Nei mesi scorsi il 71enne coriglianese è stato condannato all’ergastolo in primo grado per le “lupare bianche” di Sacchetti e Di Cicco: il rossanese e il sibarita hanno fatto la stessa fine del cosentino Speranza

CATANZARO – Indagini chiuse e 4 indagati a un passo dal processo. Nei giorni scorsi, la Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro ha notificato l’avviso di conclusione delle indagini preliminari agl’inquisiti per il terzo caso di lupara bianca compiuto dalla ‘ndrangheta nella Sibaritide nell’anno 2001. Ben 24 anni fa.

Dopo i processi e le condanne all’ergastolo per gli omicidi del 29enne pregiudicato rossanese Andrea Sacchetti, e dell’allora boss 34enne di Sibari Salvatore Di Cicco, ammazzati silenziosamente e fatti sparire in quello stesso anno, adesso è la volta dell’omicidio del 21enne piccolo pregiudicato di Cosenza Massimo Speranza detto ‘U brasilianu (nella foto d’apertura, a destra), che secondo la ricostruzione dei magistrati antimafia venne eliminato con quelle stesse modalità.

Ucciso perché sospettato di essere una “spia” ingaggiata dai nemici

Speranza, che spacciava droga per conto del clan ‘ndranghetista cosiddetto degli zingari cosentini, aveva un solo precedente, per una rapina:

scomparve dal capoluogo bruzio l’11 settembre 2001, proprio nel giorno in cui tutto il mondo era incollato ai televisori per l’assalto aereo alle torri gemelle di New York.

Secondo la ricostruzione dei magistrati antimafia, gli zingari da qualche tempo sospettavano che fosse una “spia” ingaggiata da un clan ‘ndranghetista in guerra con loro perché veicolasse informazioni riservate e utili:

tanto bastava per chiudergli la bocca per sempre.

Il ragazzo sarebbe stato ammazzato a colpi di pistola sulle colline prospicienti la Piana di Sibari, e lì fatto sparire. Sotterrato in una buca scavata appositamente per lui. L’omicidio si sarebbe consumato attraverso il determinante contributo fornito agli zingari cosentini da parte dei “cugini” zingari di Cassano Jonio e dei loro uomini di stanza a Corigliano.

Col pretesto di fargli “testare” una partita di stupefacente di particolare qualità, da Cosenza sarebbe stato infatti condotto dapprima nella frazione Lauropoli di Cassano – il “regno” degli zingari poi nella contrada coriglianese di Apollinara, e da qui in una zona collinare e rurale nel comune di San Demetrio Corone, dove sarebbe stato ucciso e poi sepolto.

Le dichiarazioni di vari “pentiti” e la “svolta” data dalle confessioni di Ciro Nigro che prese parte all’omicidio

Dell’omicidio Speranza, negli anni, avevano parlato diversi collaboratori di giustizia fuoriusciti dalle ‘ndrine di Cosenza e di Cassano, fornendo informazioni apprese nei loro ex “ambienti” che i magistrati avevano valutato come molto attendibili, ma la svolta nelle indagini era arrivata a seguito del “pentimento” del 58enne di Corigliano Ciro Nigro, ex camorrista di sangue della ‘ndrina coriglianese alleata di ferro e sottoposta al locale degli zingari di Cassano. Nigro è reo confesso in quanto direttamente partecipe del fatto di sangue.

Il “pentito” Nigro

L’agghiacciante racconto del delitto (alcuni dei protagonisti sono deceduti)

Nei verbali di dichiarazioni rese ai magistrati antimafia l’11 marzo 2015, il 17 luglio 2024, e, da ultimo, il 25 febbraio dell’anno scorso, il collaboratore ha ricostruito tutte le fasi dell’omicidio Speranza:

«Voglio preliminarmente dichiarare che non conoscevo Speranza, tanto è vero che ne appresi il nome solo successivamente, quando i giornali pubblicarono la notizia della sua scomparsa.

Ricordo che venni contattato da Eduardo Pepe (morto ammazzato nel 2002, ndr) che mi chiese di attendere verso le 18 presso il bar di Apollinara Armando Abbruzzese detto Andrea ‘a Siccia nivura, che sarebbe giunto in compagnia di un altro ragazzo.

Una volta incontratici, il mio compito era quello di accompagnarli presso una casa di Francesco Sabino (il cosiddetto “guardiano” di Apollinara, deceduto nel 2005, ndr), sita nei pressi di San Demetrio Corone.

Abbruzzese e il ragazzo fecero ritardo e si presentarono intorno alle 19, circa un’ora dopo l’orario convenuto per l’appuntamento.

Una volta giunti li feci salire a bordo della mia auto, una Fiat Brava di mia moglie, e ci mettemmo in marcia verso la casa di Sabino dove ero stato incaricato di condurli.

