
CATANZARO – 9 anni e quattro mesi di reclusione: è questa la condanna inflitta oggi al superpentito di ‘ndrangheta Nicola Acri detto Occhi di ghiaccio (foto a sinistra), 46 anni, ex boss di Rossano ed ex killer sanguinario, da parte del giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro, Fabiana Giacchetti, al termine del processo col rito abbreviato nei suoi confronti per l’omicidio del 29enne rossanese Andrea Sacchetti (foto a destra), compiuto silenziosamente dalla ‘ndrangheta della Sibaritide il 5 febbraio del 2001, quasi venticinque anni fa.
Uno dei casi della cosiddetta lupara bianca che in questo lembo di Calabria ha colpito tante volte.
Il pubblico ministero della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, Stefania Paparazzo, aveva sollecitato nei confronti del già ergastolano Acri una pena inferiore, pari a 7 anni e otto mesi.
Per la pianificazione e la fase di consumazione del fatto di sangue, Occhi di ghiaccio – oggi collaboratore di giustizia o “pentito” che dir sì voglia – è naturalmente reo confesso.
La madre e il fratello di Sacchetti, Anna Aiello ed Eduardo Sacchetti, erano costituiti parti civili nel processo conclusosi oggi contro Acri, rappresentati dagli avvocati Antonio Pucci e Maria Sammarro.
Sacchetti venne «venne fatto con cinque o sei colpi di pistola» – ha confessato l’ex boss rossanese – all’interno di un’azienda agricola ubicata tra la frazione coriglianese di Cantinella e Sibari.

Il Tribunale di Catanzaro
La lupara bianca che un quarto di secolo fa “ingoiò” Andrea Sacchetti
Il 29enne Sacchetti era un piccolo pregiudicato tenuto ai margini dagli ‘ndranghetisti, ma desideroso e speranzoso di poter entrare proprio in quel “giro”.
Il giorno in cui fu ammazzato, venne attirato in una trappola proprio da Acri:
il ragazzo si rivolgeva spesso al potente boss – «Se c’è qualche lavoro da fare… io sono a disposizione» – e quel giorno gli aveva fatto credere che «c’era un lavoretto» per lui, gli diede un appuntamento «vicino al passaggio a livello di Rossano», ma qualche giorno prima aveva fatto recapitare «tramite Annibale Matalone, una pistola calibro 9 con silenziatore» ai suoi “compari” d’allora ai quali quel freddo pomeriggio d’inverno lo consegnò.
Quei “compari” rispondevano ai nomi di Eduardo Pepe – che fu colui che premette il grilletto – Fioravante Abbruzzese (entrambi boss di Cassano Jonio, morti ammazzati assieme in un agguato ‘ndranghetista il 2 ottobre 2002, Ndr), e Rocco Azzaro.
Acri se ne andò subito dopo e non partecipò all’occultamento del cadavere di Sacchetti, che venne «distrutto da Azzaro secondo una pratica da lui già utilizzata per altri omicidi: era sua abitudine frantumare i corpi da far sparire e disperderne i resti e le ossa.
Poi dopo ho parlato con Rocco e con Eduardo la sera, mi hanno detto tutto a posto, che era… l’avevano… avevano sistemato tutto loro e poi dopo era andato a prenderli Ciro Nigro…».

Il “pentito” di Corigliano Ciro Nigro ha confessato la sua partecipazione all’occultamento del cadavere di Sacchetti
Il movente e i due presunti mandanti dell’omicidio confessati da Occhi di ghiaccio
«Fosse stato per me, non l’avrei ammazzato, perché lo conoscevo e sono stato pure amico con lui, anche se non l’ho mai voluto nel mio giro perché sapevo che era un tossicodipendente, che spacciava qualche grammo di droga per racimolare i soldi per farsi lui stesso, e per questo non sarebbe stato affidabile;
capitò per esempio che fece qualche furto in qualche casa i cui proprietari godevano della mia protezione e poi ovviamente si rivolgevano a me, allora io lo chiamavo e lui mi restituiva la refurtiva che io facevo poi riavere a quei proprietari, e gli regalavo pure qualche centinaio di euro per le sue necessità, perché con me si comportava sempre bene…».
Allora a chi dava così “fastidio” Sacchetti, tanto da eliminarlo?
«La sera dell’omicidio sono andato subito a dirglielo a Salvatore Morfò, c’era lui e il figlio Isidoro e gli ho detto del fatto, gli ho detto: “Vedi che è tutto a posto, abbiamo fatto tutto, ti mandano i saluti Eduardo, tutto a posto”. E lui contento che gli avevamo fatto il piacere».
Il collaboratore di giustizia ha indicato quali mandanti proprio il boss Salvatore Morfò e il figlio Isidoro, di 67 e 39 anni, i quali sono tuttora iscritti nel registro degli indagati, ma a piede libero.

