
CORIGLIANO-ROSSANO – «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l’invasione degli imbecilli.» (Umberto Eco).
Ho avuto l’onore nei miei percorsi di studio di imbattermi nell’opera di Umberto Eco, l’autore del celeberrimo Il nome della rosa, un maestro della semiotica e della critica del linguaggio.
Non era solo uno straordinario narratore:
attraverso i suoi saggi e le sue rubriche seppe leggere la nostra società, smontandone le maschere e destrutturando il linguaggio stesso, teorizzando e sostenendo – si pensi ad Apocalittici ed integrati o a La struttura assente – nuovi linguaggi tra cui appunto quelli dei media e della mediocrità comunicativa di personaggi televisivi come riportato nel saggio Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Un episodio lo lega indissolubilmente all’arte contemporanea:
nel 1961, Eco salì su un piedistallo di Piero Manzoni e, con la firma dell’artista, divenne una “scultura vivente”. Un atto ironico e radicale che Eco avrebbe poi teorizzato in Opera aperta (1962):
l’arte non come oggetto chiuso, ma come processo che prende vita nell’incontro con chi vi partecipa.
Sessantacinque anni fa, tra Roma, Torino e Milano, prendeva forma una rivoluzione concettuale e semantica:
la tradizione si incrinava, e nuovi linguaggi aprivano scenari inediti.
Oggi viviamo l’invasione del digitale e dei social e la piega ormai presa è inarrestabile. La profezia di Eco è più attuale che mai.
Paradossalmente i social sembrano avere seppellito Umberto Eco sotto il peso dell’imbecillità. Eppure, ed è questa l’ironia della sorte, gli imbecilli non giungeranno mai a comprenderne il perché. In fondo si tratta solo di like.
Alfonso Caravetta
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