Il 54enne dal 2015 sta scontando 20 anni di carcere al 41-bis. Il Tribunale di Castrovillari oggi riconosce colpevoli Arturi, Sammarro, Sabino, De Patto e Lagano per fatti del 2013 e 2014

CASTROVILLARI – Clamoroso, ma vero. L’unico ad uscirne assolto è stato il superboss già condannato definitivo in altri processi e detenuto da 9 anni in regime di “carcere duro” al 41-bis nell’istituto di pena di Cuneo.

Per il resto, il pubblico ministero Antonino Iannotta, nel tardo pomeriggio di oggi ha visto soddisfatte le proprie richieste di condanna formulate lo scorso mese di gennaio dinanzi ai giudici del collegio penale del Tribunale di Castrovillari (presidente Anna Maria Grimaldi, a latere Orvieto Matonti e Rosamaria Pugliese).

Il processo ha visto imputati, per associazione a delinquere finalizzata a una serie di reati, 6 pluripregiudicati coriglianesi di Corigliano-Rossano, tutti gravitanti nell’orbita della ‘ndrangheta.

Si tratta di Giuseppe De Patto detto ‘U mapputu di 32 anni, Giovanni Arturi detto ‘A vozza di 42, Davide Lagano di 30, Luigi Sabino di 46, Giuseppe Sammarro detto ‘U cardillu di 54 (difesi dagli avvocati Francesco Paolo Oranges, Andrea Salcina, Sergio Rotundo e Antonio Pucci), e Filippo Solimando di 54 (nella foto d’apertura, difeso dagli avvocati Pasquale Di Iacovo e Rosetta Rago).

Per Solimando il rappresentante della pubblica accusa aveva sollecitato la condanna a 8 anni di reclusione e 8 mila euro di multa, ma la maggior parte dei reati che gli venivano contestati è stata dichiarata prescritta.

L’assoluzione però l’ha incassata eccome, perché l’unico reato non prescritto era un’estorsione, e i giudici l’hanno riconosciuto innocente «per non aver commesso il fatto».

Ad Arturi inflitti 6 anni e sei mesi di carcere e 3 mila euro di multa;

a Sammarro 5 anni e tre mesi e 4.500 euro di multa;

a Sabino 6 anni e sei mesi e 3 mila euro di multa;

a De Patto 7 anni e sei mesi e 5 mila euro di multa;

a Lagano 7 anni e 4 mila euro di multa.

Un “tribunale parallelo”… per “punire” i delinquenti dello Scalo

Questo processo è stato battezzato “Tribunale”. Perché – secondo le accuse dei magistrati della Procura castrovillarese – alcuni degl’imputati sarebbero stati adusi a convocare un tribunale parallelo a quelli in cui s’amministra la giustizia dello Stato, con un “presidente” incarnato proprio dal boss di ‘ndrangheta Solimando, ed i suoi “giudici a latere”, una sorta d’organismo criminal-giudiziario ch’era chiamato a valutare le condotte di quei soggetti resisi responsabili di reati, senza preventiva “autorizzazione”.

Da quei processi sommari sarebbero scaturite diverse “sanzioni” comminate ai diversi componenti d’una banda di delinquenti operante nello Scalo coriglianese, vittime di violente aggressioni fisiche, anche con armi, nel tentativo d’imporre un capillare controllo “centralizzato” sui reati contro il patrimonio.

Quelli appartenenti al gruppo “autonomo” dello Scalo sono ovviamente anch’essi imputati, ma in un altro processo scaturito dalla medesima indagine. Condotta dai carabinieri di Corigliano tra il 2013 e il 2014, che arrestarono in flagranza di reato 9 dei 21 soggetti complessivamente finiti a processo.

L’inchiesta aveva fatto emergere ben 8 episodi di ritenuta natura estorsiva ai danni d’imprenditori del luogo, e due rapine in danno di un’anziana donna e d’un altro anziano.

Le indagini dei carabinieri con intercettazioni telefoniche e ambientali

Al centro dell’inchiesta dei carabinieri che ha condotto ai due collegati processi, un “rosario” d’estorsioni, furti, rapine, danneggiamenti e tant’altro. Persino l’incendio appiccato all’autovettura d’un appuntato degli stessi carabinieri che stavano indagando avvalendosi anche d’intercettazioni telefoniche e video-ambientali.

Insomma, “Tribunale” è il processo ai ritenuti “compari” del boss ‘ndranghetista Solimando, quelli cresciuti alla sua ombra.

Al superboss presto potrebbe essere revocato il “carcere duro”

Solimando era finito tra le sbarre nel febbraio del 2015 nell’operazione anti-‘ndrangheta ed antidroga “Gentlemen” e da allora è detenuto al 41-bis (regime detentivo che presto gli potrebbe essere revocato, ecco perchè) dapprima nel carcere di Opera a Milano e poi trasferito a Cuneo, dove sta scontando la sua definitiva condanna a 20 anni per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga su scala intercontinentale.

Il Tribunale di Castrovillari

I solidi elementi di prova dell’accusa

Il quadro delineato dall’inchiesta “Tribunale” si fonda sulle risultanze ottenute dall’attività d’intercettazione, dalle testimonianze e dalle denunce delle vittime, corroborate dai riscontri nell’ambito di numerosi servizi d’osservazione e pedinamento compiuti dai militari in forza alla Sezione operativa dell’Arma coriglianese. Qui v’erano due gruppi criminali contrapposti, quello del centro storico e quello dello Scalo:

il primo costituito dai volti storici della criminalità locale e caratterizzato da una maggiore caratura delinquenziale rispetto all’altra banda, composta invece da ragazzi di giovane età.

Gli elementi di prova raccolti in sede d’indagine hanno consentito di dimostrare come il sodalizio del centro storico operasse sulla base d’un programma criminoso volto alla realizzazione d’una serie indefinita di delitti contro la persona ed il patrimonio, evidenziando una struttura associativa stabile, con una netta e delineata distribuzione dei compiti tra i vari sodali. Gli avvocati degl’imputati condannati attendono le motivazioni della sentenza – che saranno depositate entro 90 giorni – per ricorrere in appello contro le odierne condanne. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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