Tra Corigliano-Rossano e Sibari importanti ritrovamenti di “Santabarbara” della criminalità organizzata tra il 2021 e il 2023, ma qui si continua a sparare

SIBARI – Secondo le accuse, il boss di Cassano Jonio Pasquale Forastefano detto L’animale ci mise le armi, mentre l’altro boss cassanese, Nicola Abbruzzese inteso come Semiasse, scelse l’uomo cui affidare quella “missione di morte”.

In merito all’omicidio di ‘ndrangheta di Giuseppe Gaetani soprannominato ‘U scurzune, “eliminato” la sera del 2 dicembre 2020 a Sibari davanti alla sua abitazione di contrada Pantano Rotondo, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Catanzaro, Chiara Esposito, ha sposato la tesi del sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia, Alessandro Riello, basata non solo e soltanto sulle confessioni e le rivelazioni di due importanti collaboratori di giustizia, Luca Talarico di Spezzano Albanese e Gianluca Maestri di Cosenza – quest’ultimo di Gaetani è reo confesso d’esserne stato il sicario -, ma anche sulle relative attività di riscontro investigative, anche di carattere tecnico, sia precedenti che successive ai loro “pentimenti”.

Il collaboratore di giustizia Talarico

Talarico finì nelle mani della giustizia il 16 febbraio del 2021, proprio assieme a Forastefano, ad Abbruzzese e ad altre 14 persone, con l’accusa d’essere stato un “prestanome” del primo nell’intestarsi una grossa azienda agricola rilevata dalla supercosca formata dalle due famiglie di ‘ndrangheta cassanesi. Che in nome di più prosperi affari in tutti i settori d’interesse criminale, avevano messo da parte gli odi e i rancori che furono alla base della cruentissima guerra a colpi di morti ammazzati che andava avanti dalla fine degli anni Novanta ed era proseguita fino al 2014 circa.

L’operazione che li vide finire “dentro” venne chiamata Kossa, che è l’arcaico nome dell’attuale comune di Cassano Jonio.

Pasquale Forastefano durante l’operazione “Kossa”

Il 21 luglio 2022 per Talarico giunse la pesante condanna a 12 anni di carcere nel processo di primo grado col rito abbreviato. E, poco più d’un anno dopo, nel mese di novembre del 2023, l’ex “prestanome” della famiglia Forastefano incominciò a parlare coi magistrati, ammettendo appieno non solo le proprie malefatte, ma raccontando agl’inquirenti dell’Antimafia tutto ciò che sapeva e che poteva rivelarsi utile a indagini passate e insolute, presenti e future. Al termine del processo d’appello di Kossa, il 17 luglio 2024, si vide per questo ridotta la pena a soli 8 anni di reclusione.

Nicola Abbruzzese

Tra le rivelazioni più scottanti di Talarico, vi sono quelle relative all’arsenale d’armi della supercosca (o uno degli arsenali di cui la stessa dispone).

L’uomo, infatti, ha riferito d’avere visto, nella sede dell’azienda “San Lorenzo Trasporti” di Domenico Massa (di San Lorenzo del Vallo, pure lui in carcere e tra gl’indagati dell’omicidio Gaetani) delle armi occultate all’interno d’alcuni bins, che sono dei grossi contenitori in plastica usati nelle aziende agricole per la raccolta della frutta.

Si trattava di mitra kalashnikov, fucili e pistole.

Talarico ai magistrati ha raccontato d’aver visto coi suoi occhi quella Santabarbara mentre Maurizio Massa (fratello di Domenico Massa ed anch’egli indagato per l’omicidio Gaetani, ma a piede libero) stava spostando proprio alcuni bins in presenza sua e del fratello Domenico Massa, e quest’ultimo gli avrebbe confidato che non si trattava d’armi nuove, bensì usate per fatti sangue, e che appartenevano a Pasquale Forastefano.

Tra il mese di giugno del 2018 e il 16 febbraio 2021, giorno in cui Talarico finì dietro le sbarre, la Sibaritide fu teatro di sangue per ben 8 morti ammazzati in lungo e in largo tra Villapiana, Cassano Jonio e Corigliano-Rossano, 2 dei quali vittime della cosiddetta lupara bianca.

Le armi adocchiate da Talarico hanno fatto fuoco in qualcuno di quegli omicidi?

Possibile.

Sempre ai magistrati antimafia, il “pentito” Talarico ha rivelato poi un particolare davvero assai singolare.

Si tratta di un episodio che si sarebbe verificato addirittura all’interno della Questura di Cosenza, proprio la mattina in cui venne eseguita l’operazione Kossa e lui si trovava lì assieme agli altri arrestati in attesa d’essere trasferiti in carcere:

Domenico Massa gli avrebbe confidato che le armi dell’omicidio Gaetani si trovavano ancora nascoste all’interno dei capannoni dell’azienda “Agri” di Sibari di cui proprio Talarico era intestatario “formale”.

