Dal 2018 al 2023 il territorio ha visto ben 13 morti ammazzati tra boss, picciotti e persone innocenti, anche donne

CORIGLIANO-ROSSANO – Dopo ben 24 anni nelle aule delle Corti d’Assise di Catanzaro e Cosenza si stanno tenendo i processi per due omicidi di ‘ndrangheta, ma di quelli “silenziosi”, che tra i mesi di febbraio e settembre del 2001 videro sparire dalla circolazione, improvvisamente e senza alcun motivo apparente, dapprima un piccolo pregiudicato rossanese, il 29enne Andrea Sacchetti, e poi il boss cui al tempo era stata affidata la “reggenza” ‘ndranghetista nella zona di Sibari, il 34enne Salvatore Di Cicco detto Sparami ‘npiettu, lui ovviamente sibarita.
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Salvatore Di Cicco e Andrea Sacchetti
La svolta data dai “pentiti” Acri e Nigro
La Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro non sarebbe riuscita a mandare a processo i presunti responsabili di questi due datati omicidi, se, negli anni più recenti, due importanti ed attuali collaboratori di giustizia fuoriusciti dalle file ‘ndranghetiste di Corigliano-Rossano, il 45enne Nicola Acri detto Occhi di ghiaccio e il 58enne Ciro Nigro, non ne avessero indicato i nomi nei verbali dei loro interrogatori, auto-accusandosi e raccontando in modo assai circostanziato di come e dove furono consumati i due fatti di sangue commessi con modalità aberranti quanto discrete.

Ciro Nigro e Nicola Acri
In gergo giornalistico si chiamano “lupare bianche” e l’ultraquarantennale storia della ‘ndrangheta nella Sibaritide ne ha fatte registrare diverse altre che si sommano alle due di 24 anni fa. Anzi alle tre. Già, perché a settembre del 2001 boss e picciotti della Sibaritide, proprio nella terra da essi “controllata” palmo a palmo, fecero un favore ai loro “compari” di Cosenza, ammazzando e facendo sparire per sempre un giovane proprio della città bruzia, il piccolo pregiudicato 21enne Massimo Speranza detto ‘U brasilianu, come ha rivelato ai magistrati antimafia l’oggi “pentito” Ciro Nigro.
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Massimo Speranza
Le “lupare bianche” recenti: il fidato Sanfilippo eliminato col boss Longobucco
Dopo 17 anni, la tragica saga delle lupare bianche nella Sibaritide è tornata con prepotenza tra i mesi di dicembre del 2018 e luglio del 2019.
La sera dell’Immacolata un ignoto quanto silenzioso commando ‘ndranghetista tolse dalla scena criminale un pezzo da novanta della criminalità organizzata coriglianese, il boss 51enne Pietro Longobucco detto ‘U iancu. Lo fecero sparire dalla sua abitazione di Via Cittadella, nel cuore del centro storico coriglianese, dove i carabinieri del Reparto investigazioni scientifiche rinvennero e repertarono alcune tracce del suo sangue ch’erano resistite a un lavaggio con ogni probabilità frettoloso e poco accurato.

Il boss Longobucco venne ammazzato nella sua abitazione
Il cadavere del boss, crivellato di colpi di pistola, era stato trasportato con un furgoncino da Corigliano Paese fino a Schiavonea, il mezzo era riuscito chissà come a guadagnare l’ingresso del porto dove poi era sparito anch’esso.

Pietro Longobucco
Prima il cadavere di Longobucco e poi il furgoncino erano affiorati dalle gelide acque sottostanti una delle banchine portuali una decina di giorni dopo l’omicidio dell’“uomo di rispetto” tolto di mezzo, e gl’inquirenti sono convinti che il cadavere di Longobucco era stato gettato nelle acque del porto proprio perché sarebbe certamente venuto a galla.
Il recupero del furgoncino
In questa macabra storia di ‘ndrangheta e sangue, però, manca ancora e tuttora “all’appello” un altro cadavere, ed ecco la lupara bianca del caso.
Il furgoncino servito a trasportare il cadavere di Pierinu ‘u iancu fino al porto era di proprietà del “ragazzo di fiducia” del boss, il pregiudicato 31enne coriglianese Antonino Sanfilippo (nella foto d’apertura, a sinistra), d’origini siciliane e con un padre, quel Domenico Sanfilippo detto Mimmu ‘u catanisu e trafficante di droga, che all’età di 38 anni fu ammazzato a pistolettate e fatto sparire proprio di lupara bianca e proprio da mani ‘ndranghetiste coriglianesi, nel gennaio del 1997 ad Arcen en Velden, una cittadina dell’Olanda dove il suo cadavere venne gettato in un gelido fiume come ha raccontato anni dopo all’Antimafia uno dei suoi killer, il collaboratore di giustizia Giorgio Basile detto ‘U tedescu.
Ad Antonino Sanfilippo hanno fatto fare più o meno la stessa fine di suo padre, dopo che i sicari di Longobucco l’hanno utilizzato a sua insaputa come “esca” per stanare il boss ed ammazzarlo, considerato che ‘U iancu era un uomo furbo e assai diffidente.
Il cadavere di Sanfilippo nelle acque del porto ove venne ripescato quello di Longobucco, fu cercato e non trovato.
Dov’è stato sotterrato?
Mistero.
Sono trascorsi 6 anni e mezzo e su questo duplice fatto di sangue non c’è ombra di “pentito”…
Il coriglianese Sposato e il boss di Cassano
Sette mesi più tardi, il 1° luglio del 2019, un’altra lupara bianca. A sparire dalla circolazione, senza lasciare più alcuna traccia di sè, è toccato al coriglianese Cosimo Rosolino Sposato (nella foto d’apertura, a destra), 43 anni, incensurato ma “noto” alle forze dell’ordine per la sua vicinanza alla ‘ndrangheta:
era stato visto per l’ultima volta nella frazione coriglianese di Cantinella, e con ogni probabilità, quel giorno era stato invitato a un “incontro” dal quale non è mai più tornato.
Eliminato pure lui e sotterrato chissà dove.
La sua figura è riemersa “in vita” nelle carte della recente maxi-inchiesta anti-‘ndrangheta Athena, che nei mesi scorsi ha visto fioccare decine di pesanti condanne.
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Condannati a 20 anni di carcere Nicola e Leonardo Abbruzzese, per Luigi “solo” 14
Si tratta di un’interessante intercettazione telematica e ambientale, che “ritrae” Sposato mentre dialoga col 45enne boss di Cassano Jonio Nicola Abbruzzese detto Semiasse, attualmente detenuto al carcere duro del 41-bis.

