Il “passaggio di consegne” del 2017 nei dialoghi intercettati tra il vecchio boss Portoraro e il suo “factotum” Gaetani, entrambi ammazzati tra il 2018 e il 2020

CASSANO JONIO – “Intercettazioni” da un passato piuttosto recente cristallizzate nelle carte dei magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro. A parlare, ovviamente tra loro, due uomini di ‘ndrangheta della Sibaritide, entrambi di Cassano Jonio. Tutt’e due fatti passare a miglior vita col fuoco e col piombo di mitra e pistole.
Parole, quindi, di due che la ‘ndrangheta ha messo a tacere per sempre, il primo sette anni e mezzo or sono, il 6 giugno 2018, l’altro due anni e mezzo dopo, il 2 dicembre 2020.
Dal 2018 in poi, con loro due, vi sono stati altri undici morti ammazzati di ‘ndrangheta, tra il comune di Cassano Jonio e la nuova grande città di Corigliano-Rossano:
un vero e proprio repulisti criminale – in esso si contano pure due casi di lupara bianca – che non ha risparmiato donne innocenti.
Quelle parole intercettate, rilette attentamente oggi, offrono qualche pur timida chiave di lettura al presente della ‘ndrangheta di questa vasta provincia criminale, ancor più vasta perché i suoi stretti tentacoli s’allungano dalla grande piana sibarita fino alla catena montuosa del Pollino, tracciando una linea che attraversa decisa le città e i paesi adagiati sulla costa jonica, i comuni dell’entroterra collinare e quelli pedemontani. Una grande “repubblica franca” in cui affari sporchi d’ogni genere fanno fioccare milioni e milioni di euro, che arricchiscono le tasche e consentono la “bella vita” a boss, picciotti e reggipanza.
Gl’interessi che ruotano intorno al territorio della Sibaritide-Pollino sono enormi:
dai lavori in corso e quelli in via di cantierizzazione per i due nuovi tracciati della Strada statale 106 jonica alla produzione e commercializzazione dei prodotti ortofrutticoli, dalle forniture imposte alle grandi strutture turistico-ricettive sulla costa e sull’intero territorio all’imposizione delle guardianìe, del “pizzo” e dei prestiti usurai ad aziende piccole, medie e grandi, d’ogni tipo. E poi – non per ultimo – c’è quel colossale e massivo traffico di droga d’ogni genere, in lungo e in largo.

Il potere criminale tra il 2017 e il 2018, in “viva voce”
I colloqui intercettati dai carabinieri in forza al Reparto operativo del Comando provinciale di Cosenza, vedono come prima voce quella dello storico boss Leonardo Portoraro, nom de crime “di rispetto” Zu’ Narduzzu, soprannome dispregiativo affibbiatogli dai suoi vecchi nemici della prima guerra di ‘ndrangheta sibarita, cui era sopravvissuto a dispetto d’un paio d’attentati, Giornalu favuzu (giornale falso) a sottolineare il suo carattere simulatore e dissimulatore.
La seconda voce è quella del suo fedele guardaspalle, autista, braccio destro, insomma il suo factotum Giuseppe Gaetani detto ‘U scurzune, lui incensurato per la giustizia.
La prima conversazione risale al 13 marzo 2017:
Portoraro e il suo fido Gaetani commentavano negativamente il comportamento del giovane boss cassanese Pasquale Forastefano soprannominato L’animale, che era stato visto in compagnia di personaggi di spicco del clan degli zingari stanziali da anni e anni oramai nel Cassanese. Non solo. I commenti dei due non erano “teneri” neppure nei confronti del boss cassanese Damiano Pepe detto Tripolino che agli albori della prima guerra di ‘ndrangheta sibarita aveva lasciato la fazione del loro capo riconosciuto Giuseppe Cirillo, originario della provincia di Salerno, e aveva aderito a quella dell’allora emergente Santo Carelli di Corigliano (sia Cirillo che Carelli sono defunti oramai da diversi anni).

