Massa “Pacchiarotto” è incastrato non solo dal killer Maestri che ha confessato, ma anche da Talarico che col fatto di sangue non c’entrava niente. Sarebbe stato il custode d’un arsenale d’armi

CASSANO JONIO – Confidenze pericolose. Nel codice delle “leggi” non scritto della ‘ndrangheta, lo ‘ndranghetista è un “uomo d’onore”:
quel che d’illecito e criminale compie in nome e per conto dell’organizzazione mafiosa cui appartiene, da solo o assieme ai suoi sodali, e quel che vede e sente da parte di questi ultimi anche non avendo preso parte personalmente ad azioni delittuose, deve rimanere negli stretti confini di quell’alveo sociale. E molto spesso, anche in quell’ambito, di “certe cose” dopo non se ne parla più.
La malavita organizzata è fatta di segreti e silenzi. È il patto implicito dell’omertà, ma di quell’implicito piuttosto esplicito. Chi rompe il patto diventa un «infame», in quell’ambiente.
Nella maggior parte dei casi gli «infami» parlano con «sbirri» e magistrati, assurgendo al ruolo di “pentiti” e collaborando con la giustizia deputata a fare luce sui loro misfatti e su quelli compiuti da altri.
Luca Talarico ha narrato ai magistrati i “racconti” di Pacchiarotto sull’omicidio
Luca Talarico (nella foto d’apertura), 38enne originario di San Lorenzo del Vallo ma residente nel confinante comune di Spezzano Albanese, ha cominciato a collaborare con la giustizia dopo aver beccato una condanna di primo grado a 12 anni di carcere nel maxiprocesso Kossa contro l’organizzazione di ‘ndrangheta della Sibaritide facente capo alle famiglie alleate dei Forastefano e degli Abbruzzese di Cassano Jonio.
Talarico ha confessato quel che i magistrati della Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro avevano già scoperto e che i giudici del Tribunale catanzarese avevano poi appurato, condannandolo:
era un “prestanome” dei Forastefano e s’era intestato delle aziende agricole che la famiglia ‘ndranghetista dapprima “controllava”, per poi sbrigativamente rilevarle. Talarico ha confessato il reato d’intestazione fittizia di beni ed altro. E, in questo “altro”, ha confessato anche ciò che avrebbe appreso da un suo ex “compare”.
L’uomo in questione è il 47enne Domenico Massa, detto Pacchiarotto, suo paesano di San Lorenzo. A quanto pare molto meglio inserito di lui nel circuito criminale dei Forastefano-Abbruzzese.
Massa è da tempo in carcere a Lanciano, in provincia di Chieti, per una condanna di secondo grado a 13 anni di reclusione inflittagli nello stesso maxiprocesso Kossa per una serie di reati. Il 30 settembre scorso, i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza gli hanno notificato un’altra ordinanza applicativa della stessa misura cautelare cui è già sottoposto, stavolta con l’accusa d’aver concorso a un omicidio, di ‘ndrangheta.
Pacchiarotto è finito nei guai per le dichiarazioni di due collaboratori di giustizia, il primo dei quali è l’assassino reo confesso del 50enne di Sibari Giuseppe Gaetani, ammazzato sotto casa sua in un agguato di ‘ndrangheta la sera del 2 dicembre 2020.

L’omicidio Gaetani
Per le sole dichiarazioni del 47enne killer pentito Gianluca Maestri, però, Massa probabilmente non sarebbe stato incastrato sulle proprie presunte responsabilità in ordine al fatto di sangue.