Nicola Abbruzzese
È il 18 gennaio del 2019 e mancano un paio di minuti alle 20. Ad essere sottoposto all’intercettazione da parte dell’Antimafia è Abbruzzese, che si trova in casa sua nel famigerato quartiere delle case popolari di Via Timpone Rosso a Lauropoli. Semiasse sta aspettando proprio la visita di Sposato:
«Un importante dialogo avvenuto tra Abbruzzese Nicola e Sposato Cosimo Rosolino, (soggetto, per come noto, scomparso per cosiddetta “lupara bianca” nel mese di luglio 2019).
Quest’ultimo, all’epoca dei fatti in trattazione, era verosimilmente delegato a trafficare stupefacenti nell’area coriglianese, e, pertanto, era giunto a casa di Abbruzzese per versare, si ritiene, i proventi della vendita dello stupefacente cedutogli proprio dal clan, in conto vendita.
In realtà, dal dialogo, trapelava che Sposato consegnava due somme di denaro provento di altrettante attività illecite.
La prima somma di 9.500 euro per parziale estinzione di un debito di droga attestato sui 44.000 euro.
La seconda somma, pari a 1.800 euro, per parziale estinzione di un debito ammontante a 4.500 euro, riconducibile a probabili truffe organizzate per l’assunzione dei cosiddetti “falsi braccianti”».

L’intercettazione e il pressing per quei 37.200 euro mancanti all’appello
Abbruzzese: «Quindi sono nove e cinque tutti? Quelli delle PostePay l’hai ritirati Cosimì?»
Sposato: «Ho ritirato i miei e quelli di tuo cognato! … Ho fatto il giro… Perché la gente lavorava pure e non c’era…»
Abbruzzese: «E non li hai ritirati?»
Sposato: «Eh… Eh… Mille e otto!»
Abbruzzese: «… Tutto, sono tutti mille e otto!»
Sposato: «…Eh… eh… Mille e otto!»
Abbruzzese: «Allora… Abbiamo fatto i conti… Sono sei persone!»
Sposato: «Nove per cinque… Quarantacinque!»
Abbruzzese: «Quattromila e cinque mi devi portare a me!»
Sposato: «E in più… C’è quell’altro…»
Abbruzzese: «Che te li devi prendere tu!»
Sposato: «Sì! … Sì! … Va bene! … L’altro giorno gliel’ho detto…»
Abbruzzese: «Dimmi una cosa… Domani sera ce la fai?»
Sposato: «Per le PostePay? È difficile!»
Abbruzzese: «Allora tu quanti sono mo’ questi? … Conta!»
Sposato: «Mille e otto!» (in sottofondo rumore tipico di conteggio di denaro)
Abbruzzese: «E diciotto! … Mancano ancora… Altre… Mille e otto per arrivare a quattro e cinque? Quattro e cinque meno mille e otto… Eh… Sono tremila… Duemila e sette! Altri duemila e sette mi devi portare… e in più i novecento che ti devi prendere tu!»
Sposato: «Sì, va bene!»
Abbruzzese: «Mo’… Erano quarantaquattro… Meno nove e cinque rimangono? Quarantaquattro meno nove e cinque? Trentaquattro e cinque! … Rimangono! … Tieni! … Tieni! … Com’è tutto a posto? Sta vendendo questa? A quanto gliela passi? A quanto?» (i due abbassano sensibilmente il tono della voce e la conversazione risulta incomprensibile, continuano a parlare, ma il discorso è percettibile solo a tratti, si comprende che continuano a parlare di soldi e che Abbruzzese Nicola riferisce a Sposato che per lunedì sera deve “portare” a terza persona il messaggio, successivamente si salutano).
Nemmeno cinque mesi e mezzo dopo, Sposato sparì nel nulla…
Eliminato perché?
C’entrano qualcosa quei debiti di droga e truffe, o c’è pure dell’altro?
Dal 2018 al 2023 sono stati ben 13, complessivamente, i morti ammazzati nella Sibaritide – tra i quali boss, picciotti e persone innocenti, anche donne – ma soltanto per 3 di essi ci sono già degl’imputati a processo e un condannato in primo grado. direttore@altrepagine.it