CASSANO JONIO – “Pentito” è il participio passato del verbo pentirsi. Oppure è l’aggettivo che definisce chi si pente dei propri errori, delle proprie colpe. Oppure ancora è un sostantivo per chiamare chi si pente.

Nel linguaggio giornalistico, però, sottende la figura di un criminale che collabora con la giustizia, ottenendo in cambio sconti di pene, benefici carcerari e protezione per sé e per i suoi familiari da parte dello Stato.

Quest’ultima categoria di “pentiti” è piuttosto “variegata”:

c’è chi (sono pochi, in verità) s’è pentito in senso evangelico, allontanandosi dal peccato dei suoi delitti rivolgendosi a Dio, c’è chi lo ha fatto per calcolo, chi per vendetta, chi per fini reconditi, e chi non aveva alternative.

In quest’ultima casella possiamo ascrivere il nome del 44enne di Cassano Jonio Domenico Falbo detto Il cireneo (nella foto a sinistra), proprio come quel Simone di Cirene che, secondo i Vangeli, fu chiamato dai soldati romani ad aiutare Gesù a trasportare la croce durante la sua salita al Golgota per la crocifissione.

Il cireneo di Cassano, dopo la metà dei primi anni Duemila, quando aveva intorno ai 25 anni, ha contribuito a “crocifiggere” la sua cosca di ‘ndrangheta, quella facente capo alla famiglia Forastefano, potente allora come oggi. E lo ha fatto non dopo un gesto nobile come quello di Simone di Cirene, bensì dopo un suo clamoroso furto, a mo’ dei due ladroni crocifissi ai due lati di fianco a Gesù Cristo.

Già, ma che cosa aveva rubato Il cireneo della nostra Sibaritide criminale?

È presto detto:

Falbo era un fiduciario dell’allora comandante in capo della famiglia Forastefano, vale a dire quel Tonino Forastefano detto Il diavolo ché pure lui e soprattutto lui d’evangelico non aveva proprio nulla (nella foto a destra). Era così fiduciario da sapere dov’era nascosta la cassa del clan, la cosiddetta bacinella nel gergo ‘ndranghetista, e cioè il forziere dov’era custodito il denaro contante, un bottino provento di traffici di droga, estorsioni, interessi moratori relativi a prestiti usurai e di quant’altro s’annoverava al tempo fra le attività criminali della cosca cassanese. Era così “fiduciario”, Il cireneo cassanese, che si fece prendere dall’ingordigia di tutta quella pila, e pensò “bene” di trafugarlo quel “conto corrente” attivo della ‘ndrina cui apparteneva.

Rubata la cassa, a umma a umma prese il largo da Cassano, dalla Sibaritide e dalla Calabria, emigrando “in incognito” in Romagna.

Chiaramente non ci volle molto perché i Forastefano scoprissero l’incredibile ma vero ammanco, annotando che all’appello dei boss, tra i picciotti mancava solo e soltanto Il cireneo

Ed è lì che incominciò il suo dramma, che coinvolse anche il suo nucleo familiare, una famiglia di cassanesi perbene.

Quelle drammatiche e allarmanti intercettazioni telefoniche

Fu Il diavolo in persona a contattare per telefono Il cireneo perché tornasse a casa coi 430 mila euro sottratti al clan, minacciando altrimenti pesanti ritorsioni nei confronti dei suoi genitori.

Aveva un diavolo per capello, ma era intercettato dai carabinieri. Il “demonio” cassanese però non lo sapeva… perché il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi:

Forastefano – Mi senti?

Falbo – Ohù! Ti sentu.

Forastefano – Ascolta Domè, forse non ci siamo capiti.

Falbo – Mamma mia nun sa nenti.

Forastefano – Unni su’ Dome’?

Falbo – T’agghiu dittu ca dumani ti mannu, nun sannu loru addu su.

Forastefano – Dome’ ora, Dome’ ora: adesso.

Falbo – Ora… ora ‘ndu t’agghiu piglià?

