Il sicario “pentito” ha rivelato ai magistrati l’aumento del proprio stipendio da ‘ndranghetista: 6 mila euro al mese e vacanze estive gratis in alberghi di Trebisacce e dei Laghi di Sibari. Un fatto di sangue però costa molto di più: ecco perchè  

CASSANO JONIO – Per la ‘ndrangheta della Sibaritide, ammazzare un uomo – o una donna o un bambino innocenti, perché nella Sibaritide la ‘ndrangheta nell’ultimo decennio ha ammazzato pure loro – è un “investimento”. Finalizzato a un più prospero futuro senza alcun “disturbo” da parte del condannato a morte di turno.

Come ogni investimento, un omicidio di ‘ndrangheta ha un costo iniziale, ma il guadagno che da esso può ottenere l’organizzazione criminale, ben radicata in lungo e in largo sul territorio, dev’essere nettamente superiore.

Il rapporto costi-benefici, insomma, restituisce alla ‘ndrangheta-investitrice enormi vantaggi sotto vari profili.

Un faro di luce su questo tetro aspetto del potere malavitoso “istituzionale” nel vasto comprensorio, l’ha acceso un sicario che ha commesso uno dei numerosi omicidi qui consumati negli ultimi due lustri.

Si tratta del collaboratore di giustizia Gianluca Maestri, 46 anni (nella foto d’apertura), ex “uomo di rispetto” di Cosenza, appartenente alla riconosciuta quanto temuta ‘ndrangheta d’origine zingara attiva nel capoluogo bruzio quanto da Cassano Jonio nell’intero territorio sibarita.

Maestri ha precedenti penali per quasi tutti i reati tipici degli ‘ndranghetisti, ma i magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro non lo sospettavano neanche lontanamente del più grave dei reati, l’omicidio appunto. E, proprio per questo, il suo “pentimento” è stato valutato come autentico, tanto da parte dei magistrati inquirenti della Procura Antimafia quanto dal primo giudice, quello per le indagini preliminari del Tribunale catanzarese.

L’omicidio di Giuseppe Gaetani

Maestri, infatti, è reo confesso d’avere personalmente ammazzato, la sera del 2 dicembre 2020, il 50enne di Sibari Giuseppe Gaetani detto ‘U scurzune, l’incensurato che fino al 6 giugno del 2018 fu factotum e braccio destro d’uno storico importante boss cassanese, il 63enne Leonardo zu’ Narduzzu Portoraro ammazzato proprio in quel giorno d’inizio estate in uno spettacolare agguato a colpi di fucile mitragliatore kalashnikov tra i tavolini d’un bar di Villapiana Lido dov’era spensieratamente seduto.

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Il pentito ha precisato ai magistrati di non avere ricevuto un’apposita somma di denaro per l’omicidio Gaetani, ma che era stato “premiato” dal suo “capo”, il 45enne boss cassanese Nicola Abbruzzese detto Semiasse da tempo detenuto al “carcere duro” del 41-bis, che gliel’aveva “commissionato”, con un consistente aumento del suo stipendio mensile di ‘ndranghetista fino ad arrivare a 6 mila euro. Il prezzo della “fedeltà” – tradita, in questo caso – per scongiurare proprio le “tentazioni di pentimento” passando dalla parte dello Stato per ottenere grandi “sconti” in caso di paventate lunghe detenzioni e i benefici economici previsti per i collaboratori di giustizia. Non solo. Sì, perché come benefit aggiuntivi, Maestri aveva usufruito di periodi di vacanza gratuiti in appartamenti e strutture alberghiere sulla costa jonica sibarita, in particolare a Trebisacce e ai Laghi di Sibari.

Il boss Nicola Abbruzzese

In alcuni casi, però, il “pentimento” è vero ed è proiettato a un cambio radicale della propria vita.  

Il costo d’un omicidio di ‘ndrangheta non è solo quello relativo alla prestazione del killer e al suo successivo “silenzio”, perché quasi sempre il silenzio da pagare non è solo uno. Nel caso dell’omicidio Gaetani, stando alle confessioni rese da Maestri e alle dichiarazioni di un secondo “pentito”, il 38enne di Spezzano Albanese Luca Talarico, lui non partecipe dell’omicidio ma “prestanome” reo confesso della ‘ndrangheta sibarita, a prendere parte al piano esecutivo vi sarebbero state altre sei persone oltre al sicario e ai due presunti mandantiil boss Abbruzzese Semiasse e il boss 38enne Pasquale Forastefano detto L’animale anche lui cassanese e anche lui da qualche tempo detenuto al 41-bis vale a dire il 47enne Domenico Massa detto Pacchiarotto di San Lorenzo del Vallo, pure lui già in carcere, suo fratello, il 32enne Maurizio Massa (indagato a piede libero), il 39enne di Trebisacce Gianfranco Arcidiacono (pure lui indagato a piede libero), e altri 3 soggetti che stavano uno alla guida e gli altri due sul retro del furgone utilizzato per la spedizione di morte, tutt’e 3 rimasti ignoti all’assassino, e quindi alla giustizia, dal momento che per precauzione, una precauzione legata soprattutto ad eventuali “tradimenti” reciproci tra i membri del commando di fuoco, erano incappucciati, come Maestri d’altronde.

Il boss Pasquale Forastefano

Dal costo dei silenzi al costo delle armi clandestine:

nel caso dell’omicidio Gaetani al commando sarebbero stati consegnati un mitra kalashnikov e due pistole, ma solo una delle due pistole è stata l’arma adoperata per mandare al Creatore la vittima designata con 14 colpi.

E poi lo stesso furgone utilizzato, sicuramente un mezzo rubato qualche tempo prima e poi demolito con un potente mezzo meccanico all’interno del capannone dell’azienda “Agri” di Sibari intestata a Talarico, come ha rivelato lo stesso prestanome “pentito”.  

Costi altissimi, a ben vedere, cui si sommano i costi di rischio d’essere scoperti dalle forze dell’ordine con le armi, con l’automezzo rubato o con altro.

In relazione alle accuse sull’omicidio Gaetani, oggi pomeriggio, Nicola Abbruzzese, Pasquale Forastefano e Domenico Massa sono comparsi in un’aula del Tribunale di Catanzaro in video-collegamento dalle carceri di Cuneo, Novara e Lanciano ove si trovano detenuti, per essere interrogati dal giudice per le indagini preliminari Chiara Esposito, presenti in aula i loro difensori, gli avvocati Rossana Cribari, Roberta Provenzano, Pasquale Di Iacovo e Gianluca Serravalle.

Tutt’e tre si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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