In carcere davanti ai giudici, stamane, scena muta del presunto giovanissimo killer Francesco Le Pera e dei suoi ritenuti complici Giorgio Arturi e Francesco Cufone

Nei caldissimi primi giorni dello scorso mese d’agosto, in incognito, i carabinieri in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, monitoravano intensamente la zona di contrada Fabrizio.

A bordo di normalissime auto “civetta”, i detective, in borghese, da lì passavano spesso, spessissimo. E senza dare nell’occhio cercavano “sul campo” riscontri a ciò che altri loro colleghi addetti alle intercettazioni telefoniche, telematiche ed ambientali, disposte dalla magistratura Antimafia, origliavano con discrezione dalla viva voce dei personaggi sospettati.

Quelli di Fabrizio intercettati col Trojan

Sugli smartphone d’alcuni di loro le cimici erano rappresentate dal famigerato Trojan, un software invisibile e capace di catturare, in tempo reale, dalla memoria di qualsiasi telefonino, messaggi scritti e vocali, fotografie ed altri tipi di files, oltre a carpirne le conversazioni tanto sulla rete cellulare quanto su quella di Internet. Persino le conversazioni né telefoniche né telematiche, se l’intercettato col Trojan tenendo il proprio telefono in tasca oppure tra le mani parlava con familiari, amici e conoscenti.

Durante la serata di giovedì 4 agosto, nel corso d’una indagine “lampo”, venivano arrestati – da quegli stessi carabinieri e con l’accusa d’estorsione mafiosa ai danni d’un commerciante di Piazzetta Portofino a Schiavonea – due pregiudicati: il 50enne Fabio Barilari, già in precedenza condannato definitivo per associazione mafiosa ed estorsione, e il 39enne Giorgio Arturi.

Giorgio Arturi

Quest’ultimo, residente a Fabrizio e da oltre quattro mesi in carcere, era proprio uno di quei sospettati, dagli uomini del colonnello Raffaele Giovinazzo e del tenente Marco Grasso, per l’omicidio a colpi di pistola e d’una mitraglietta del pregiudicato 57enne Pasquale Aquino alias Pasquale ‘U spusato, compiuto a Schiavonea la sera del precedente 3 maggio, nonché per il tentato omicidio d’un altro pregiudicato, il 39enne Cosimo Marchese alias “Il diavolo”, compiuto la sera del 1° giugno a colpi di fucile.

Arturi adesso è formalmente incriminato, oltre che per quell’estorsione, anche per l’omicidio Aquino.

Francesco Le Pera

Assieme a lui, da qualche giorno sono finiti in carcere il suo giovane genero, Francesco Le Pera, di 21 anni, fidanzato della figlia, anch’egli residente a Fabrizio, accusato d’essere stato il killer di Aquino, e Manuel Intrieri detto “Zuzù”, 21enne e di Fabrizio anch’egli, che unitamente ad Arturi avrebbe avuto il ruolo di “vedetta” e di “palo” prima del fatto di sangue compiuto con una pistola semi-automatica calibro 7,65 e con una mitraglietta Skorpion dello stesso calibro.

Manuel Intrieri

Il secondo componente del commando di fuoco che ha eliminato dalla scena delinquenziale Aquino, secondo i sospetti d’investigatori e magistrati Antimafia, potrebbe essere stato un 17enne di nazionalità rumena anch’egli di Fabrizio, indagato e finito in carcere con altre accuse.

Per lo stesso omicidio Aquino risultano indagati, in qualità di pianificatori ed organizzatori del fatto di sangue, quindi di mandanti, Giovanni Chiaradia, di 55 anni, e Piero Francesco Chiaradia, di 49, fratelli, di Fabrizio, il primo già in passato condannato definitivo per associazione mafiosa e considerato dall’Antimafia uno degli attuali boss della ‘ndrangheta coriglianese, il secondo già condannato definitivo per traffico di sostanze stupefacenti.

Per i due Chiaradia, però, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Giuseppe De Salvatore, non ha ritenuto sussistenti i gravi indizi di colpevolezza al fine di poter ordinare la loro incarcerazione in relazione all’omicidio come per gli altri arrestati nel blitz fatto scattare dai carabinieri la notte di martedì scorso, a seguito delle richieste pur formulate dal procuratore aggiunto Giancarlo Novelli, dal sostituto Alessandro Riello e dal procuratore capo Nicola Gratteri dell’Antimafia catanzarese.

Giovanni Chiaradia

Tuttavia, i due germani sono già in carcere dallo scorso 8 agosto, arrestati dai carabinieri dopo le loro indagini e sempre per decisione dell’Antimafia, con l’accusa d’essere stati i mandanti del maxi-incendio doloso e mafioso ai capannoni della nota azienda “Socas” di Fabrizio, compiuto la sera del 24 maggio precedente.

