Il padrino, già capo della ‘ndrina di Corigliano sottoposta al locale di Cassano Jonio, è soggetto al provvedimento ministeriale già da 16 anni. Sta scontando una pena definitiva di 28

L’AQUILA – Compirà 56 anni il prossimo 12 agosto, ma quando è finito dietro le sbarre non aveva ancora compiuto i 40. Era il 16 luglio del 2009 quando il boss di ‘ndrangheta coriglianese Maurizio Barilari (foto) venne arrestato, assieme a numerosi altri ‘ndranghetisti di Corigliano e di Cassano Jonio, nell’ambito della maxi-operazione “Timpone rosso” che prese il nome del famigerato quartiere ubicato nella frazione cassanese di Lauropoli, “regno” della cosca cosiddetta degli zingari.
Una quindicina di giorni dopo a Barilari in carcere venne consegnato il motivato decreto firmato dall’allora ministro della giustizia Angelino Alfano, che, su richiesta dei magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, lo assegnava al regime carcerario “differenziato”, quello previsto dall’articolo 41-bis della Legge sull’ordinamento penitenziario, il cosiddetto “carcere duro” per i mafiosi e gli appartenenti ad altrettanto pericolose organizzazioni di tipo terroristico.
Tra gl’istituti penitenziari di massima sicurezza di Parma prima e de L’Aquila poi, Barilari è da ben 16 anni detenuto al 41-bis. E dovrà rimanervi anche per i prossimi due, salvo che il Tribunale di sorveglianza oppure i supremi giudici della Corte di Cassazione non glielo revochino.

I suoi avvocati al lavoro per il “reclamo” al Tribunale di sorveglianza di Roma
I suoi legali, gli avvocati Andrea Salcina e Antonio Sanvito, presto formalizzeranno il previsto motivato reclamo al foro di competenza esclusivo in materia di 41-bis, ch’è il Tribunale di sorveglianza di Roma, dopo che, lo scorso 23 giugno, il ministro della giustizia Carlo Nordio ha emesso la settima proroga biennale del drastico provvedimento detentivo (i cui motivi sono contenuti in ben 14 pagine), dopo il primo decreto del 2009 della durata di quattro anni.
Condannato per la sua partecipazione a 3 omicidi
Barilari, che nel 2017 ha ottenuto dalla giustizia il cumulo delle sue condanne definitive nei maxiprocessi anti-’ndrangheta “Timpone rosso”, “Santa Tecla” e “Stop”, sta scontando 28 anni, otto mesi e tredici giorni di reclusione per associazione mafiosa, estorsione, rapina, porto abusivo d’armi e la sua partecipazione a ben tre omicidi di ’ndrangheta compiuti a Corigliano nei primi anni Duemila, quello del 21 maggio 2001 compiuto a colpi di pistola in un bar dello Scalo coriglianese che vide vittima Giorgio Cimino, padre dei fratelli Giovanni e Antonio Cimino ex ‘ndranghetisti divenuti poi collaboratori di giustizia, e il plateale duplice omicidio compiuto a colpi di kalashnikov il 25 marzo del 2002 lungo la Strada statale 106 sempre a Corigliano, che vide cadere un importante boss coriglianese da pochi mesi uscito dal carcere, Enzo Fabbricatore, e il suo autista, Vincenzo Campana detto Qua qua.
I suoi beni confiscati dallo Stato
Nel 2017 è divenuta definitiva la confisca e l’acquisizione al patrimonio dello Stato dei suoi beni, tra cui la sontuosa villa in cui il boss abitava con la moglie e i loro due figli.

