Da Abbruzzese “Dentuzzu” a Forastefano “L’Animale”, passando per Barilari e Solimando: 9 sono di Cassano Jonio e 2 di Corigliano 

CORIGLIANO-ROSSANO – Trentadue anni fa, dopo la strage mafiosa di Capaci del 23 maggio 1992 in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie e gli uomini delle forze dell’ordine che componevano la loro scorta, all’unico comma del già esistente articolo 41-bis della Legge sull’ordinamento penitenziario italiano, se ne aggiunse un secondo.

La norma fu varata attraverso il cosiddetto Decreto antimafia Martelli-Scotti.

Il testo fu più volte modificato, fino a quello odierno:

«Quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, anche a richiesta del Ministro dell’interno, il Ministro di grazia e giustizia ha altresì la facoltà di sospendere, in tutto o in parte, nei confronti dei detenuti per taluno dei delitti di cui al comma 1 dell’articolo 4- bis, l’applicazione delle regole di trattamento e degli istituti previsti dalla presente legge che possano porsi in concreto contrasto con le esigenze di ordine e di sicurezza».

Il prosieguo del (lunghissimo) comma legislativo regolamenta l’intero regime differenziato del cosiddetto carcere duro.

La norma più odiata dagli ‘ndranghetisti e la strategia dell’Antimafia di Catanzaro

Il 41-bis è la norma di legge in assoluto più odiata da mafiosi, camorristi e ‘ndranghetisti – siano essi anche solo indagati, oppure imputati o condannati – poiché, dal carcere ove si trovano detenuti, impedisce loro di comunicare e dare ordini all’esterno fino a farli giungere ai loro sottoposti sul territorio in cui è attiva e opera l’organizzazione criminale capeggiata.

Il carcere duro è la strategia scelta dalla Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro per inginocchiare la ’ndrangheta nella Sibaritide, per ridurne l’influenza, per limitare il potere di boss e picciotti rimasti imprigionati nelle maglie delle numerose inchieste condotte negli ultimi 25 anni dai magistrati che da qualche settimana in qua sono diretti dal neo procuratore Salvatore Curcio.

Il procuratore Curcio

Fino a qualche anno fa il numero complessivo dei detenuti al carcere duro era inferiore a quello odierno:

nel 2021 erano in 8, oggi sono 11.

Applicato con decreto del ministro della Giustizia

L’applicazione del carcere duro è adottata con decreto motivato a firma del ministro della Giustizia proprio su richiesta dei magistrati antimafia. Il primo decreto ha la durata di quattro anni, ma è prorogabile per periodi di due anni.

La proroga è disposta quando risulta che la capacità di mantenere collegamenti con l’associazione criminale non sia venuta meno, tenuto conto anche del profilo criminale e della posizione rivestita dal soggetto in seno all’associazione, della perdurante operatività del sodalizio criminale, della sopravvenienza di nuove incriminazioni non precedentemente valutate, degli esiti del trattamento penitenziario e del tenore di vita dei familiari del sottoposto.

Cosa prevede il regime carcerario differenziato

Il carcere duro prevede l’adozione di misure d’elevata sicurezza interna ed esterna, con riguardo principalmente alla necessità di prevenire contatti con l’organizzazione criminale d’appartenenza o d’attuale riferimento, contrasti con elementi d’organizzazioni contrapposte, interazione con altri detenuti appartenenti alla medesima organizzazione o ad altre ad essa alleate (il cosiddetto isolamento).

E ancora:

un solo colloquio al mese da svolgersi ad intervalli di tempo regolari ed in locali attrezzati in modo da impedire il passaggio d’oggetti. Vietati i colloqui con persone diverse dai familiari e conviventi. I colloqui vengono sottoposti a controllo auditivo e a registrazione. Può essere autorizzato un colloquio telefonico mensile coi familiari e conviventi della durata massima di dieci minuti sottoposto comunque a registrazione. I colloqui sono in ogni caso video-registrati.

Tali disposizioni non s’applicano ai colloqui con gli avvocati difensori, coi quali può effettuarsi, fino a un massimo di tre volte alla settimana, una telefonata o un colloquio della stessa durata di quelli previsti coi familiari.

Il regime carcerario differenziato prevede pure la limitazione delle somme, dei beni e degli oggetti che possono essere ricevuti dall’esterno, l’esclusione dalle rappresentanze dei detenuti, la sottoposizione a visto di censura della corrispondenza salvo quella coi membri del Parlamento o con autorità europee o nazionali aventi competenza in materia di giustizia, la limitazione della permanenza all’aperto, che non può svolgersi in gruppi superiori a quattro persone, ad una durata non superiore a due ore al giorno fermo restante il limite minimo di un’ora.