Lungo il percorso, a un certo punto, incrociammo l’autovettura Ford Orion rossa di Francesco Sabino, a bordo della quale c’erano Rocco Azzaro (nella foto d’apertura, a sinistra), Eduardo Pepe e lo stesso Francesco Sabino.

A causa del nostro ritardo, Pepe si lamentò con me del fatto che non avessimo rispettato gli orari stabiliti, al che io mi giustificai dicendo che Abbruzzese e il ragazzo che si trovava con lui erano appena giunti. Ci dirigemmo tutti verso la casa di Sabino.

Una volta arrivati, entrammo tutti in casa tranne Pepe, che, avendo nascosto la pistola fuori dall’abitazione, dovette prima recuperarla per poi entrare per ultimo in casa.

Speranza fu fatto sedere e io gli offrii una sigaretta. Mentre il giovane la stava accendendo sopraggiungeva Pepe, che, mentre gli porgeva la mano sinistra, con la destra gli sparava un colpo alla fronte.

Subito dopo, Pepe fece il giro e gli sparò di nuovo alla nuca.

L’azione fu così repentina che io mi lamentai con Pepe del fatto che aveva rischiato di ferire anche me, ma lui mi disse che sapeva quello che faceva ed io non avevo corso alcun pericolo.

Ricordo che fu utilizzata una pistola calibro 7,65 e subito dopo l’uccisione ci prodigammo per recuperare i bossoli:

il primo bossolo esploso fu recuperato immediatamente;

il secondo, che inizialmente non si riusciva a trovare, lo trovai io in un secondo momento mentre trasportavamo la vittima al di fuori dell’abitazione:

era impigliato nei capelli di Speranza e cadde a terra.

Pepe mi fece i complimenti per come avevo collaborato alla realizzazione del piano per uccidere Speranza in quanto diceva che tutti si fidavano di me per come era successo anche per l’omicidio di Salvatore Di Cicco.

Non so di preciso quali siano state le ragioni per le quali fu decisa l’uccisione di Speranza, ma ricordo che mi fu detto da Pepe che bisognava eliminarlo per fare un favore a Giovanni Abbruzzese detto ‘U cinese.

Speranza, subito dopo essere stato ucciso, fu trasportato da me, Eduardo Pepe, Rocco Azzaro e Armando Abbruzzese all’esterno della casa di Sabino che era rimasto dentro a pulire il sangue.

Lo portammo nel luogo dove doveva essere seppellito, dopodiché, io, Pepe ed Andrea andammo via e del seppellimento del cadavere se ne occuparono Rocco Azzaro e Francesco Sabino.

Ricordo che lo trascinammo all’esterno con dei sacchi neri.

Il luogo in cui fu seppellito era una buca che era stata già scavata da Sabino ed Azzaro in un boschetto ubicato di fronte alla casa, a una distanza di circa 15-20 metri. La buca non era molto profonda in quanto era stata realizzata solo con pala e piccone in un terreno in cui c’erano alberi alti, principalmente di castagno.

Non ho assistito alle operazioni di seppellimento del cadavere, ma so che, come si era solito fare, la vittima fu spogliata, calata all’interno della buca e coperta poi con uno strato di calce e poi con un successivo strato di terra.

Sarei in grado individuare e riconoscere il luogo in cui è stato seppellito, ma voglio anche puntualizzare che il cadavere potrebbe essere stato spostato, perché di solito quando più persone partecipano ad un omicidio, per non correre rischi e essendoci forte diffidenza reciproca, può accadere, soprattutto in concomitanza dell’arresto di qualcuno dei responsabili, che gli altri tornino a spostare il cadavere».

Ovviamente, l’inchiesta è corroborata coi dovuti riscontri – effettuati anche nei luoghi indicati da Nigro e con Nigro stesso – oltre che dalle dichiarazioni sue e di altri “pentiti”.

I carabinieri sui luoghi del datato crimine

Due tra i sei originari indagati escono dall’inchiesta

L’avviso di conclusione delle indagini preliminari è stato notificato a Giovanni Abbruzzese detto ‘U cinese, 65 anni, di Cosenza, ad Armando Abbruzzese detto Andrea oppure Siccia nivura, 47, di Cosenza, a Rocco Azzaro, 71, boss di Corigliano-Rossano, e allo stesso collaboratore di giustizia Nigro, tutti attualmente detenuti per altro.

Per il quartetto – che si protesta innocente eccezion fatta chiaramente per Nigro – la Procura antimafia presto chiederà il processo. E per Rocco Azzaro si tratterà del terzo processo consecutivo per omicidio:

nei mesi scorsi, infatti, è stato condannato a due ergastoli, entrambi in primo grado, per le lupare bianche di Sacchetti e Di Cicco.

Dalle maglie dell’inchiesta sull’omicidio Speranza, invece, escono due persone ch’erano originariamente indagate assieme ai quattro:

si tratta di Luigi Bevilacqua detto Gino, 57 anni, di Cosenza, e Fioravante Abbruzzese detto Banana, 71, di Cosenza. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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