La villa che fu di Barilari nella contrada Cardame di Corigliano-Rossano
La recente condanna del fratello Fabio per estorsione mafiosa (dopo la prima, assieme a lui)
Secondo le sentenze giudiziarie, fino al 2009 Barilari è stato il capo-‘ndrina di Corigliano. Un padrino importante e fedelissimo alleato dei capi del locale di ’ndrangheta degli zingari di Cassano che dominava e domina ancora nell’intero vasto comprensorio della Sibaritide.
Nel corposo decreto di proroga emesso dal ministro Nordio vengono elencati e ricostruiti tutti i gravi accadimenti criminali degli ultimi tre lustri, fino a quelli dei primi mesi di quest’anno – compresi i numerosissimi omicidi e tentati omicidi – non mancando di citare anche l’arresto dell’agosto 2022 e la successiva condanna a 5 anni e mezzo di carcere per estorsione mafiosa del fratello del boss, il 52enne Fabio Barilari, che proprio assieme a lui era stato condannato sempre per estorsione mafiosa nell’ambito del maxiprocesso “Santa Tecla” ed aveva scontato la propria pena a 12 anni di carcere prima di tornare libero.
Per la recente estorsione, Fabio Barilari è tuttora in carcere così come il suo complice condannato a 4 anni e mezzo, il 42enne coriglianese Giorgio Arturi detto ‘U cirugnu, quest’ultimo attualmente a processo per l’omicidio del pregiudicato Pasquale Aquino detto ‘U spusatu ammazzato a colpi di pistola e mitraglietta davanti alla sua abitazione della Marina di Schiavonea, a Corigliano-Rossano, la sera del 3 maggio 2022.

Fabio Barilari
«Nessun mutamento del ruolo e della posizione del detenuto nella ‘ndrangheta»
Nel decreto ministeriale di proroga del 41-bis si legge che la documentazione raccolta prova che non è venuta meno la capacità di Barilari di mantenere contatti con esponenti tuttora liberi dell’organizzazione criminale d’appartenenza, anche in ragione della sua particolare concreta pericolosità.
L’istruttoria ministeriale era stata avviata il 3 dicembre dell’anno scorso, al fine di verificare l’attualità delle esigenze di prevenzione.
Venivano così rivolte richieste d’informazioni agli organi di polizia e richieste di dati e valutazioni ai loro vertici e a quelli della magistratura antimafia del territorio e nazionale. E tra i mesi di gennaio e maggio di quest’anno, sul tavolo del ministro sono giunte le note di Dia e Dda di Catanzaro, Dna, Ministero dell’Interno e Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, secondo le quali il gruppo d’appartenenza di Barilari è attualmente attivo e presente sul territorio, e, in concreto, la potenzialità organizzativa del gruppo criminale non è venuta meno né si sono acquisiti nuovi elementi da cui desumere una minore operatività dello stesso, anche in riferimento al ruolo ed alla situazione personale del detenuto.
A parere unanime di tali organi, non si sono verificate sopravvenienze da cui desumere un mutamento del ruolo e della posizione del detenuto all’interno dell’organizzazione né lo stesso ha operato condotte che si sono poste in conflitto con la sua appartenenza all’organizzazione, e il decorso del tempo trascorso in detenzione non ha mutato il suo ruolo e la sua funzione all’interno dell’organizzazione.

Considerata la posizione di vertice all’interno della consorteria criminale d’appartenenza, secondo il parere espresso dalla Dda di Catanzaro v’è il concreto pericolo che Barilari s’avvalga dei contatti con altri detenuti o dei colloqui in carcere coi familiari ammessi per ricevere informazioni dall’esterno o per veicolare parimenti all’esterno direttive e messaggi ai consociati tuttora attivi sul territorio.
La riconosciuta autorevolezza del detenuto, in uno con la presenza, attuale, della criminalità organizzata nel territorio di Corigliano-Rossano, rendono indispensabili misure oltremodo rigorose, che solo il regime detentivo differenziato può garantire. Per cui, proprio al fine di prevenire qualsivoglia forma di legame tra il detenuto e l’ambiente esterno, attraverso forme illecite di comunicazione che regimi ordinari trattamentali non possono scongiurare, secondo il ministro per Barilari si deve mantenere lo speciale regime carcerario cui è sottoposto.
Nella Sibaritide in 11 si trovano reclusi in regime di “carcere duro”
Nella Sibaritide attualmente sono 11 i capi-‘ndrangheta detenuti al 41-bis:
ECCO CHI SONO E COME “FUNZIONA” IL 41-BIS
Di essi, 9 sono di Cassano e 2 di Corigliano:
Tra loro v’è un solo ergastolano definitivo, altri sono condannati definitivi a pene pesanti e qualcuno è attualmente a processo. direttore@altrepagine.it