CORIGLIANO-ROSSANO – I magistrati della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro sin dal 2016 erano consapevoli che il boss della Sibaritide Leonardo detto Narduzzu Portoraro (foto), una volta uscito dal carcere, avrebbe cercato di “riorganizzarsi” da boss di ‘ndrangheta.

Come?

Assumendo il ruolo di “mediatore” tra i clan contrapposti che nei primi anni Duemila erano stati protagonisti della seconda cruenta e assai sanguinosa guerra di ‘ndrangheta combattuta nella Sibaritide, quella tra le famiglie Forastefano ed Abbruzzese di Cassano Jonio che videro decine di morti ammazzati, da una parte e dall’altra, e che poi finirono per allearsi dando vita a una “supercosca”. Quella che oggi domina criminalmente in lungo e in largo nell’intero comprensorio.

Appena dopo i suoi sforzi “diplomatici”, però, è possibile che Portoraro volesse passare dal ruolo di pacificatore a quello di dominus d’alcuni specifici affari criminali.

Quali?

Quelli connessi alla sua attività d’imprenditore edile, finalizzata ad ingerirsi in ogni modo possibile nel mega-appalto dei cantieri per la costruzione del nuovo tracciato della Strada statale 106, quello che da Roseto Capo Spulico arriverà fino a Sibari.

Portoraro, con ogni probabilità, stava cercando di serrare le fila dei picciotti a lui storicamente “più vicini” ed era al contempo impegnato a costruire una “rete” d’imprese edili che in modo occulto avrebbero dovuto rispondere e “corrispondere” a lui, aspirante “ministro dei lavori pubblici” della ‘ndrangheta sibarita.

Il plateale agguato mortale al “Tentazioni” di Villapiana Lido, 5 anni e mezzo fa

La sua plateale “eliminazione”, avvenuta nella tarda mattinata del 6 giugno 2018, venne scandita da una trentina di proiettili vomitati da un fucile mitragliatore kalashnikov e dai colpi di grazia esplosigli contro con una pistola dalle mani d’un commando killer ‘ndranghetista sceso fulmineamente dall’abitacolo di un’Audi A3 ed entrato in azione tra i tavolini del “Tentazioni”, il locale della famiglia di Portoraro ubicato nel pieno centro urbano di Villapiana Lido (leggi anche: ‘Ndrangheta nella Sibaritide: l’omicidio del boss Portoraro e le “eleganti” condoglianze del mammasantissima Abbruzzese).

Un boss “di troppo”

Portoraro non aveva capito che oramai lui era di troppo. Negli atti della maxi-inchiesta anti-‘ndrangheta “Athena”, che lo scorso 30 giugno ha portato a 68 arresti, si parla anche di lui. Anzi, è proprio lui che parla, attraverso le intercettazioni telefoniche ed ambientali cui quand’era ancora in vita la Procura Antimafia catanzarese l’aveva sottoposto.

Dalle carte giudiziarie emergono in particolare i dialoghi di Portoraro con alcuni importanti imprenditori della zona, vittime della “supercosca”. Entrambi si rivolsero a lui, sperando, invano, d’ottenere “protezione”.

Uno dei due, titolare di un’azienda agricola, ogni settimana era costretto a consegnare diversi quintali di pesche ai nuovi boss.

In seguito riferì agl’inquirenti cosa gli disse Portoraro:

«Mi rispose che non poteva fare niente, ma mi consigliava di non dar loro più nulla, perché altrimenti mi avrebbero chiesto sempre più merce».

Ed era la verità, come dimostrano le captazioni di Portoraro del 15 settembre 2017 – 9 mesi prima che venisse ammazzato – in mano agli stessi inquirenti:

«Se siete imprenditori e non volete avere a che fare, quando vengono denunciateli», diceva Portoraro rivolgendosi idealmente alle vittime.

E parole sprezzanti all’indirizzo dei nuovi capi-‘ndrangheta:

«Questi, quando vanno una volta in galera… ci vanno due volte… non ci vanno più perché sono vigliacchi. Non è che sono cristiani, che… dice: “Oh, mi hai denunciato… t’ammazzo!”. Perchè sono uomini di merda!».

Un altro dialogo di Portoraro è del 30 gennaio 2018 e come secondo “attore” ha un importante impresario edile. Da costui gli ‘ndranghetisti si rifornivano d’asfalto, cemento e materiale inerte, senza dargli un centesimo.

«Gli ho sempre detto che qua non dovevano venire», gli risponde Portoraro rivendicando il proprio antico potere. Pochi giorni dopo, proprio il vecchio padrino si ripresentò in quel cantiere proprio con uno dei nuovi boss. Che doveva rifornirsi d’altro materiale, con l’intenzione, però, di pagare, e di farlo entro pochi giorni. A garantire per lui era proprio Portoraro. Purtuttavia, Portoraro non garantì proprio nulla, perché il giovane boss a pagare l’imprenditore non passò mai, come raccontò in seguito la stessa vittima agl’investigatori.

Nelle settimane successive, infatti, Portoraro lo contattò più volte per chiedergli se fosse stato pagato:

«Io ogni volta rispondevo di no e pertanto era proprio Narduzzo a esortarmi a non fornirgli ulteriore materiale».

Tanto il dialogo con l’imprenditore agricolo quanto quello con l’impresario edile dimostrano che Portoraro, con le proprie esortazioni, “ostacolò” a suo modo i nuovi boss. E a questi ultimi qualcuno certamente lo “soffiò”.

Comunque sia, al momento sono ignoti tanto i mandanti quanto gli esecutori materiali del suo omicidio, che è stato certamente “autorizzato” dal crimine calabrese considerata l’alta “caratura” ‘ndranghetista del personaggio, così come ignoto è il suo esatto movente… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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