimine s’erano fiondati gli agenti del Commissariato cittadino di polizia. Gl’investigatori avevano delimitato la zona del tentato omicidio, rinvenendo l’utilitaria di Marchese con due fori sul parabrezza e uno sulla fiancata, tutt’e tre riconducibili all’impiego d’un fucile calibro 12.

Interrogato, “Il diavolo” aveva dichiarato ai poliziotti che poco prima d’arrivare davanti casa sua aveva visto una sagoma umana, alta tra il metro e settanta e il metro e ottanta, completamente vestita di bianco e col volto coperto da un cappuccio e da una mascherina chirurgica, che sarebbe comparsa all’improvviso dalla vegetazione a margine della strada, fino a salire su un muretto da dove avrebbe imbracciato un fucile.

Agli stessi inquirenti aveva raccontato che poco tempo prima aveva avuto un alterco con Giorgio Arturi, a seguito dell’aggressione che il titolare d’un noto lido balneare avrebbe subito da parte d’un gruppo di ragazzi che l’imprenditore non conosceva ed i cui nomi gli sarebbero stati fatti proprio da lui, fatto nel quale si sarebbe inserito Arturi per prendere le parti proprio di quei ragazzi, picchiando lo stesso Marchese.

Droga?

Nemmeno un timido accenno alla lontana, neanche per sbaglio…

Polizia e carabinieri concentrarono le loro attenzioni investigative proprio su Francesco Le Pera quale presunto autore materiale del tentato omicidio di Marchese. Il perché è presto detto: i carabinieri, infatti, già stavano indagando sul suo conto in relazione all’omicidio Aquino. Le Pera era sotto intercettazione telefonica e telematica, anche per mezzo d’un trojan fatto trasmigrare nella memoria del suo smartphone.

I magistrati della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro sono convinti che a sparare col fucile contro “Il diavolo” sia stato Le Pera, poiché il giovane indagato avrebbe utilizzato lo stesso modus operandi dell’omicidio Aquino, ad esempio avvisando con un messaggio la madre che avrebbe lasciato il telefono in carica a casa, oltre ad altri atteggiamenti. 

Quali?

Le Pera avrebbe palesato di conoscere alcuni dettagli precisi del tentato omicidio di Marchese, parlandone con degli amici e ignaro d’essere intercettato, aggiungendo, forse per cautela, forse no, che glieli avrebbe riferiti proprio Marchese.

Il quadro indiziario però non è bastato al gip De Salvatore per ritenere sussistenti i gravi indizi di colpevolezza nei suoi confronti. Resta indagato anche per il tentato omicidio di Marchese, ma non è formalmente incriminato come per l’omicidio di Aquino, per il quale il quadro indiziario nei suoi confronti a parere del gip è piuttosto solido, tanto da ordinarne la reclusione in carcere.

A parere del giudice, infatti, Marchese non avrebbe fornito alcun elemento per risalire all’esatta identificazione dell’uomo vestito di bianco autore degli spari né del complice a bordo del furgone. Inoltre, scrive il gip

«la circostanza che Le Pera abbia inviato un messaggio proprio il giorno dell’attentato facendo riferimento all’utilizzo del furgone non è un dato sufficiente a riscontrarne la partecipazione nel delitto».

Per quanto riguarda le intercettazioni, nella lunga conversazione intercorsa tra Le Pera e la sua fidanzata, scrive il gip,

«emergono solo riferimenti alla generica partecipazione del primo nelle attività illecite di Giorgio Arturi, senza alcuno specifico richiamo al tentato omicidio di Cosimo Marchese».

Il gip, in conclusione, valutando gli elementi indiziari, ritiene che non siano stati approfonditi i rapporti personali tra Le Pera e Cosimo Marchese,

«ragion per cui non si può escludere che l’indagato abbia realmente ricevuto le informazioni dalla vittima».

Per dopodomani, venerdì, nei rispettivi penitenziari ove sono reclusi, si terranno gl’interrogatori di garanzia di Le Pera e di Arturi, fissati dal giudice che ne ha ordinato gli arresti. Il 21enne è difeso dall’avvocato Antonio Fusaro del foro di Castrovillari, il 39enne dall’avvocato Pasquale Di Iacovo dello stesso foro. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.