L’ingordigia dei gestori del Castello ducale e delle associazioni… “no-profit”: i pochi bar esistenti non riescono a vendere nemmeno una bottiglietta d’acqua ai visitatori! 

CORIGLIANO-ROSSANO – “Le botteghe di una volta” è il titolo d’un appassionante libro in più volumi del professore coriglianese Giovanni Scorzafave, ma per la storia che ci accingiamo a raccontarvi noialtri, dobbiamo posporre le parole:

Una volta… le botteghe.

Nel senso che una volta c’erano ed erano davvero tante, tantissime, mentre adesso non ci sono più.

Già, perché il centro storico coriglianese, magistralmente raccontato da Scorzafave attraverso la storia di quei tantissimi negozi che ne caratterizzavano la vita, oggi è morto, e se non è ancora sepolto, ci manca davvero poco, pochissimo.

Sì, perché di negozi ne sono rimasti pochissimi e sono ubicati a una distanza abissale tra essi:

percorrendo Corigliano Paese in lungo e in largo se ne può scorgere solo uno ogni tanto.

Il primo “colpo d’occhio” lo si ha attraversando Via Roma, il suo corso principale, che un tempo pullulava d’attività commerciali d’ogni genere merceologico, tanto per le tasche popolari quanto per quelle di ricchi e benestanti:

a parte un generi alimentari, un negozietto di souvenir coriglianesi e calabresi in genere e la bottega d’arte d’un eccentrico artista locale, c’è solo un piccolo negozio d’abbigliamento, aperto da poco per una scelta ardita, temeraria, d’una donna di nazionalità straniera.

Via Roma all’alba, un’alba sempre più triste…

Stessa visuale – anzi peggiore – percorrendo Corso Principe Umberto fino a Piazza Guido Compagna, e poi scendendo verso il Fondaco dove da qualche anno ha chiuso i battenti pure la farmacia per trasferirsi allo Scalo.

Peggio ancora Via San Francesco, e, salendo più su di Piazza Vittorio Veneto, lungo Viale delle Rimembranze, la zona che gravita attorno a quel pochissimo che oramai è rimasto dell’ospedale “Guido Compagna”, un quadro desolante spezzato solo da una storica gelateria che dopo qualche anno di chiusura ha cambiato arditamente gestione, da una piccola pizzeria al taglio e un piccolo alimentari.

Ridiscendendo verso l’Ariella di Via Aldo Moro il quadro non cambia, gli “ultimi giapponesi” sono un bar e un paio di modeste attività.

Resistono i bar, il tabacchino e la sala slot di Sant’Antonio, il quartiere che rappresenta l’ingresso al Paese, dove vanno avanti per forza d’inerzia pure una macelleria e un paio di piccoli “supermarket”.

Nel centro storico coriglianese non esistono un ristorante, una trattoria o un pub:

fino a una ventina d’anni fa c’era un buon ristorantino in Piazza Compagna e un bellissimo pub su Via Tricarico:

il primo è “durato” un po’ di anni, anche se a fatica da parte dei gestori, il secondo assai meno, e pensare che un gruppo di volenterosi fra imprenditori e professionisti coriglianesi ci aveva investito fiori di quattrini, buttati al vento…

Nemmeno una pizzeria:

fino a una decina d’anni fa ce n’era una, poi ha chiuso i battenti;

una famiglia di noti imprenditori locali ne aveva “inaugurata” un’altra, ma è rimasta aperta per meno d’un anno.

Una ventina d’anni fa, un giovane laureato dell’estremo Nord Italia una volta ch’era in vacanza nella Sibaritide era giunto nel centro storico coriglianese e se n’era innamorato:

così decise pure lui d’investirvi, acquistando un primo immobile e poi altri due. Creò la sua “rete” locale di Bed and breakfast, ma da tempo quelle attività sono chiuse e il “sognatore non indigeno” ha scelto d’andare a svolgere la professione d’insegnante nella scuola pubblica, fuori dalla Calabria.

Negli stessi anni, un altro arditissimo “tentativo” lo fece una coriglianese del centro storico doc:

in un locale di sua proprietà in Piazza Compagna aprì un caffè letterario del quale oggi purtroppo non resiste nemmeno il ricordo, mentre pure lei svolge la professione d’insegnante.       

Il Ponte Margherita sul Torrente Coriglianeto che conduce in centro storico (foto di Gaetano Gianzi)

Quando il degrado supera la grande bellezza

Del centro storico coriglianese l’impietosa “foto” reale è questa, ma di esso quotidianamente altri raccontano un sacco di frottole.

Che sia bello, caratteristico, stracolmo di chiese di varie epoche tutte architettonicamente bellissime e ricche d’arte, e che, pur malandati, vi sono alcuni palazzi nobiliari e ci sono l’antico Teatro Valente e il Complesso della Riforma e bla bla bla, certo va detto, ma bisogna prendere atto che oggi è ridotto a un deserto.

