Il gip l’ha spedito dapprima in carcere e poi agli arresti domiciliari, ma l’Antimafia lo rivuole “dentro”

CATANZARO – È scontro tra accusa e difesa sulla sorte detentiva del ritenuto ultimo “reggente” della famiglia ‘ndranghetista Abbruzzese-Pepe di Cassano Jonio, dominante assieme alla famiglia Forastefano nell’intero comprensorio della Sibaritide.
All’alba del 9 maggio scorso, in esecuzione d’i un’ordinanza applicativa di misura cautelare emessa dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Gilda Danila Romano, su richiesta dei sostituti procuratori della Direzione distrettuale antimafia catanzarese, Alessandro Riello e Stefania Paparazzo, il presunto boss Marco Abbruzzese detto ‘U palumm (foto) era stato arrestato dai carabinieri e tradotto in carcere.
Nei giorni scorsi, però, su formale e documentata istanza da parte dei suoi difensori, gli avvocati Giorgia Greco e Antonio Iorio, lo stesso gip Romano gli aveva revocato la misura carceraria, assegnandolo agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico di sicurezza, dal momento che Abbruzzese «necessita di cure mediche e accertamenti continui da svolgersi in ambienti specifici e dedicati».
Il primo giudice l’ha infatti ritenuto incompatibile col regime carcerario proprio a causa della grave patologia in fase cronica di cui l’indagato è affetto, e tale decisione è stata motivata dalla documentata diagnosi rappresentata dai difensori di colui il quale risulta l’indagato principale nell’ambito dell’inchiesta Last bird (Ultimo uccello).
Il gip ha evidenziato come, nonostante l’urgenza della situazione, «dopo 14 giorni dalla richiesta, alcuna risposta è stata resa dalla competente autorità sanitaria e penitenziaria», e proprio in assenza di tali riscontri formali da parte dell’amministrazione carceraria ha ritenuto che il quadro clinico dell’indagato sia tale da compromettere le sue condizioni psico-fisiche.
Nel provvedimento giudiziario è scritto che «le condizioni di salute appaiono prevalenti su quelle cautelari, ma non al punto da inibirle», da qui la scelta di un «equo contemperamento» rappresentato proprio dalla detenzione domiciliare con l’applicazione del braccialetto elettronico, vietando ad Abbruzzese d’allontanarsi dal proprio domicilio e di comunicare con terzi, con l’eccezione di conviventi e assistenti.

Il Tribunale di Catanzaro
Contro tale decisione, i magistrati della Procura distrettuale ha formalmente opposto appello:
i magistrati inquirenti ritengono infatti che, nonostante le gravi condizioni di salute dell’indagato, il suo quadro clinico possa essere monitorato adeguatamente anche in carcere.
La spinosa questione che contrappone pubblica accusa e difesa del ritenuto boss, sarà decisa nei prossimi giorni al cospetto del collegio dei giudici del Tribunale del riesame catanzarese, cui spetterà l’ultima parola, salvo poi ulteriori ricorsi dinanzi ai supremi giudici della Corte di Cassazione. direttore@altrepagine.it