Strana” coincidenza: hanno tentato di ammazzare il padre nel giorno dell’ennesima sentenza di condanna del figlio detenuto al 41-bis

CASSANO JONIO – L’ultimo mancato fatto di sangue. Questa volta, nella Piana di Sibari, la ‘ndrangheta voleva fare più sul serio delle tante altre volte che si sono viste in questi ultimi sette anni.

L’obiettivo umano designato, infatti, stavolta non era un aspirante boss cui abbisognava stroncare definitivamente carriera e sogni di gloria. Non uno smerciante di droga recalcitrante a saldare l’ultima partita acquistata all’ingrosso. Non un affiliato che aveva sgarrato in qualcosa o tradito qualcuno “importante”, oppure che aveva fatto la “spia” ai suoi per riferire a qualche nemico o agli «sbirri». Tutte cose per le quali in terra di ‘ndrangheta si può pagare con la vita, ma senz’alcun dubbio nulla di tutto questo c’è dietro il tentato omicidio del 61enne Domenico Forastefano, Mimmo ‘u pisciaiuolu (nella foto d’apertura). A dirlo, in modo emblematico e inequivocabile, è proprio il suo cognome, che insieme ad altri due – Abbruzzese e Pepe – da anni offrono la rappresentazione plastica del potere ‘ndranghetista che dal territorio comunale di Cassano Jonio, dove risiedono tutt’e tre i ceppi familiari, estende i suoi tentacoli in lungo e in largo su tutta la Sibaritide e sull’area del Pollino.

Gli Abbruzzese-Pepe e i Forastefano non più “alleati”, ma di nuovo in guerra?

Le carte giudiziarie di tutte le ultime inchieste condotte dai magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro su affari e trame criminali di questo grand’angolo di Calabria – omicidi compresi – cristallizzano i tre cognomi assieme in un’unica supercosca ‘ndranghetista, dopo i primi tre lustri degli anni Duemila caratterizzati da una cruenta e intestina guerra senza esclusione di colpi che vedeva contrapposte, da una parte della barricata la famiglia Forastefano, e dall’altra gli Abbruzzese-Pepe, i primi d’origine zingara, ma da tantissimi anni oramai stanziali nel loro quartier generale di quei casermoni d’edilizia popolare costruiti nel famigerato rione Timpone rosso della popolosa frazione cassanese di Lauropoli, i secondi italiani e cassanesi doc proprio come i Forastefano, ma alleati di ferro degli zingari insieme ai quali contro i Forastefano hanno combattuto a colpi di decine di morti ammazzati dall’una e dall’altra parte. Prima della “pace”, siglata una decina d’anni or sono. Una “pace d’interessi” convergenti, che forse non ha cancellato del tutto odi e rancori contrapposti per chi è stato costretto a vedere il sangue lasciato sulle strade di padri e fratelli carnefici e al contempo vittime di quella guerra.

Le ultime maxi-inchieste antimafia hanno visto finire dietro le sbarre, sotto processo e condannate decine e decine di persone di Cassano Jonio:

la famiglia più interessata dall’offensiva giudiziaria è stata quella degli Abbruzzese, che ha visto finire di volta in volta tutti i suoi “reggenti” al carcere duro del 41-bis.

Il procuratore capo dell’Antimafia di Catanzaro Salvatore Curcio

Anche tra le file dei Forastefano non mancano un paio di ristretti al trattamento carcerario più severo previsto dall’ordinamento penitenziario, e uno di loro è il 38enne Pasquale Forastefano detto L’animale o Il pazzo. Si tratta proprio del figlio di Mimmo ‘u pisciaiuolo, fino a qualche anno fa uno dei capi della saga familiare, ma che ad un certo punto ha deciso di cedere lo scettro di comando a suo figlio. E Pasquale L’animale dagl’inquirenti antimafia è considerato il capo dei capi della famiglia Forastefano. Che, a differenza degli Abbruzzese-Pepe, da qualche tempo parrebbe più forte quanto a presenza numerica sul territorio considerati i legami familiari intrecciati negli anni con altre famiglie malavitose cassanesi.

