Il “pentito” Talarico ha riferito ai magistrati le confidenze ricevute da uno dei presunti assassini del “braccio destro” del boss Portoraro eliminato già due anni e mezzo prima

CASSANO JONIO – Un omicidio di ‘ndrangheta e due “pentiti”. Il primo è lo stesso freddo e spietato sicario ingaggiato per ammazzare il 50enne Giuseppe Gaetani soprannominato ‘U scurzune il 2 dicembre del 2020 davanti alla sua abitazione di contrada Pantano Rotondo a Sibari, il secondo un semplice “prestanome” d’una delle famiglie ‘ndranghetiste di Cassano Jonio e della Sibaritide, per conto della quale s’era intestato alcune aziende agricole dapprima controllate e poi rilevate dall’organizzazione criminale che in questo grand’angolo di Calabria governa, al contempo, le cose sporche e quelle (apparentemente) pulite.
Il “pentito” di Cosenza Maestri ha confessato d’essere stato il killer
Il “cantante” principale di questa melodia di morte è Gianluca Maestri, 46 anni, di Cosenza, di lunga milizia tra le file ‘ndranghetiste cosiddette degli zingari nel capoluogo bruzio, omonime ed alleate con quelle dei cugini cassanesi:
è il killer di Gaetani che ha confessato l’omicidio al sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, Alessandro Riello, raccontandone pianificazione logistica e dinamica. Ha precisato d’essere stato incaricato di compiere il fatto di sangue dal 45enne Nicola Abbruzzese Semiasse, oggi detenuto al “carcere duro” del 41-bis in quel di Cuneo, ma allora “reggente” della ‘ndrangheta d’origine nomade cassanese e suo “punto di riferimento” nella Sibaritide.

L’ex boss Gianluca Maestri
Che avrebbe dovuto compiere una “missione di morte” in trasferta, Semiasse gliel’avrebbe comunicato una decina di giorni prima, non specificando chi fosse la vittima designata. Il sottoposto Maestri aveva accettato l’incarico senza fiatare né fare domande su “chi” e “perché”, esattamente come si conviene per un uomo di ‘ndrangheta come Maestri cui, in emergenza e per un breve periodo, venne anche affidata la “reggenza” del clan degli zingari su Cosenza.
Maestri ha raccontato della preparazione del delitto, nel giorno e nella fascia oraria stabilita da Abbruzzese Semiasse, ma soprattutto dal 38enne Pasquale Forastefano L’animale, l’altro dei due presunti mandanti dell’esecuzione di Gaetani, forse il principale tra i due, pure lui da qualche anno detenuto al 41-bis, prima nel carcere di Parma e adesso a Novara. Non solo. Maestri ha fatto nomi, cognomi e soprannomi anche degli altri presunti partecipi del piano criminale, descrivendone con dovizia di particolari i ruoli e le funzioni avuti quella sera di quasi 5 anni fa:
in particolare, il ruolo di Domenico Massa Pacchiarotto, 47 anni, già detenuto in carcere in forza d’altri processi in corso nei suoi confronti. Massa sarebbe stato colui che, una volta compiuta la “missione”, avrebbe accompagnato Maestri dapprima a casa d’un anziano di nome “Antonio” tra i comuni di Spezzano Albanese e San Marco Argentano, per togliersi gl’indumenti che indossava che avevano assorbito polvere da sparo, farsi una doccia e indossare i vestiti di ricambio che aveva portato con sé da Cosenza, mentre l’anziano incendiava gli abiti del delitto all’interno d’un fusto di metallo. Poi a casa.
Tornando alla fase preparatoria dell’omicidio, Maestri ha parlato delle armi che gli avrebbe consegnato personalmente Forastefano L’animale – due pistole semiautomatiche calibro 9 – raccomandandogli di scaricare addosso alla vittima tutt’e due i caricatori per intero. Ha precisato, però, d’avere adoperato soltanto una delle due pistole. Nel furgone utilizzato per l’“operazione” c’erano altri tre soggetti, uno dei quali alla guida, tutti incappucciati, uno dei due che stavano dietro armato d’un mitra kalashnikov che gli sarebbe stato consegnato sempre da Forastefano. Maestri ha detto di non avere visto in faccia gli altri membri del commando di fuoco, che sono quindi rimasti al momento ignoti.
Degli altri due indagati – per i quali il giudice per le indagini preliminari, Chiara Esposito, non ha inteso d’emettere alcuna misura cautelare – Maestri ha detto che uno era il fratello minore di Massa, mentre dell’altro ha farfugliato un nome che s’avvicina molto, moltissimo, all’indagato stesso:
si tratta del 32enne Maurizio Massa di San Lorenzo del Vallo e del 39enne Gianfranco Arcidiacono di Trebisacce, quest’ultimo parente e uomo di fiducia di Forastefano, come emerso da recenti sentenze giudiziarie.
Il racconto di Talarico sulle confidenze “pericolose” ricevute da Massa
Il secondo “cantante” della fitta trama relativa all’omicidio Gaetani, è il 38enne Luca Talarico di Spezzano Albanese:
le sue dichiarazioni non derivano da una conoscenza diretta dei fatti, ma de relato, vale a dire da una lunga serie di confidenze ricevute nientepocodimenochè da uno dei 3 indagati principali in carcere, Domenico Massa. Confidenze davvero sorprendenti, poiché gratuite e davvero improvvide da parte di uno ‘ndranghetista partecipe d’un omicidio. Una roba che – qualora trovasse dimostrazione processuale – rappresenterebbe un caso più unico che raro nella criminalità organizzata.

