La Giornata contro la violenza sulle donne, in questa terra “celebra” nell’indifferente silenzio anche l’omertà

SIBARI – Rita Atria era una ragazza siciliana di Partanna, in provincia di Trapani. Aveva solo 17 anni, quando, in quella rovente estate italiana del 1992, decise di togliersi la vita buttandosi dal settimo piano d’un palazzo a Roma, dove viveva segretamente. Fu vittima del proprio terrore della violenza mafiosa, che aveva respirato sin dai suoi primi vagiti nella sua Sicilia. Lo fece perché si sentì perduta dopo la strage di Via D’Amelio a Palermo, ordita per ammazzare l’allora procuratore di Marsala Paolo Borsellino, al quale, da testimone di giustizia, stava raccontando certe oscure trame mafiose della propria famiglia.
Lea Garofalo, calabrese di Petilia Policastro in provincia di Crotone e appartenente a una famiglia di ‘ndrangheta, di anni ne aveva 35 nel 2009, quando morì a Milano per mano dell’ex marito del quale aveva denunciato omicidi e traffici di droga.
Sulle loro figure e le loro tragedie umane è stato scritto molto a livello nazionale, sono stati pubblicati libri, girati film, e i loro nomi campeggiano su scuole, piazze e strade in diversi luoghi italiani, anche nella Sibaritide. Ch’è una terra nella quale la violenza assassina ‘ndranghetista non le sta risparmiando affatto, le donne – donne innocenti – da oltre un decennio.
La prima ad essere ammazzata è stata Ibtissam Touss detta Betty, 27 anni, di nazionalità marocchina:
la sua sfortuna, qui, è stata quella d’innamorarsi d’un uomo il cui vissuto era a forte rischio d’essere improvvisamente stroncato da mani armate. È morta, a colpi di pistola, il 15 gennaio 2014, assieme al pregiudicato 52enne di Cassano Jonio Giuseppe detto Peppe Iannicelli, e al piccolo nipotino di lui, Nicola Campolongo d’appena 3 anni, in famiglia da tutti chiamato Cocò, figlio della figlia di Iannicelli e affidato al nonno perché sua madre e suo padre erano entrambi in carcere per traffici di droga.

Iannicelli e Betty
Il narcotrafficante per antonomasia della famiglia cassanese Iannicelli-Campolongo era proprio Peppe, che temeva d’essere ammazzato e perciò si portava in giro, a mo’ di “scudi umani”, il nipotino e la compagna innocenti.
La ‘ndrangheta senza scrupoli sibarita li ha ammazzati a pistolettate e senza pietà tutt’e tre, a bordo della Fiat Grande Punto di quel narcos doppiogiochista da eliminare. Poi ha dato fuoco a quell’utilitaria coi corpi esanimi dentro, trovata carbonizzata dai carabinieri il mattino seguente in quella quasi sperduta contrada Fiego, tra le colline adagiate sulla Piana sibarita.

Il piccolo Cocò
Otto anni dopo, il 4 aprile 2022, è toccato a Hedhli Hanene, 38 anni, nordafricana come Betty, ma lei di nazionalità tunisina, chiamata Elena da chi la conosceva. Era la moglie del pregiudicato 57enne cassanese Maurizio Scorza detto ‘U cacagliu per via del fatto ch’era un po’ balbuziente, pure lui narcotrafficante come Iannicelli, e, pare, aspirante boss ‘ndranghetista di Castrovillari.
Mancavano pochi giorni alla Santa Pasqua quando Scorza e la sua donna s’erano recati in una masseria di contrada Gammellone, al confine tra il Cassanese e il territorio di Castrovillari, per andare a ritirare un agnello che un “amico” massaro aveva sgozzato per l’“uomo di rispetto” e di cui voleva omaggiarlo. Era proprio quella la trappola mortale:
hanno ammazzato a colpi di pistola prima lui, ch’era fuori dall’abitacolo della loro Mercedes con l’ovino che avrebbe imbastito il loro desco pasquale, e pochi attimi dopo è toccato ad Elena, che in auto stava parlando al telefono con la cognata, sorella del suo uomo che quando ha visto cadere a terra s’è messa a urlare. Un urlo immediatamente stroncato.
I loro cadaveri sono stati trovati dai carabinieri entrambi nell’abitacolo di quella Mercedes, ma a qualche chilometro di distanza dalla masseria, dove sono stati lugubremente trasportati. Nel cofano, assieme al corpo di Scorza pure la carcassa dell’agnello di satana. Elena, invece, adagiata sul posto passeggero anteriore dove stava seduta da viva, aspettando quella festa dell’agnello di Dio che per loro due non è mai più arrivata.

Scorza ed Elena
Un anno dopo, un’altra donna, la terza ammazzata in poco più d’un decennio da mani di ‘ndrangheta:
il 2 maggio 2023 è toccato alla cassanese Antonella Lopardo. La primavera era cominciata da poco, ma quella tragica sera faceva freddo e pioveva. Antonella era nella sua casa di contrada Ciccotonno, di fianco alla stazione di rifornimento carburanti della famiglia di suo marito, il 55enne Salvatore Maritato, in quella piccola campagna che sta in mezzo tra il vecchio e il nuovo tracciato della Strada statale 106 jonica, due passi alle spalle di Sibari andando verso Villapiana.
Lungo quel tratto della vecchia strada, assai meno trafficata rispetto al suo “raddoppio”, c’è solo qualche casa sparsa e a grande distanza. E una era quella di quest’altra vittima innocente, cui hanno riservato addirittura l’arma più potente che viene utilizzata dai sicari di ‘ndrangheta, un fucile mitragliatore kalashnikov.
Nel buio di quella sera fredda e piovosa hanno suonato il campanello di casa Maritato-Lopardo, ma né lei né il marito – lui vecchia conoscenza della giustizia e pregiudicato proprio per fatti di ‘ndrangheta – aspettavano visite.
La coppia era seduta a tavola, stava cenando, e la donna s’è alzata per tirare la tenda della finestra e vedere chi fosse, ma appena la mano armata ha visto quella sagoma umana oltre la tenda, ha aperto il fuoco del mitra a raffiche, mentre il marito cercava riparo tra le stesse mura casalinghe. Lui s’è salvato.
Si disse – e si scrisse – che Antonella fosse morta per un tragico sbaglio proprio al posto del marito, ma forse non è nemmeno così. Forse lo sbaglio di quel maledetto commando killer è stato addirittura più grosso, forse hanno addirittura sbagliato casa.

Antonella
Per Iannicelli, il piccolo Cocò e Betty è stata fatta giustizia a metà:
sono stati condannati all’ergastolo con sentenza definitiva solo i due soggetti che avevano incendiato l’auto coi loro cadaveri, ma a tutt’oggi non è stata fatta alcuna luce né sugli esecutori materiali della strage umana né sui precisi mandanti.
Mezza giustizia anche per Scorza ed Elena:
condannato a 21 anni – in primo grado – solo il massaro che li attirò nel tranello dell’agnello.
Finora, invece, per Antonella non c’è nessun presunto colpevole.
Nella Sibaritide non c’è alcunché a ricordare le singole tragedie di queste tre donne vittime della violenza estrema.
Per questo, nella Giornata contro la violenza sulle donne, AltrePagine ha deciso di ricordare proprio loro, vittime d’omicidi non meno efferati degli altri – anzi – ma vittime anche dell’omertà di chi magari sa qualcosa di questi crimini e non ha mai denunciato, vittime del silenzio di tutti (stampa compresa), e, dunque, vittime dell’indifferenza. direttore@altrepagine.it