I 3 smartphone sequestratigli dai carabinieri a gennaio, sarebbero stati destinati al detenuto coriglianese Mario Magno

ROMA – La sua “parabola” giudiziaria era cominciata quest’inverno. Era domenica 12 gennaio scorso quando i carabinieri in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano l’avevano fermato a bordo della sua auto mentre si dirigeva nel carcere di contrada Ciminata Greco per montare nel proprio turno di servizio.
L’assistente capo della polizia penitenziaria Antonio Urso, 36 anni, rossanese (foto), era stato trovato in possesso di ben 3 smartphone completi di caricabatterie, ma privi di schede, nel pieno d’una “stagione” durante la quale proprio in quel penitenziario, tra celle ed anfratti, “spuntavano” (e ancora continuano a spuntare) telefoni cellulari di ultima generazione coi quali i detenuti comunicano con l’esterno quando e come vogliono. Tali tipi di comunicazioni sono ovviamente vietati ed è reato introdurre apparecchi telefonici negl’istituti di pena italiani.
Un blitz evidentemente “mirato” quello dei carabinieri – che sull’introduzione di smartphone nel carcere cittadino stanno da tempo indagando – e una perquisizione null’affatto casuale quella toccata alla guardia penitenziaria Urso, che i 3 apparecchi finiti sotto sequestro li teneva occultati nei calzini.
La perquisizione era stata poi estesa alla sua abitazione, da dove era spuntato pure un piccolo quantitativo di droga del tipo cocaina, anch’esso sequestrato:
una volta condotto in caserma, Urso aveva confessato tutto.

Il carcere di Corigliano-Rossano
Il magistrato di turno in Procura a Castrovillari l’aveva subito assegnato agli arresti domiciliari, l’arresto era stato poi convalidato dal giudice per le indagini preliminari e l’amministrazione penitenziaria l’aveva immediatamente sospeso dal servizio con la metà dello stipendio.

Dopo 19 giorni, però, i giudici del Tribunale del riesame di Catanzaro aditi dai suoi difensori – gli avvocati Antonella Caputo e Gianluigi Zicarelli – avevano annullato il suo arresto e l’avevano liberato (La difesa: «3 telefoni ad uso personale»).
I legali di Urso avevano parlato di «insussistenti gravi indizi di colpevolezza», sottolineando che «nonostante gli indizi a suo carico, siamo riusciti a dimostrare che il nostro assistito deteneva i 3 telefoni cellulari e i caricabatterie per motivi personali, e che gli stessi non erano destinati all’ingresso in carcere».
Quegli smartphone “personali” però non furono dissequestrati dalla magistratura.
Al “giallo” giudiziario oggi s’aggiunge un nuovo clamoroso capitolo, con Urso che rischia un nuovo arresto.
Il pubblico ministero presso il Tribunale del riesame di Catanzaro, infatti, contro la liberazione dell’agente Urso aveva proposto ricorso dinanzi ai giudici della suprema Corte di Cassazione. Che, all’udienza dello scorso 10 aprile, hanno annullato quanto deciso dai giudici catanzaresi, vale a dire l’annullamento dell’arresto della guardia carceraria.
Le motivazioni della sentenza emessa dagli ermellini del cosiddetto Palazzaccio romano di Piazza Cavour sono state depositate lo scorso 9 maggio, e da esse è emerso pure il nome del detenuto cui i 3 smartphone sarebbero stati destinati:
si tratta del 42enne coriglianese Mario Magno, che sta scontando una condanna definitiva a 12 anni per un sequestro di persona a scopo d’estorsione commesso nel 2012 ai danni d’uno straniero.