Pasquale Forastefano
Cinque mesi dopo, il 23 agosto 2017, Portoraro e Gaetani furono captati mentre discutevano delle dinamiche criminali, e, in particolare, delle decisioni da prendere, da parte dei vertici, su chi doveva essere la nuova figura di riferimento all’interno della cosca.
Un mese più tardi, il 19 settembre 2017, Gaetani fu ascoltato mentre domandava a Portoraro se stesse vedendo Pasquale Forastefano, riferendo anche che oramai tra le due cosche (Forastefano e Pepe-Abbruzzese, questi ultimi i cosiddetti zingari) non vi erano più divisioni, circostanza, questa, disapprovata da Portoraro.

Damiano Pepe in una datata foto segnaletica
A Natale del 2017, Gaetani s’assumeva l’onere di portare il cesto-regalo di Pasquale Forastefano a Zu’ Narduzzu costretto a letto per motivi di salute, mentre il 3 gennaio 2018, durante un colloquio ascoltato e registrato, Gaetani riferiva al suo boss dei nuovi equilibri criminali, avvisandolo anche d’un possibile agguato nei suoi confronti – «Devi stare attento tu!» – ma i due discutevano pure di una pax mafiosa voluta proprio da Portoraro.
Il 31 gennaio 2018, sempre captati dai carabinieri, Portoraro dava incarico a Gaetani d’organizzare un incontro con Pasquale Forastefano per chiarire i nuovi assetti criminali.
Lo stato attuale
Lo stato attuale delle cose criminali organizzate vede tutti i “reggenti” degli zingari che si sono susseguiti negli anni più recenti – Luigi Abbruzzese figlio dell’ergastolano al 41-bis Franco Abbruzzese detto Dentuzzu, il fratello di quest’ultimo Nicola Abbruzzese detto Semiasse, l’altro fratello Leonardo Abbruzzese detto Nino oppure Castellino, detenuti al “carcere duro” e con pesantissime condanne nei loro confronti (non tutte definitive), e, da ultimo, qualche mese fa ha visto finire in carcere pure l’ultimo ritenuto “reggente”, Marco Abbruzzese detto ‘U palummu, preso nell’operazione dei carabinieri Last bird (L’ultimo uccello) che ha visto finire in carcere anche Finizia Pepe, figlia del boss libero Damiano Pepe Tripolino e moglie di Nicola Abbruzzese Semiasse.
Questo sul “lato” Abbruzzese-Pepe della cosiddetta supercosca al tempo formata assieme alla famiglia Forastefano, di cui parlavano nei loro dialoghi “spiati” Portoraro e Gaetani.
Secondo alcune fonti investigative, le decimazioni carcerarie degli zingari (assieme ai “capi” è finito dentro un esercito di loro gregari) da parte dell’Antimafia, avrebbero fortemente indebolito la cosca, praticamente quasi neutralizzata.

Leonardo, Nicola e Luigi Abbruzzese
I Forastefano, invece, differenza degli Abbruzzese-Pepe, da qualche tempo parrebbero più forti quanto a presenza numerica sul territorio considerati anche i legami familiari intrecciati negli anni con altre famiglie malavitose cassanesi.
Venti giorni fa l’emblematico tentato omicidio di Mimmo Forastefano
Il fatto nuovo è rappresentato dal recentissimo tentato omicidio del boss Domenico Forastefano detto Mimmo ‘U pisciaiuolu, padre di Pasquale Forastefano L’animale.
Il fallito agguato compiuto la mattina dello scorso 24 ottobre appare come un forte “segnale di guerra” ai Forastefano, e forse non è affatto circoscritto al territorio cassanese e ai suoi diversi tessuti criminali organizzati:
la progettata “eliminazione” di ‘U pisciaiuolu con ogni probabilità avrebbe dovuto segnare l’“alba” d’una egemonia criminale diversa nella Sibaritide-Pollino, finalizzata a “spostare” altrove la “cabina di regìa” della ‘ndrangheta, insomma un nuovo “comando” con dei nuovi “capi”.

Domenico Forastefano
Che l’equilibrio della supercosca sia saltato, favorito da nuovi tradimenti che hanno suggellato una nuova, diversa alleanza?
L’Antimafia di Catanzaro, infatti, da anni considera fragilissimi i magmatici movimenti criminali tra le file della ‘ndrangheta in questo grand’angolo di Calabria. direttore@altrepagine.it