Si sarebbe trattato, per come ha rivelato il killer “pentito” Maestri, di due pistole calibro 9 e di un fucile mitragliatore kalashnikov, ma lo stesso reo confesso assassino di Gaetani aveva chiarito che, in effetti, nell’azione omicidiaria venne usata soltanto una delle due pistole che Forastefano gli avrebbe personalmente consegnato, mentre il mitra imbracciato da un altro componente del commando omicida non venne utilizzato.

Il collaboratore di giustizia Gianluca Maestri ha confessato d’essere stato il killer di Giuseppe Gaetani

Ricevuta quella scioccante confidenza negli uffici della Questura cosentina, Talarico ha raccontato ai magistrati che a Domenico Massa rispose che se quelle armi fossero state trovate dalle forze dell’ordine, lui avrebbe parlato e avrebbe raccontato tutto quello che sapeva. Detto, fatto.

Già, ma le forze dell’ordine nel periodo successivo agli arresti di Kossa, armi ne hanno trovate da qualche parte?

La risposta è affermativa.

Nel mese di marzo del 2021, infatti, i carabinieri dell’allora Compagnia di Corigliano, oggi Reparto territoriale di Corigliano-Rossano, nelle campagne di Sibari rinvennero un arsenale d’armi e munizioni ch’era stato nascosto sottoterra:

circa 1200 munizioni contenute in un grosso bidone di plastica sigillato e stipato all’interno d’un canale d’irrigazione, e, sempre sottoterra, ben confezionate e protette, una pistola mitragliatrice modello Uzi israeliano con due serbatoi, una pistola marca Glock con tre caricatori, oltre a diverse decine di munizioni delle due armi;

infine, all’interno d’un tubo di plastica sigillato e sempre nascosto sottoterra, una pistola calibro 38, una pistola calibro 9×19 e dei caricatori di kalashnikov, coi relativi munizionamenti.

Ad agosto, sempre del 2021, i poliziotti del Commissariato di Corigliano-Rossano fecero scattare un blitz in contrada Apollinara, a pochi chilometri da Sibari, in casa d’un pregiudicato nipote d’un importante boss di ‘ndrangheta, sospettato di custodire armi clandestine:

infatti, venne arrestato perché trovato in possesso di due pericolosi fucili, uno dei quali semi-automatico calibro 12 e con 11 cartucce dello stesso calibro, nascosto dietro un divano nel magazzino adiacente all’abitazione e privo di matricola, l’altro invece risultato rubato, tutt’e due comunque ben funzionanti e pronti per eventuali utilizzi.

Un anno dopo, nell’agosto del 2022, i carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano fecero un blitz “mirato” all’interno d’un casolare abbandonato di contrada Fabrizio a pochi passi dal mare, e da quel fortino ‘ndranghetista erano spuntati diversi fucili da caccia, pistole a tamburo, automatiche e semi-automatiche di vario calibro, oltre 400 proiettili di vario calibro e una mitraglietta di fabbricazione cecoslovacca Skorpion calibro 7,65:

tra quelle armi, con certezza da parte degl’investigatori e dei magistrati dell’Antimafia di Catanzaro, c’erano pure la pistola e la mitraglietta utilizzate per ammazzare il pregiudicato 57enne Pasquale Aquino inteso come ‘U spusatu, vittima d’un agguato ‘ndranghetista compiuto davanti alla propria abitazione della Marina di Schiavonea solo pochi mesi prima, il 3 maggio. Per quel fatto di sangue è tuttora in corso il processo nei confronti di quattro presunti responsabili, uno dei quali addirittura minorenne al tempo del fatto.

Nel dicembre del 2022, in un magazzino-deposito di contrada Corsi a Sibari appartenente a una coppia di coniugi apparentemente “pulita”, ma appartenente a una famiglia notoriamente vicina alla ‘ndrangheta, nel corso d’un blitz i carabinieri della neo Compagnia di Cassano Jonio trovarono ben 5 pistole di vario calibro con le matricole abrase, quasi 300 munizioni per pistola, 8 caricatori, dei giubbetti antiproiettile d’un istituto di vigilanza dichiarato fallito, e svariati pezzi di ricambio per armi, tra cui ben 6 molle di caricamento. La coppia venne arrestata.

Nel maggio del 2023, un terzetto di pregiudicati di Sibari considerato dall’Antimafia vicino alla ‘ndrangheta, venne arrestato dai carabinieri della Compagnia di Cassano dopo essersi reso protagonista di uno scambio di pistole, una calibro 6,35 con una calibro 7,65 bifilare. Armi, in quel caso, soltanto “parlate” in modo inequivoco – i tre erano sotto intercettazione – che non furono però mai trovate per essere sequestrate come le altre dei mesi precedenti.

Qui comunque si continua a sparare, con altri 5 morti ammazzati che si sommano a quegli 8:

da ultimo, la mattina del 24 ottobre scorso, un ignoto commando di sicari ha aperto il fuoco d’un fucile calibro 12 caricato a pallettoni addirittura contro il boss Domenico Forastefano detto Mimmo ‘u pisciaiuolu, padre di Pasquale detenuto in carcere al 41-bis come i capi della famiglia Abbruzzese.

L’uomo è scampato miracolosamente all’agguato mortale ordito nei suoi confronti nelle campagne del Cassanese, rimanendo ferito a un braccio. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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