L’ex “prestanome” della ‘ndrangheta Luca Talarico
Talarico, che è colui che “formalmente” gestiva il capannone dell’azienda “Agri” di Sibari che sarebbe stata la base logistica per il delitto a pochissima distanza da casa della vittima predestinata, al magistrato antimafia Riello ha narrato i racconti confidenziali che gli avrebbe fatto Massa:
in particolare delle riunioni precedenti l’omicidio cui lo stesso confidente avrebbe preso parte, una delle quali, quella in cui il fatto di sangue sarebbe stato deliberato, alla presenza di Pasquale Forastefano e Nicola Abbruzzese che avrebbero preso la decisione, d’altri esponenti di quelle due stesse famiglie ‘ndranghetiste di cui il confidente non gli fece i nomi, d’esponenti della ‘ndrangheta di Corigliano e dello ‘ndranghetista Saverio Lento di Altomonte.
Per il giudice le loro dichiarazioni sono “convergenti”
Benché le propalazioni di Talarico non siano di conoscenza diretta come quelle del killer Maestri, il giudice Esposito, che le ha soppesate e confrontate, le definisce convergenti in tutti gli elementi di comune conoscenza dei due collaboratori di giustizia.
Sulle loro dichiarazioni, poi, hanno lavorato i carabinieri del Nucleo investigativo in forza al comando provinciale di Cosenza, che le hanno “incrociate” con le loro indagini d’ufficio costituite da analisi balistiche, visioni di filmati degl’impianti di video-sorveglianza presenti nei pressi del luogo dell’agguato e nel resto della zona di Sibari, intercettazioni telefoniche e ambientali antecedenti e successive all’omicidio, ed altro. E quel quadro “nebuloso”, ma non troppo, è divenuto piuttosto nitido.
Perché, dopo Portoraro, è stata decisa anche l’eliminazione di Gaetani?
Nelle 31 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Forastefano, Abbruzzese e Massa, si fa riferimento anche alla relazione extraconiugale della vittima con una zia di Forastefano L’animale, relazione però vissuta alla luce del sole dal momento che ne era nata pure una bambina. Nelle carte dei giudici, infatti, vi sono le intercettazioni successive al delitto cui sono state sottoposte alcune donne della famiglia Forastefano, compresa l’amante di Gaetani, e da quei discorsi emerge che l’eliminazione del 50enne era maturata nella loro famiglia ‘ndranghetista.
Un ipotetico movente “passionale”, però, è solo una lontana suggestione…
Sì, perché il prosieguo di questo romanzo criminale è costellato, invece, da un altro rapporto umano e sentimentale, quello sì indissolubile, tra Gaetani (che era incensurato) e il vecchio boss cassanese Leonardo Portoraro, zu’ Narduzzu, anche suo parente, di cui il primo rappresentava l’uomo di fiducia, il “braccio destro” e persino l’intermediario con Forastefano L’animale, del quale Portoraro non approvava l’alleanza stretta con gli zingari Abbruzzese come certificano le intercettazioni effettuate dall’Antimafia tra il 2015 e il 2018. Anno, quest’ultimo, nel quale, il 6 giugno, Portoraro venne ammazzato in un plateale agguato a colpi di mitra kalashnikov e pistola in piena mattina tra i tavolini del bar di proprietà della sua famiglia, il “Tentazioni” di Villapiana Lido, dove il boss 63enne era seduto davanti a una bibita fresca e un giornale:

L’omicidio del boss Portoraro
«Stai attento tu» gli aveva detto Gaetani negli ultimi tempi, avendo (fondati) motivi di temere per la vita del suo boss. Due anni e mezzo dopo, toccò anche a lui…
Era già tutto “scritto” sin dal 2018, o ‘U scurzune, che sapeva troppe cose, sapeva qualcosa di troppo?
Domani pomeriggio, Forastefano, Abbruzzese e Massa saranno interrogati dal giudice Esposito in video-collegamento dalle carceri di Novara, Cuneo e Lanciano ove si trovano detenuti. Sono difesi dagli avvocati Pasquale Di Iacovo, Rossana Cribari, Roberta Provenzano e Gianluca Serravalle. direttore@altrepagine.it