Ecco cosa scrivono i giudici della Cassazione nella loro lunga “censura” ai giudici catanzaresi
«Il Sostituto Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Catanzaro ha dedotto sia che non corrisponderebbe al vero che l’indagato, prima di ammettere i fatti, avrebbe reso dichiarazioni di segno contrario (che non si rinvengono in atti) sia che sarebbe illogico ritenere, come affermato nel provvedimento impugnato, che l’indagato deteneva i telefonini per coltivare relazioni extraconiugali, atteso che tali beni erano privi di sim ed erano stati occultati mentre si recava al lavoro e non mentre tornava a casa.
Con riguardo alle esigenze cautelari, la Parte pubblica ricorrente ha fatto rinvio all’ordinanza emessa nei confronti dell’indagato dal Giudice per le indagini preliminari.
Il ricorso è fondato.
Il Tribunale ha ritenuto che, nel verbale redatto dai Carabinieri, che avevano fermato l’indagato, erano state indicate soltanto le dichiarazioni con cui quest’ultimo aveva ammesso i fatti, ma, pur dandosi atto di un precedente propalato di segno contrario, non ne era riportato inspiegabilmente il relativo contenuto.
In tale situazione «non era dato comprendere appieno quale fosse stata la reale natura del dichiarato ovvero se lo stesso fosse stato effettivamente spontaneo, per tale volendosi riferire non già alla volontarietà dello stesso quanto piuttosto all’assenza di sollecitazioni o induzioni da parte delle forze dell’ordine, che lo hanno ricevuto e trasfuso in maniera, come detto, parcellizzata nel relativo verbale».
A fronte di tale lacuna investigativa e in presenza di un’alternativa verosimile versione, quale quella resa dall’indagato nel corso dell’udienza camerale, in parte suffragata dalla produzione difensiva, il Tribunale ha ritenuto che non potesse dirsi raggiunto quello standard probatorio per il mantenimento del presidio cautelare.
Siffatta motivazione è viziata.
Va rilevato, innanzitutto, che dal verbale di spontanee dichiarazioni emerge che l’indagato ha ammesso di detenere tre telefoni cellulari per consegnarli a un detenuto e che tale frase è stata preceduta dalla seguente:
«Specifico che al contrario di quanto ho precedentemente asserito».
A fronte di quanto precede può affermarsi che la verbalizzazione, effettuata dagli agenti, consente di comprendere agevolmente che le prime dichiarazioni dell’indagato erano state di segno contrario rispetto a quelle ammissive dei fatti, rese sempre dinanzi agli operanti.
Nel verbale redatto non si è riportato lo specifico contenuto delle prime dichiarazioni rese, ma, comunque, è chiaro che si trattava di asserzioni con cui l’indagato aveva giustificato la detenzione dei telefoni senza fare riferimento alla consegna da effettuare al detenuto Mario Magno.
Ciò che viene in rilievo, quindi, è una sintetica verbalizzazione delle prime dichiarazioni rese dall’indagato ma, contrariamente a quanto ritenuto dal Tribunale, stante la possibilità di desumere agevolmente ed inequivocabilmente il senso complessivo di quanto affermato dall’indagato, non può affermarsi che le sue dichiarazioni sono state trasfuse in maniera parcellizzata nel relativo verbale e che vi è una lacuna investigativa.
Va poi aggiunto che il Tribunale non ha chiarito perché fosse verosimile la versione offerta dall’indagato in udienza, secondo cui egli deteneva i telefoni in ragione delle sue relazioni extraconiugali.
Pur essendo emersa l’esistenza di relazioni extraconiugali e di contatti avuti con un’amante utilizzando altri numeri di telefoni, il Collegio della cautela avrebbe dovuto porsi il problema della verosimiglianza della versione fornita dall’indagato in udienza alla luce delle circostanze in cui sono stati rinvenuti i telefoni, che erano privi di sim e custoditi in calzini sigillati con nastro adesivo.
Vaglio che, invero, non risulta effettuato.
Inoltre, a fronte di dichiarazioni dello stesso indagato contrastanti tra loro, il Tribunale non ha apprezzato il grado di attendibilità dell’una o delle altre prendendo in considerazione tutti i dati emersi, quali, ad es., come rimarcato nel ricorso, il fatto che le dichiarazioni ammissive erano dettagliate sui luoghi, sulle persone coinvolte ed erano anche riscontrate dal rinvenimento presso l’abitazione dell’indagato della cocaina che lo stesso aveva riferito essere il prezzo per la consegna in carcere dei telefoni.
Ne discende che la scelta valutativa, effettuata dal Tribunale in favore delle dichiarazioni rese dall’indagato in udienza, non è supportata dal necessario approfondimento e dalla correlata idonea motivazione.
Le rilevate deficienze motivazionali impongono l’annullamento del provvedimento impugnato con rinvio al Tribunale di Catanzaro che effettuerà nuovo giudizio, rivalutando il materiale probatorio a disposizione e colmando i vuoti argomentativi segnalati». direttore@altrepagine.it