CATANZARO – Fine pena mai”. La pena dell’ergastolo è stata inflitta, questo pomeriggio, al 71enne Rocco Azzaro, boss della ‘ndrangheta coriglianese a Corigliano-Rossano, e al 76enne Giuseppe Nicastri, “uomo di rispetto” della ‘ndrangheta di Cirò.

Entrambi ovviamente già in carcere, a giudicarli colpevoli e meritevoli della massima pena prevista dall’ordinamento penale italiano sono stati i togati di primo grado della Corte d’Assise di Catanzaro (presidente Alfredo Cosenza, a latere Giovanni Strangis).

Il processo conclusosi con la lettura del severissimo verdetto era quello per l’omicidio del 34enne Salvatore Di Cicco detto Turuzzu sparami ‘npiettu, boss e reggente di ‘ndrangheta a Sibari, che fu ammazzato e il cui cadavere venne fatto sparire ben 24 anni or sono, il 1° settembre del 2001, in una zona del comune di Torretta di Crucoli, a due passì da Cirò Marina.

Il boss di Sibari fu vittima della lupara bianca

Una volta compiuto l’omicidio, il cadavere di Di Cicco venne sotterrato con una ruspa proprio dove venne “eliminato” dai colpi d’una pistola calibro 38 sparati proprio al petto e a bruciapelo dal boss 56enne di Cirò Giuseppe Spagnolo detto Peppe ‘U banditu, lui già condannato per l’omicidio a 30 anni di carcere col rito processuale abbreviato che gli era stato accordato dal giudice per l’udienza preliminare di Catanzaro Gilda Daniela Romano, il 5 luglio dell’anno scorso.

I resti mortali di Di Cicco giacerebbero nel terreno sottostante un agriturismo edificato anni dopo.

Di Cicco, proprio quel 1° settembre di quasi un quarto di secolo fa, sparì misteriosamente da Sibari.

Inghiottito dalla lupara bianca della ‘ndrangheta sibarita e cirotana.

Salvatore Di Cicco

L’organizzazione del delitto col tranello

Sparami ‘npiettu era di Sibari ed era uno che “contava” nella ’ndrangheta della Sibaritide. Almeno fino a quando chi “contava di più” decise di farlo fuori.

Quel giorno venne mandato a Torretta di Crucoli “ufficialmente” per trattare un acquisto di armi. A spedirlo “in missione” fu Eduardo Pepe, allora importante boss degli zingari di Cassano Jonio. Lo fece così cadere nel tranello mortale tesogli dai due importanti “compari” dei boss sibariti, Spagnolo e Nicastri.

Giuseppe Spagnolo

Eduardo Pepe venne successivamente ammazzato assieme a Fioravante Abbruzzese a Cassano, il 2 ottobre del 2002, nel corso della cruenta guerra di ‘ndrangheta tra gli zingari Pepe-Abbruzzese e la famiglia ‘ndranghetista al tempo ad essi contrapposta, i Forastefano.

L’unica traccia che rimase di Di Cicco fu il suo fuoristrada, che venne ritrovato regolarmente parcheggiato in una stazione di servizio lungo la Strada statale 106, nel comune di Calopezzati, a poca distanza da Torretta di Crucoli.

Le accuse dei “pentiti” Acri e Nigro

Ad avere accusato Spagnolo, Nicastri e Azzaro, erano stati, qualche anno fa, il 46enne ex superboss rossanese “dagli occhi di ghiaccio” Nicola Acri, e il 58enne un tempo camorrista di sangue coriglianese Ciro Nigro, entrambi “pentiti” dal 2021 e oggi importanti collaboratori di giustizia per i magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro.

Alle dichiarazioni di Acri e Nigro – entrambi ergastolani per altri omicidi e rei confessi per il delitto Di Cicco per il quale sono stati già condannati a 7 anni di reclusione ciascuno con l’abbreviato – avevano fatto seguito le attività di riscontro investigative che la Procura antimafia aveva affidato ai carabinieri del Reparto operativo speciale di Catanzaro.

Ciro Nigro e Nicola Acri

Nigro raccontò che a dargli la ‘mmasciata per accompagnare Di Cicco a Torretta Crucoli e consegnarlo a Spagnolo e Nicastri, fu Azzaro.

