Il dibattimento a suo carico davanti ai giudici del Tribunale di Castrovillari comincerà il prossimo 13 novembre

CASTROVILLARI – Dal prossimo 13 novembre dovrà affrontare un difficile, spinoso e imbarazzante processo davanti ai giudici del Tribunale di Castrovillari, l’assistente capo della polizia penitenziaria Antonio Urso, 36 anni (foto), rossanese e fino a gennaio di quest’anno in servizio nel carcere di Corigliano-Rossano, posto di lavoro dal quale da allora è sospeso.

Già, perché domenica 12 gennaio i carabinieri in forza alla Sezione operativa del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano l’avevano fermato – con ogni probabilità in modo “mirato” – mentre alla guida della sua auto si dirigeva proprio nell’istituto penitenziario di contrada Ciminata Greco per montare nel proprio turno di servizio.

Un blitz investigativo, insomma, e una perquisizione già programmata da parte dei detective dell’Arma cittadina, a seguito della quale Urso era finito in manette.

Era stato infatti trovato in possesso – nascosti nei calzini – di ben 3 smartphone completi di caricabatterie, ma privi di schede, nel pieno d’una “stagione” durante la quale proprio nel carcere cittadino, tra celle ed anfratti, “spuntavano” (e ancora continuano a spuntare) telefoni cellulari d’ultima generazione coi quali i detenuti comunicano con l’esterno quando e come vogliono. Tali tipi di comunicazioni sono ovviamente vietati ed è reato introdurre apparecchi telefonici negl’istituti di pena italiani.

Il carcere di Corigliano-Rossano

Sull’introduzione di smartphone nell’istituto di pena, i carabinieri stanno da tempo indagando.

Sequestrati quei 3 telefoni, la perquisizione nei confronti dell’agente Urso era stata poi estesa alla sua abitazione, da dove erano spuntati pure 6 grammi di cocaina, anch’essa finita sotto sequestro, col contestuale aggravamento della sua posizione.

Condotto in caserma per espletare le formalità dell’arresto informando il magistrato di turno in Procura a Castrovillari, Sergio Cordasco, l’agente Urso aveva confessato tutto:

aveva fatto il nome del detenuto cui i 3 smartphone sarebbero stati destinati, il 42enne coriglianese Mario Magno che sta scontando una condanna definitiva a 12 anni per un sequestro di persona a scopo d’estorsione, che in cambio gli avrebbe procurato la cocaina.

Così, il sostituto procuratore Cordasco l’aveva assegnato ai domiciliari, con l’arresto poi convalidato dal giudice per le indagini preliminari e l’amministrazione penitenziaria che l’aveva immediatamente sospeso dal servizio con la metà dello stipendio.

Ping-pong tra Riesame e Cassazione: dovrebbe stare agli arresti domiciliari, ma affronterà il processo da uomo libero. Ecco perché

Dopo soli 19 giorni, i giudici del Tribunale del riesame di Catanzaro aditi dai suoi difensori – gli avvocati Antonella Caputo e Gianluigi Zicarelli – avevano annullato l’arresto di Urso e l’avevano liberato.

I legali di Urso avevano parlato di «insussistenti gravi indizi di colpevolezza», sottolineando che «nonostante gli indizi a suo carico, siamo riusciti a dimostrare che il nostro assistito deteneva i 3 telefoni cellulari e i caricabatterie per motivi personali, e che gli stessi non erano destinati all’ingresso in carcere».

In pratica, Urso aveva ritrattato la propria iniziale confessione, ma gli smartphone “personali” da parte della magistratura non vennero dissequestrati.

Il Tribunale di Catanzaro

Contro la liberazione di Urso, il pubblico ministero presso il Tribunale del riesame di Catanzaro aveva proposto ricorso dinanzi ai giudici della suprema Corte di Cassazione. Che, all’udienza del 10 aprile, avevano motivatamente annullato quanto deciso dai giudici catanzaresi, vale a dire l’annullamento dell’arresto della guardia carceraria.

Perciò, il 22 maggio s’era resa necessaria una nuova pronuncia del Tribunale del riesame catanzarese (in diversa composizione di giudici), che aveva deciso per gli arresti domiciliari per Urso.

Contro tale decisione, stavolta erano stati i suoi difensori ad adire la suprema corte di Cassazione.

La pronuncia degli “ermellini” è del 22 luglio e le lunghe e articolate motivazioni sono state depositate il 15 ottobre, giusto una settimana fa:

il ricorso è stato dichiarato inammissibile, perciò, per la Cassazione, Urso dovrebbe stare agli arresti domiciliari per le esigenze cautelari che incombono sul suo capo.

Nel frattempo, però, a settembre, gli avvocati Caputo e Zicarelli attraverso una loro istanza erano riusciti a ottenere per il loro assistito, da parte del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Castrovillari, Gabriele Antonaci, proprio in sostituzione degli arresti domiciliari, la misura cautelare dell’obbligo di firma dinanzi alla polizia giudiziaria.

Il Tribunale di Castrovillari

Urso, dunque, affronterà il suo processo da uomo libero. A difenderlo, in dibattimento, sarà l’avvocato Giovanni Giannicco. direttore@altrepagine.it         

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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