Il carcere duro prevede altre misure di sicurezza attraverso accorgimenti di natura logistica sui locali di detenzione, volte a garantire che sia assicurata l’assoluta impossibilità di comunicare tra detenuti appartenenti a diversi gruppi di socialità, scambiare oggetti e cuocere cibi.

Tra i sibariti al 41-bis, solo uno è ergastolano

Tra i numerosissimi ‘ndranghetisti della Sibaritide detenuti, quelli al 41-bis si trovano reclusi in diversi istituti di pena italiani ben lontani dalla Calabria e di massima sicurezza.

C’è Franco Abbruzzese detto Dentuzzu, 54 anni, capo supremo del clan cosiddetto degli zingari di Cassano Jonio, lui è l’unico definitivamente condannato all’ergastolo:

è detenuto ininterrottamente dal luglio del 2009, quando venne arrestato nell’ambito della maxioperazione “Timpone rosso” assieme a numerosi altri ‘ndranghetisti del comprensorio jonico.

Abbruzzese “Dentuzzu”

Il suo “testimone”, vale a dire la “reggenza” del clan, secondo i magistrati antimafia sarebbe poi passato all’alleato già capo ‘ndrina di Corigliano, Filippo Solimando, 55 anni (nella foto d’apertura), condannato definitivo a vent’anni, il quale in carcere c’è finito nel febbraio 2015 quando scattò l’operazione “Gentlemen” e da allora pure lui è sottoposto al carcere duro.

Come Fiore Abbruzzese detto Ninuzzu, 59 anni, Luigi Abbruzzese detto ‘U pinguinu, 49, e Francesco Abbruzzese detto ‘U pirolu, 47, tutti ovviamente zingari cassanesi, boss e gregari di spicco parenti di Dentuzzu, e tutti condannati definitivi nel processo “Timpone rosso” a pene variabili fino a trent’anni, tra loro qualcuno catturato dopo qualche anno di latitanza.

L’operazione “Timpone rosso” del luglio 2009 vide finire al carcere duro pure Maurizio Barilari, 55 anni, alleato degli zingari e al contempo già capo ’ndrina di Corigliano, condannato a ventott’anni, e a diciannove nel processo “Santa Tecla”, in modo definitivo.

Maurizio Barilari

Tornando agli Abbruzzese, in tempi recentissimi – tra i mesi di gennaio e marzo dell’anno scorso – il carcere duro è stato applicato al figlio di Dentuzzu, Luigi Abbruzzese, 35 anni, che il boss Solimando nelle intercettazioni telefoniche dell’inchiesta “Gentlemen” indicava come Il piccoletto, pure lui condannato definitivo a vent’anni e catturato da latitante, ai suoi zii e fratelli di Dentuzzu, Nicola Abbruzzese detto Semiasse, 45 anni, e Leonardo Abbruzzese detto Nino oppure Castellino, 39 anni, gli ultimi due condannati a vent’anni in primo grado appena un paio di settimane fa, nel processo “Athena”, dove il nipote ne ha rimediati quattordici.

Leonardo, Nicola e Luigi Abbruzzese

Gli ultimi Abbruzzese finiti al 41-bis sono stati, uno dopo l’altro, tutti “reggenti” della potente cosca degli zingari, detentrice del Locale di ‘ndrangheta di Cassano cui sono sottoposte le ‘ndrine di Corigliano e di Rossano. Un tempo acerrima nemica dell’altra potente cosca, quella della famiglia cassanese doc dei Forastefano contro la quale ha combattuto una cruentissima guerra di ‘ndrangheta con decine di morti ammazzati caduti sia dall’una che dall’altra parte, ma, almeno a partire dal 2014, alleatasi con essa per dare vita a una “supercosca” che domina criminalmente, comune per comune, l’intero comprensorio della Sibaritide.

Pasquale Forastefano

Della famiglia ‘ndranghetista alleata, due sono gli esponenti detenuti al 41-bis, Vincenzo Forastefano, 51 anni, condannato definitivo a ventiquattr’anni nel processo “Omnia” (Un altro «No» dalla Cassazione: niente tv né “permesso premio”), e Pasquale Forastefano detto L’animale o Il pazzo, condannato a sedici anni in primo e in secondo grado nel processo “Kossa”. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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