
CORIGLIANO-ROSSANO – Ve lo confesso. Era tanto tempo che volevo dirvelo, e, per un motivo o per un altro, ma forse più per distrazione o noia, non ve l’ho mai detto. Oggi però ve lo dico. Ve lo sussurro in un orecchio. Perché, se ve lo dico gridando, credo non vi farà lo stesso effetto. E l’effetto prefissato è quello di riflettere. Riflettere insieme, perché pure io sento il bisogno di farlo assieme a voi, dal momento che non credo di stare necessariamente dalla parte del giusto, della verità.
Allora ve lo dico:
mi fate pena, in queste ore, nel vedervi in foto sui social tutti con quella ridicola borsetta color amaranto al collo e il calice di vino in mano, amici di Corigliano-Rossano, Sibari, Cassano e d’ogni altro dove della Sibaritide e non.
La stragrande maggioranza di voi credo non sia lì per gli ottimi vini e il buon cibo che li accompagna. Credo che una grandissima moltitudine tra voi abbia speso 25 euro per esserci perché ci vanno tutti, perché andarci fa tendenza e… possiamo scattarci le foto, postarle e fare gli “stati” e le “storie” su WhatsApp, Facebook, Instagram...
Se non è così, sono un malpensante, un maldicente, un mal-scrivente. Se è così, siete dei coglioni. Anche perché, proprio sui vostri post, ho letto che a branchi avete aspettato due ore la navetta che vi ci portasse e a greggi avete poi atteso quella per il ritorno.
Se è così, mi fate ancor più pena perché siete tutti appartenenti al ceto delle persone “studiate”, siete tutti professionisti o comunque svolgete lavori intellettuali che teoricamente vi collocano in quello che dovrebbe essere il “ceto medio riflessivo”. Che va a scattarsi la foto-social a 25 euro a calice esattamente come coloro i quali questo non se lo possono permettere, ma lo fanno aggratis al concerto di piazza del popolarissimo e bravo cantante de ’U vino di Cirò ch’è assai allegro, non amaro e cantando cantando scende ch’è una bellezza.
In ogni altra occasione simile mi fate pena, ecco, ve l’ho detto.
Fino a qualche tempo fa solo tra i ceti sociali non istruiti – o meno istruiti – sentivo dire dei politici, e delle classi dirigenti che i politici li esprimono, «sono tutti uguali». In un’accezione negativa ovviamente, e con le solite litanie.
Populismo?
Vediamo.
Già, perché oggi, sempre più spesso, lo sento dire proprio da voi, e anche da noi giornalisti, mentre i primi “ragionano” per “partito preso” (o per sindaco, consigliere comunale, presidente della Regione, consigliere regionale, senatore, deputato o eurodeputato, votato o fattogli votare), tifando per Tizio, per Caio o per Sempronio e beccandosi come polli e galline nell’aia social.
Il dramma sta proprio qui:
sono tutti uguali i nostri politici e le nostre classi dirigenti, anch’io la penso così.
Il dramma diventa però tragedia:
sono tutti uguali, esattamente uguali a voi e a noi che diciamo che «sono tutti uguali». Siete – siamo – tutti uguali, perché siete proprio voi, e anche noi giornalisti, la classe dirigente… Chi altri pensiamo che sia?
Chi e cosa stiamo aspettando per incominciare a scegliere i migliori tra noi, per poter davvero alzare i calici e finalmente brindare a un presente meno negativo e a un futuro positivo? direttore@altrepagine.it