Polemiche pre-natalizie. Nervi a fior di pelle. E mistificazioni. Come «il ripristino della legalità che l’amministrazione comunale sta portando avanti», per usare le esatte parole dell’ultima “grida” a mezzo stampa del movimento “Corigliano-Rossano pulita” del sindaco Flavio Stasi fuori e dentro il Consiglio comunale.

Nervosi per i grandi proseliti che sta facendo registrare da alcune settimane in qua il movimento scissionista che propugna il ritorno all’autonomia istituzionale ed amministrativa dei due ex distinti comuni di Corigliano Calabro e Rossano.

Si lodano e s’imbrodano per «il coraggio d’essersi costituiti parte civile nel processo di mafia “Fangorn”», un processo penale con imputati per taglio abusivo di legname in alcuni boschi del rossanese che con la “mafia” c’entra poco quanto nulla, dal momento che non è stato istruito dalla Procura Antimafia di Catanzaro bensì dalla Procura ordinaria di Castrovillari, e i protagonisti sono quattro pellizzuni di Rossano che paura non ne hanno mai fatta a nessuno. 

Con ogni probabilità, questi giovanotti e signorine senza arte né parte politica non sanno che l’amministrazione Stasi non ha alcun primato nella costituzione di parte civile nei processi penali associativi:

l’amministrazione dell’ex Comune di Corigliano retta dal sindaco Armando De Rosis – per esempio – si costituì in giudizio contro i mafiosi (e lo fece in tutti i gradi di giudizio) condannati nel processo istruito dalla Procura Antimafia di Catanzaro “Corinan-Criscente”, ottenendo da parte dei giudici il riconoscimento al risarcimento civile del danno sociale, economico, politico e d’immagine che al tempo (correva l’anno 2007) quegli ‘ndranghetisti provocarono alla città di Corigliano.

Ma restiamo nel campo della “lotta all’illegalità” dell’amministrazione Stasi. Che, come sostengono i suoi accoliti «ha già visto la demolizione di beni confiscati alla mafia come il lido “L’arca di Noè”» della marina coriglianese di Schiavonea, confiscato nel 2012 alla famiglia del boss di ‘ndrangheta Vincenzo Guidi che sta scontando in carcere un definitivo di pena a 30 anni per omicidio.

Ed è proprio su quella porzione adesso libera di litorale coriglianese (dove quei cialtroni rossanesi dell’associazione antimafia “Libera” nel giorno della demolizione del lido sventolavano le loro bandiere) che la scorsa estate l’amministrazione Stasi ha dato ben 35 mila euro tramite affidamento diretto di “servizio” all’associazione dei bagnini di quel Paolo Monte stretto amico dell’assessore comunale Costantino Argentino (LEGGI QUI):

praticamente, una lectio magistralis di legalità! 

Andiamo adesso alla voce del verbo “intercettare”, ch’è il verbo più in voga negli ambienti stasiani, la cui amministrazione da mesi sta “intercettando” – appunto – malloppi e malloppi di soldi del Piano nazionale di ripresa e resilienza per progettazioni finanziate dal Governo. Tra esse, vi sono quelle che riguardano alcuni immobili confiscati ad altri tre noti esponenti della ‘ndrangheta coriglianese. Vediamo.

Il primo è la grande palestra con annessa abitazione privata di Via Cannata allo Scalo coriglianese, che fu di Pietro Salvatore Mollo, morto suicida in carcere nel dicembre del 2010 prima della celebrazione del famigerato maxi-processo anti-‘ndrangheta “Santa Tecla”;

il secondo è la villa con annesso agrumeto di contrada Jacina a Corigliano centro che fu della famiglia di Giuseppe Russo detto ’U mussutu, condannato per usura mafiosa nel processo “Corinan-Criscente”;

il terzo è la villa in contrada Cardame allo Scalo coriglianese che fu della famiglia di Maurizio Barilari, capo ‘ndrina di Corigliano dai primi anni Duemila all’estate del 2009, quando fu arrestato nell’ambito della maxi-operazione “Timpone rosso” il cui processo lo vide condannato a 28 anni di carcere per la partecipazione a tre omicidi di ‘ndrangheta, e a 19 per associazione mafiosa ed estorsione nell’ambito dell’altro maxi-processo “Santa Tecla”, condanne da tempo definitive con Barilari detenuto al 41-bis

Tutti beni immobili che il Comune ha chiesto e ottenuto in consegna patrimoniale da parte dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata.

«La lotta alla ‘ndrangheta si combatte non solo con la repressione», ha detto il sindaco Stasi, «ma anche con lo smantellamento dei patrimoni immobiliari e soprattutto con il riutilizzo di questo patrimonio a fini sociali:

si tratta di un altro grande risultato dell’amministrazione, con un grande valore anche culturale, sociale ed etico».

Già, proprio come se a confiscare quei beni fosse stato lui!

Sì, proprio lui che nella sua campagna elettorale del 2019 con un condannato definitivo a 8 anni (già scontati) nel maxi-processo “Santa Tecla” ci andava a braccetto e ci si faceva fotografare ad ogni pie’ sospinto.

Parliamo ovviamente dell’ex avvocato Antonio Piccoli (nella foto d’apertura col sindaco Stasi) – radiato dall’Ordine degli avvocati proprio in seguito alla condanna per associazione mafiosa e narcotraffico. La moglie di Piccoli, l’ex avvocato Laura Pantano (nella foto qui sopra col marito), proprio durante l’amministrazione Stasi è stata assunta dal Comune come vigile urbano… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 20 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.