Sì, il centro storico coriglianese è un deserto e fa paura. Già, perché proprio un deserto-deserto non è, perché esso è un’enclave dov’è facile immaginare che quotidianamente – e silenziosamente – vi si possono condurre attività illecite d’ogni genere senza che nessuno se ne accorga. Oppure facendo finta di non accorgersene…

Eppure in Piazza del Popolo (oggi molto meno “piazza” e senza popolo), dentro Palazzo Bianchi c’è la sede “legale” del Comune di Corigliano-Rossano, la cosiddetta Terza città della Calabria:

a proposito, abbiamo scandalosamente scoperto che in quella che dovrebbe essere la sede comunale “centrale” di Corigliano-Rossano vi lavorano solo e soltanto 8 unità di dipendenti comunali, nell’Ufficio Anagrafe al pianterreno. Il resto dell’enorme Palazzo di Città è ridotto a una sporadica “sede di rappresentanza” del sindaco Flavio Stasi, dei suoi assessori e dei consiglieri comunali.

Il sindaco Stasi a Palazzo Bianchi

Non va certo meglio nella sede comunale di Palazzo Garopoli, oramai svuotata di numerosi uffici che l’amministrazione Stasi ha trasferito nella “capitale” Rossano e ridotta persino a una condizione di totale degrado fisico…

Quattro scatti indegni tra l’atrio e il giardino della sede comunale di Palazzo Garopoli

Il Castello ducale: il primo “attrattore” turistico è “funzionale” solo a pochi

Un discorso tutto “suolo merita il Castello ducale. Sì, perché se il centro storico coriglianese è naturalmente vocato al turismo culturale, il monumentale maniero cinquecentesco ne è senz’alcun dubbio l’esclusivo attrattore.

Peccato che esso sia funzionale solo a quelle poche facce locali (sempre le stesse) che si auto-esaltano quando vanno a quei convegni e a quelle serate il più delle volte pseudo-culturali quando non addirittura di cultura della masturbazione.

Il Castello ducale è patrimonio comunale, naturalmente deve realizzare profitto attraverso le visite a pagamento e la sua gestione non è diretta da parte del Comune, bensì esternalizzata a una società “assai vicina” all’assessore comunale al Turismo, Costantino Argentino, un pierre divenuto rampante imprenditore locale del divertimento che proprio da quella società s’è “formalmente” dimesso quando ha incarnato la carica pubblica che ricopre.

Tra i mesi di marzo e giugno d’ogni anno, il Castello accoglie le visite di tantissime scolaresche provenienti dall’intera Calabria e da altre regioni del Sud Italia:

i gestori ovviamente sanno in anticipo quante unità di scolari accompagnate dai loro insegnanti giungeranno nel giorno pre-stabilito e si fanno trovare “pronti” di tutto, anche di vivande da bar e da consumo veloce, come bottigliette d’acqua e snack. Un’ingordigia commerciale a tutto discapito dei bar del centro storico, e, in particolare, dell’unico di essi ubicato nei pressi del Castello, quello che fa angolo con la sede comunale del semi-deserto Palazzo Bianchi.

Sembrerebbe che i gestori del Castello avvisino preventivamente gl’insegnanti accompagnatori, e così nessuno passando davanti al bar vi si ferma, se non per “approfittare” del bagno.

I gestori del Castello non sono gli unici a speculare sul centro storico coriglianese ammantati “d’amore” (o meglio, d’amor proprio), dal momento che in molteplici occasioni sono spalleggiati dalle solite associazioni culturali… “no-profit”, i cui rappresentanti vivono praticamente solo e soltanto di questo.

Nulla fanno, tali associazioni, per incidere su un necessario cambio di rotta nelle politiche per il centro storico da parte del Comune, ma continuano ad auto-organizzarsi quelle passeggiate collettive del Primo maggio che partono da lì per attraversare i sentieri del suggestivo Parco del Coriglianeto, o le passeggiate nelle sere d’estate tra i vicoli.

L’associazione dei commercianti e la proposta «serrata totale di 10 giorni», isolata e bocciata

Da qualche tempo è nata un’associazione dei commercianti, fondata su evidenti esigenze di relazionarsi con le istituzioni, in primis con l’amministrazione comunale.

Ha inaugurato la sua sede proprio all’ingresso del Paese, e al taglio del nastro erano presenti sindaco, assessori e politicanti vari in numero maggiore che degli stessi commercianti.

Il presidente dei commercianti Enzo Natozza al centro tra la consigliera regionale Pasqualina Straface e il sindaco Stasi

L’associazione da mesi però chiede un incontro all’amministrazione comunale per discutere alcune sue proposte e non l’ha mai ottenuto, mentre qualche esercente, che all’associazione non ha inteso iscriversi, ha proposto «una serrata generale di 10 giorni, che non ci renderebbe più poveri di come siamo ridotti…». Proposta isolata e praticamente respinta al mittente da parte degli altri.

Innegabile che il commercio rappresenta l’anima viva d’un qualsiasi posto, ma nel centro storico coriglianese quelle poche anime di commercianti rappresentano un’anima spenta, morta, associazione o meno…

Serve un serio piano d’azione per il centro storico coriglianese, altro che chiacchiere estemporanee e selfie sui social da parte dei soliti noti! direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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