Gianluca Maestri s’è auto-accusato del fatto di sangue
Già, perché oltre a Maestri, che le fasi dell’omicidio le ha vissute da protagonista diretto, i magistrati antimafia hanno in mano, a “riscontro”, pure le dichiarazioni di Talarico.
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Ecco cosa ha detto Talarico
Il collaborante, in pratica, ha raccontato quel che proprio Massa gli avrebbe raccontato circa l’omicidio Gaetani. Insomma, Massa, pur non essendo un “pentito”, avrebbe infranto la regola di ‘ndrangheta non scritta del segreto inconfessabile, del silenzio, dell’omertà.
Ai magistrati, infatti, Talarico ha narrato che, poco tempo prima del suo arresto nell’ambito dell’operazione anti-‘ndrangheta Kossa (del febbraio 2021), all’interno del capannone dell’azienda “Agri” ubicata nei pressi del bivio degli Stombi a Sibari che lui gestiva, era stato parcheggiato per diversi giorni proprio il furgone bianco utilizzato dal commando omicida incaricato d’ammazzare Gaetani.
Talarico ha raccontato che Domenico Massa gli avrebbe intimato di non recarsi nel capannone per 10/15 giorni, ma che lui vi si era recato lo stesso e aveva notato la presenza di quel furgone. Dopo circa una decina di giorni, lo stesso Massa gli avrebbe mostrato sul display del suo smartphone la notizia di stampa relativa all’omicidio Gaetani, dicendogli:
«Ecco a cosa serviva quel furgone bianco».
Non solo, perché Talarico ha aggiunto che quel furgone era stato poi demolito da Silvio Forastefano (non indagato) insieme ad alcuni zingari di Spezzano Scalo tra cui Celestino Abbruzzese (non indagato), e al boss di Cassano Leonardo Abbruzzese (non indagato) fratello del boss 46enne Nicola Abbruzzese detto Semiasse, lui detenuto nel carcere di Cuneo in regime del 41-bis, che i magistrati antimafia hanno individuato come mandante dell’omicidio Gaetani unitamente al boss 38enne Pasquale Forastefano detto L’animale, pure lui al 41-bis nel carcere di Novara.

Nicola Abbruzzese
La demolizione del furgone servito per l’omicidio, a Talarico non l’ha raccontata nessuno, ma l’ha vista coi suoi occhi:
il mezzo venne demolito e compattato con un escavatore e un altro mezzo dotato di cassone e di un “ragno”, vale a dire un braccio meccanico in grado di sollevare oggetti di grosse dimensioni per gettarli nel cassone.
Tornando sulle pericolose confidenze ricevute da Domenico Massa, Talarico ha riferito che questi gli avrebbe detto d’avere partecipato alle due riunioni finalizzate ad organizzare l’omicidio da compiere, assieme a suo fratello, il 32enne Maurizio Massa (indagato, ma lui a piede libero). Convegni cui avrebbero preso parte Semiasse, L’animale, altri esponenti delle cosche alleate Abbruzzese-Forastefano di cui non gli avrebbe riferito i nomi, esponenti della ‘ndrangheta di Corigliano di cui non gli avrebbe riferito i nomi, e lo ‘ndranghetista Saverio Lento di Altomonte.

Pasquale Forastefano
L’arsenale della supercosca era custodito da Massa?
Talarico ha precisato di non avere visto armi nel “suo” capannone dell’“Agri”, ma d’averle viste nella sede dell’azienda “San Lorenzo Trasporti” proprio di Domenico Massa, occultate all’interno d’alcuni bins (grossi cassettoni per la frutta):
kalashnikov, fucili e pistole che Talarico ha dichiarato d’aver visto mentre Maurizio Massa stava spostando proprio dei bins in presenza anche del fratello Domenico Massa, e che lo stesso Domenico Massa gli avrebbe riferito che non si trattava d’armi nuove, ma già usate per fatti di sangue, che appartenevano al suo «compagno», vale a dire a Pasquale Forastefano. Lui gli avrebbe detto:
«Ma sei pazzo? Hai tutte queste armi!».
Messe a confronto e “incrociate” dai magistrati, le confessioni del killer di Gaetani, Maestri, e le dichiarazioni di Talarico, non solo si riscontrano a vicenda, ma hanno offerto ulteriori riscontri all’attività investigativa effettuata dai carabinieri e ai dati da essi raccolti dopo l’omicidio. direttore@altrepagine.it