Il boss rossanese Salvatore Morfò
«Salvatore Morfò si lamentava perché Andrea Sacchetti spacciava droga autonomamente, ma soprattutto per la sua vicinanza a Giovanni De Luca;
quest’ultimo era un “rivale” rossanese col quale Morfò aveva un forte astio dal momento che il figlio, Cosimo De Luca (da anni detenuto all’ergastolo per il brutale omicidio d’una donna, Ndr), aveva accoltellato suo figlio, Isidoro Morfò, quando lui era detenuto in carcere. Poi lui ha vendicato quell’accoltellamento ordinando proprio al figlio l’omicidio di Giovanni De Luca, che nel febbraio del 2000 riuscì però a scampare alla morte, ma i pallini delle fucilate che prese addosso lo resero cieco per il resto della sua vita».
De Luca oramai da anni è comunque defunto.

Isidoro Morfò
Secondo il racconto di Acri, proprio per la sua “vicinanza” a De Luca, Morfò temeva la vendetta e temeva che Sacchetti proprio per conto di De Luca potesse compiere atti ritorsivi nei suoi confronti:
«Morfò ogni volta mi insisteva su questo ragazzo… dice “Nico’, questo qua, sta vendendo, sta facendo, sta dicendo…”, gli ho detto “Salvato’, scusa ma qual è il problema?”, gli ho detto, “Perché ogni volta prendi il discorso di questo qua?”, dice “No, Nico’, questo qua è troppo vicino a Giovanni De Luca… perché la mamma di questo ragazzo era diciamo la donna di Giovanni De Luca, aveva una relazione con Giovanni De Luca e forse pure un figlio”;
insomma un giorno, eravamo là con Annibale Matalone e… allorché lui, c’era pure il figlio Isidoro, dice: “Senti, dobbiamo prendere un provvedimento con questo qua perché ho timore che possa fare qualcosa perché è un ragazzo capace, vediamo di prendere un provvedimento”, dice… “E vabbè, che vogliamo fare?”; dice: “Glielo chiediamo ad Eduardo se ci manda qualcuno”.
Quando ho parlato con Eduardo, ho detto: “Edua’, senti, Salvatore vorrebbe fatto questo piacere di questo qua, è un drogato però lui dice che è uno capace, io ci sono amico, però lui lo vede un problema, che dobbiamo fare?;
Eduardo dice: “Andiamoci a parlare con Salvatore”.
Andiamo a parlare con Morfò, quindi andiamo io, Matalone e Eduardo e parliamo con Morfò di questo discorso, dice: “Come… vuoi che ti mando qualcuno, vuoi…”, mentre stavamo parlando Eduardo dice: “Va bene, ce la vediamo noi”;
io ho detto: “Edua’ senti noi avevamo pensato di farlo sparire per non fare casino, alla fine non è che è una persona che dà fastidio, che ti viene a sparare, c’è il rischio di farlo così”, dice: “Vabbè allora ci prepariamo e lo portate da qualche parte, vi faccio vedere dove e lo facciamo sparire”».
Atteso il verdetto nei confronti del boss coriglianese Rocco Azzaro
Per lo stesso omicidio Sacchetti, al cospetto dei giudici della Corte d’Assise di Cosenza (presidente Paola Lucente, a latere Francesca De Vuono) si sta svolgendo il processo con rito ordinario nei confronti del 70enne boss di Corigliano Rocco Azzaro, difeso dagli avvocati Francesco Paolo Oranges ed Enzo Belvedere.

L’imputato Azzaro durante un’udienza del processo
Il verdetto nei confronti di Azzaro è previsto entro la fine di quest’anno. direttore@altrepagine.it