Qualche giorno fa un imputato in aula gli ha gridato in faccia: «Deve finirla di rovinare le persone!», ma il “correntismo” della magistratura vuole bloccargli la carriera sul “caso Pifferi”

MILANO – C’è un magistrato a Milano. Da qualche tempo diventato famoso, a torto o a ragione, per alcune vicende controverse che stanno segnando la sua carriera. Non è un giudicante, ma un magistrato inquirente e requirente che lavora da più di sette anni nella Procura più importante ed ambita d’Italia per qualsiasi pubblico ministero. Si chiama Francesco De Tommasi, ha 51 anni ed è nato e cresciuto in Calabria, nella sua Corigliano oggi Corigliano-Rossano, ma questo solo quelli della sua generazione lo sanno.

Prima d’arrivare a Milano, aveva lavorato nelle procure di Catanzaro, Forlì e Torre Annunziata.

A Milano in questi anni s’è occupato d’inchieste giudiziarie finalizzate alla tutela della salute e dell’ambiente, di misure di prevenzione e di criminalità organizzata comune, conducendo inchieste e processi che hanno avuto eco mediatica su giornali e televisioni nazionali, coinvolgendo noti personaggi dell’imprenditoria, del mondo finanziario, della politica e dello spettacolo.

Poco più d’una settimana fa, nel corso d’un maxiprocesso contro 57 persone, è stato destinatario di pesantissime invettive e minacce da parte d’un suo imputato, un trafficante di droga già condannato per associazione a delinquere. Vis-à-vis, all’interno dell’aula bunker del carcere milanese di Opera, con Luigi Ruggiero, 38 anni, originario di Taranto, considerato a capo della batteria di trafficanti di droga del comune di Rozzano, già condannato col rito abbreviato, ma ancora imputato per altri connessi capi d’accusa.

Il processo in questione si chiama Barrios e alla sbarra ci sono i ritenuti trafficanti di 7 importanti piazze di spaccio del milanese.

Il Tribunale di Milano

La maxi-inchiesta Barrios contro la mala milanese

Proprio per questa inchiesta, da due anni a De Tommasi è stata assegnata la scorta armata (chi lo conosce a Corigliano-Rossano lo pure critica per quelle poche volte che viene in città, vedendolo passare scortato!), poiché in carcere erano state intercettate e registrate chiare minacce di morte nei suoi confronti:

«De Tommasi si fermi se vuole salva la vita sua e della sua famiglia».

E ancora:

«De Tommasi non ti conviene, credimi. Lasciaci stare e siamo a posto così e ti salvi la vita!

A me di questa galera non me ne fotte niente. E te lo faccio vedere, non è uno scherzo!

Ti lascio in un lago di sangue.

Tuo padre, tua madre, i tuoi fratelli, le tue sorelle, i tuoi figli li uccido tutti!

Io lo ammazzo De Tommasi, ti mangio come un cannibale, lo sgozzo (…).

Ti faccio esplodere con una bomba (…).

Il Tribunale di Milano lo faccio arrivare su Marte (…).

Ti faccio fare la fine di quei due porci di merda (…).

Ti faccio diventare un martire come loro» – riferendosi ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino«Non vi preoccupate, giù in cantina abbiamo quattro bombe e quattro mitra».

Le “dichiarazioni spontanee” contro di lui in aula

La voce nelle intercettazioni in carcere non era però quella dell’imputato Ruggiero. Quest’ultimo, pochi giorni fa, nell’aula di giustizia ha preso la parola per alcune sue dichiarazioni spontanee, alzandosi in piedi, alzando la voce e ripetendo più volte:

«Il dottor De Tommasi deve smettere di perseguitarmi e di rovinarmi, già m’ha fatto prendere 30 anni, deve lasciarmi in pace, deve finirla di rovinare le persone».

Fatti gravissimi, tanto quelli di due anni addietro quanto quelli odierni.

Il processo Pifferi e la “bocciatura” dello scatto di carriera da parte del Consiglio giudiziario

De Tommasi, però, da qualche settimana famoso lo è diventato ancor più per essersi visto “bocciato” lo scatto d’avanzamento di carriera per un ritenuto “poco equilibrio”:

pochi giorni fa, infatti, il Consiglio giudiziario distrettuale di Milano ha espresso parere negativo alla valutazione quadriennale di professionalità di De Tommasi, riscontrando un «difetto del prerequisito dell’equilibrio». Quello mostrato in due processi – collegati e paralleli – che hanno avuto una grande eco nazionale:

il caso di Alessia Pifferi – condannata all’ergastolo in primo grado, pena ridotta a 24 anni in appello – per la morte della figlia di diciotto mesi.

L’indagine bis, e il conseguente processo parallelo al “caso Pifferi” condotti dal pm De Tommasi, sono quelli contro la legale della Pifferi, l’avvocato Alessia Pontenani, 4 psicologhe del carcere milanese di San Vittore e uno psichiatra, tutti accusati da De Tommasi d’aver tentato di manipolare una perizia al fine di far apparire la Pifferi con un grave deficit cognitivo. Infermità mentale esclusa dalle sentenze di primo e secondo grado.

Nell’inchiesta Pifferi-bis, De Tommasi aveva svolto intercettazioni all’insaputa della collega co-titolare del processo, la pm Rosaria Stagnaro, che, non appena venuta a conoscenza dei fatti, aveva rinunciato al processo stesso.

All’inizio del processo contro la legale e le psicologhe, De Tommasi aveva pure richiesto l’astensione del giudice perché quando erano emerse le polemiche attorno all’indagine parallela questi aveva firmato un comunicato dell’Associazione nazionale magistrati di Milano, di cui faceva parte, documento in cui s’auspicava «il sereno svolgimento dei procedimenti».

La richiesta di De Tommasi venne respinta dal presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia.

Il pm De Tommasi aveva richiesto condanne fra i 3 e i 4 anni, ma la legale della Pifferi, le psicologhe e lo psichiatra sono stati tutti assolti.

Il “caso De Tommasi” è così finito all’attenzione della Procura generale presso la Corte d’Appello di Milano e del Ministero della Giustizia, che non hanno rilevato alcun illecito disciplinare.

La valutazione negativa da parte del Consiglio giudiziario distrettuale arriverà al Consiglio superiore della magistratura, l’organo d’autogoverno dei magistrati per il quale, nel 2019, De Tommasi s’era candidato fuori dalla “logica” delle correnti giudiziarie, da indipendente.

La sede del Csm a Roma

Le minacce della malavita organizzata milanese?

Ben poca” cosa.

Sì, perché a tenere banco nel dibattito-vespaio sui media nazionali allineati e coperti tra le varie correnti della magistratura, è solo quella legittima attività d’indagine bis sul “caso Pifferi” finita con le assoluzioni degl’imputati. E nelle aule di giustizia si può essere condannati oppure assolti. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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