Nel giro di 3 mesi, 4 gravissimi fatti che l’Antimafia ritiene “connessi”

Un omicidio, fuoco e fiamme per danni economici enormi, un tentato omicidio e un’estorsione: un mix micidiale di ’ndrangheta con strettissime connessioni, non solo di luoghi e di tempi, ma anche se si guarda ai nomi degl’incriminati per ogni singolo fatto.

Mancava solo un “ingrediente” all’Antimafia: le armi. E le hanno trovate, proprio la sera prima d’arrestare i Chiaradia e proprio a pochi metri dalle loro abitazioni, gli stessi infaticabili carabinieri che con discrezione, quasi invisibili, in quelle calde giornate d’agosto controllavano proprio il fortino ‘ndranghetista di contrada Fabrizio.

Il covo di ‘ndrangheta in cui erano custodite le armi – un vero e proprio arsenale – era in un vecchio casolare disabitato e aperto proprio di Fabrizio, quella stessa zona rurale a pochi passi dal mare.

Da lì erano spuntati diversi fucili da caccia, pistole a tamburo, automatiche e semi-automatiche di vario calibro, oltre 400 proiettili di vario calibro e una mitraglietta di fabbricazione cecoslovacca Skorpion calibro 7,65.

Una consistente Santabarbara in buono stato di conservazione, imballata e sigillata con del nastro adesivo. Un grosso pacco d’armi comuni e da guerra opportunamente oleate e pronte a fare ancora fuoco.

Sì, ancora: perché 3 di quelle armi erano state usate pochissimo tempo prima proprio per mandare al Creatore Pasquale ‘U spusato e per attentare alla vita del “diavolo”. A dissipare con certezza i dubbi che AltrePagine in proposito aveva già allora sollevato (LEGGI QUI) erano stati i successivi esami scientifici, tecnici, e le analisi balistiche: opportuni accertamenti ovviamente disposti immediatamente dalla magistratura Antimafia.

«L’hanno trovata pure quella?!»

Già, ma come sono arrivati i carabinieri a mettere le mani su quegli strumenti di morte?

È presto detto.

Uno dei sospettati intercettati col Trojan, il giovanissimo Francesco Le Pera presunto killer di Aquino e attentatore di Marchese, a seguito dell’arresto del suocero Giorgio Arturi per estorsione del 4 agosto, palesava un forte nervosismo a causa di qualcosa di compromettente da distrarre ad eventuali perquisizioni dei carabinieri, e si prodigava a fare spostare con urgenza quel “qualcosa”.

Ordinandolo ai propri sodali e sottoposti: Antonio Pio Carvelli detto “Brivido”, di 18 anni, Antonio Martino detto “Bullone”, di 19, e il 17enne rumeno sospettato d’avere fatto coppia con lui nell’esecuzione mortale di Aquino.

Antonio Pio Carvelli

Il trasferimento dell’arsenale dall’incognito luogo di partenza al casolare disabitato di Fabrizio, scelto all’uopo dal minorenne rumeno perché vicino alla propria stessa abitazione, mandò in bestia Le Pera, che non lo considerava affatto un posto sicuro.

E non si sbagliava, il ragazzo. Nessuno lo sapeva, ma lì davanti c’erano le telecamere di video-sorveglianza fatte installare proprio dai carabinieri, che ripresero e registrarono il terzetto proprio mentre occultava quel pacco proibito. Dopo, nessun altro s’era introdotto nel casolare: fanno fede i filmati.

Antonio Martino

Le intercettazioni telefoniche durante il sequestro dell’arsenale da parte dei carabinieri – una manciata d’ore dopo – sono da manuale:

un altro indagato, anch’egli finito in carcere martedì, Francesco Cufone, di 32 anni, mandò infatti a Le Pera, su WhatsApp, una foto che ritraeva un carabiniere:

«C’è uno sbirro arrampicato»

– «Cancella questa foto France’… No… mo’ è grave la cosa!».

Francesco Cufone

E poi:

«L’hanno trovata pure quella?!».

Ed è la domanda di Le Pera, che, secondo i pubblici ministeri Antimafia e il giudice De Salvatore, alludeva alla pistola usata per ammazzare Pasquale ‘U spusato.

Stamane, nelle carceri di Cosenza e di Palmi, dal giudice e dai pubblici ministeri erano stati fissati gl’interrogatori di garanzia di Le Pera, Cufone ed Arturi, rispettivamente difesi dagli avvocati Antonio Fusaro, Rodolfo Alfieri e Pasquale Di Iacovo del foro di Castrovillari, ma tutt’e tre hanno fatto scena muta, avvalendosi della facoltà di non rispondere. direttore@altrepagine.it  

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Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.