Nigro avrebbe voluto ammazzarlo lui personalmente, ma Acri si oppose

Era un 34enne “di sani principi” ‘ndranghetisti Nigro, nel 2001. E, “promettente” com’era, quell’omicidio avrebbe voluto farlo lui direttamente.

Avrebbe cioè voluto spararlo proprio lui, al petto, il suo coetaneo Turuzzu sparami ‘npiettu.

Il pomeriggio che venne convocato a casa del “compare” Azzaro – distante solo pochi metri dalla sua stessa casa, in contrada Apollinara di Corigliano – alla presenza di Acri Occhi di ghiaccio, le “regole” dell’omicidio le dettò però proprio quest’ultimo, al tempo 22enne.

Era il 31 agosto. Il terzetto ‘ndranghetista per prudenza lasciò le pareti di casa Azzaro e s’addentrò negli agrumeti circostanti.

Quando Nigro venne informato di ciò che si doveva fare, disse:

«Mo’ ci voglio menare io!».

Acri però frenò l’entusiasmo criminale di Nigro:

«Devi fare come dico io:

lo devi portare là e poi non devi fare più niente, dopo te ne devi ritornare».

Giuseppe Nicastri

Di Cicco «parlava con gli sbirri»

“Peccato” per Nigro, ch’era stato portato a conoscenza di ciò che gli altri “compari” avevano saputo e cioè che Di Cicco fosse da qualche tempo diventato “confidente” dei carabinieri e che gli stessi carabinieri gli avevano proposto il “salto del fosso”, cioè la via della collaborazione coi magistrati dell’Antimafia, con la promessa di “salvarlo” da un imminente tintinnìo di manette.

Nigro, come gli altri “compari”, questo tipo d’“infamia” da parte degli “amici” proprio non lo tollerava. Ed è per questo, che, da “buon giovane rampante” s’era proposto come killer.

Così, compa’ Ciro, nel primo pomeriggio del giorno seguente, trovò Sparami ‘npiettu nei pressi del bar della stazione ferroviaria di Sibari e gli portò la ‘mmasciata “ufficiale”, e cioè che dovevano andare insieme a Torretta di Crucoli per acquistare delle armi dai “compari” di Cirò.

Prima però dovevano andare assieme a Lauropoli, a casa di Eduardo Pepe a prendere i soldi coi quali avrebbero dovuto pagarle, quelle armi.

Quando Pepe prese 7 milioni in contanti (di vecchie lire) per consegnarglieli, Di Cicco gli disse:

«Dammilli a ‘mmia».

E Pepe gli rispose:

«No, no, i dugnu a Ciro, non ti preoccupare…».

Quando giunsero nel posto convenuto a Torretta di Crucoli, entrò in scena il plotone d’esecuzione:

Spagnolo e Nicastri, al tempo rispettivamente di 31 e 52 anni.

L’ultimo agghiacciante dialogo tra Nigro e Di Cicco

Quando i due cirotani immobilizzarono Di Cicco prima che ‘U banditu lo freddasse con quelle due revolverate calibro 38 al petto, tra la vittima designata e l’oramai ex “compare” che l’aveva condotto alla morte ci fu un dialogo che raggela il sangue:

«Ma perché, cosa ho fatto?».

«Chistu l’hai a sapiri tu, io non u sacciu c’ha fattu».

«Ma io non ho fatto niente».

«Mi dispiace ca non mu fannu fare a ‘mmia».

Nigro poco dopo abbandonò la macabra scena, mentre “in sottofondo” c’era già il rumore d’una potente pala meccanica che seppellì per sempre Turuzzo sparami n’piettu e i suoi effetti personali laddove oggi c’è un bel resort turistico.

Rocco Azzaro

Per Azzaro, quella di oggi è la seconda condanna all’ergastolo in meno d’un mese, dopo quella inflittagli lo scorso 6 ottobre per l’omicidio del 29enne pregiudicato rossanese Andrea Sacchetti, ammazzato sette mesi prima di Di Cicco, il 5 febbraio del 2001, pure lui vittima della lupara bianca ‘ndranghetista. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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