Pasquale Forastefano

Qualcuno però voleva far fuori proprio un alto papavero dei Forastefano, perciò il fatto diventa di difficile interpretazione.

Che possa essersi riaffacciata l’antica guerra di quegli zingari misti a cassanesi che magari non vedono affatto di buon occhio un ipotetico attuale strapotere dei Forastefano storicamente loro rivali e da poco loro alleati?

È solo una delle ipotesi da ben decifrare da parte dei magistrati antimafia.

Una coincidenza d’eventi singolare e strana

L’attentato a Forastefano è stato compiuto quasi in contemporanea con l’uscita dell’ultima sentenza di condanna nei confronti del figlio “reggente” le sorti criminali della famiglia. Nella tarda mattinata di venerdì, infatti, nel Tribunale di Catanzaro è stato pronunciato il verdetto nell’ambito del maxiprocesso Gentlemen 2 nei confronti d’un nugolo d’imputati cassanesi e coriglianesi di Corigliano-Rossano. E Pasquale Forastefano ha buscato altri 20 anni di carcere in quanto capo del traffico di droga internazionale e intercontinentale che interessa l’intera Sibaritide (qui tutte le condanne e le assoluzioni).

Che si sia trattato d’un diabolico “segnale” ‘ndranghetista?

Il Tribunale di Catanzaro. Sul caso indagano i carabinieri del Comando provinciale di Cosenza coordinati dalla Procura Antimafia catanzarese

È stata forse un’avvisaglia di guerra territoriale più ampia?

In relazione al tentato omicidio di Forastefano, tra le altre supposizioni in campo c’è pure quella riferita a un “segnale” di guerra più ampio e non circoscritto al territorio cassanese e ai suoi diversi tessuti criminali organizzati.

Il tentato omicidio di Domenico Forastefano potrebbe infatti essere letto pure come un’“avvisaglia” di guerra di ‘ndrangheta nella Sibaritide finalizzata a “spostare” l’asse di comando e di controllo dell’intero territorio.

Da parte dell’Antimafia, l’equilibrio criminale tra le file della ‘ndrangheta sibarita oggi è considerato davvero fragilissimo.

I particolari dell’agguato di venerdì mattina

Il nome della vittima – come detto – è di quelli importanti, di quelli che hanno sempre contato e contano. Non solo. La modalità dell’imboscata di venerdì mattina è tipica e il luogo è emblematico:

il sicario o i sicari l’attendevano a bordo d’un automezzo proprio nel “regno” dei Forastefano, la contrada Tre ponti della frazione di Doria, mentre lui, alla guida del suo fuoristrada Hyundai Galloper stava per fare ingresso in un terreno della propria azienda agricola, dove il giudice di sorveglianza gli aveva dato il permesso di recarsi a lavorare. Mimmo ‘u pisciaiuolo da tempo si trova infatti agli arresti domiciliari per finire di scontare un residuo cumulo di pene relativo a pregresse condanne definitive nei suoi confronti.

Il commando omicida che ha fallito l’azione di sangue ha aperto il fuoco contro di lui con un fucile da caccia calibro 12 caricato a pallettoni (non una pistola come abbiamo scritto nella convulsa giornata di venerdì):

sarebbero stati sei i colpi esplosigli contro, cinque dei quali avrebbero colpito la carrozzeria del fuoristrada mentre uno l’ha centrato al braccio sinistro mentre si riparava il volto e allo stesso tempo premeva sul gas del suo mezzo per sfuggire all’attentato. Dal quale è uscito miracolosamente vivo.

Nella giornata odierna i medici dell’ospedale “Nicola Giannettasio” di Corigliano-Rossano gli avrebbero estratto il colpo conficcatosi nella carne dell’arto ferito.

A Domenico Forastefano, i carabinieri in forza al Nucleo investigativo del Comando provinciale di Cosenza, che indagano sul caso coordinati dai magistrati dell’Antimafia catanzarese, avrebbero pure effettuato l’esame dello Stub per verificare se eventualmente fosse pure lui armato e abbia magari risposto al fuoco nemico. direttore@altrepagine.it                

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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