Forastefano – Tu cummini minchiati e mi dici a mia ndu agghia piglia ora?

Falbo – Dumani ti mannu iu.

Forastefano – Nz, nz, nz!

Falbo – Ti mannu io…

Forastefano – Li voglio ora.

Falbo – E nu ni tena mamma mia.

Forastefano – Vida ca stannu jennu, diciaci a mammata ca si no i spaccu i corna,  acchianu iu, acchianu.

Falbo – Ma vida ca mamma mia nun sa ninti. Tonì.

Forastefano – Oh, forse nu m’ha capitu. Si acchianu ti fazzu cu nu pali, ti fazzu cumu a Santu Lazzaru.

Falbo – Dumani sira ti mannu iu.

Forastefano – E va buanu, mo acchianu iu e ni spaccu i corna.

Falbo – Ppe’ piaciri, dumani sira…

Forastefano – T’adi fa Gesu Cristu u piaciri ca cu mia nun ci fai nenti.

Falbo – Mamma mia nun sa ninti.

Forastefano – Mo acchianu iu e vidasi cumu i fazzu cantà, a mammata e a patita i fazzu cantà a tutti i dui iu.

Falbo – Mamma cu patimma chi sa?

Forastefano – E sini, mo’ chi acchianu iu vidi cumu cantanu tutti. Vu scummitti? Supa u beni di figli!

Falbo – Ma chi t’hannu i di loru, Tonì, nun sannu nenti.

Forastefano – Va buanu, mo’ dopo… dopo ti chiamanu loru ti chiamanu. Si c’a a fannu.

Il “sequestro” del libretto di risparmi della madre di Falbo e la progettata “vendetta” di quest’ultimo

In seguito, due uomini si presentarono a casa della madre di Falbo e le sottrassero il libretto postale su cui erano depositati i pochi risparmi d’una vita, messi insieme col duro e onesto lavoro.

A quel punto, il figlio cominciò a maturare la propria vendetta, cercando d’ottenere, attraverso il clan ‘ndranghetista cosiddetto degli zingari cassanesi al tempo acerrimi nemici dei Forastefano, le armi necessarie per farsi “giustizia”.

…Ma la cosca voleva ammazzare il ladro: lo salvarono i carabinieri e i magistrati dell’Antimafia

È molto probabile che a rimetterci la pelle poteva essere proprio lui, Falbo. Sì, perché i Forastefano vennero a sapere delle sue cattive intenzioni:

i carabinieri, infatti, intercettarono una conversazione in cui si faceva riferimento all’imminente eliminazione proprio del Cireneo.

Furono proprio gl’investigatori dell’Arma a salvargli la vita:

lo rintracciarono a Forlì e lo arrestarono col quasi mezzo milione di euro che aveva sgraffignato al suo clan.

Lo misero al corrente del fatto che volevano ammazzarlo e lui capì che non aveva alternative al “pentimento”.

Le operazioni Omnia e Omnia 2

Il 10 luglio del 2007, la Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro fece scattare l’operazione Omnia, con una sessantina d’arresti che travolse il clan Forastefano.

L’11 aprile del 2008 fu invece la volta di Omnia 2, che portò dentro altri sei affiliati.

Ciò, anche sulla scorta delle dichiarazioni rese ai magistrati antimafia proprio dal Cireneo, neo collaboratore di giustizia, che s’auto-accusò d’associazione mafiosa, spaccio di droga, estorsioni e detenzioni illegali d’armi.

Falbo raccontò, tra l’altro, come il suo clan si rifornisse stabilmente d’armi e munizioni da un armiere della Repubblica di San Marino…

Nel 2009, però, il “pentito” – ovviamente sotto processo come tutti gli altri – ebbe l’ardire d’allontanarsi dalla località protetta dove lo Stato l’aveva messo al riparo:

sparì per mesi.

Alla fine lo scovarono i carabinieri in una casa di… Cassano:

e aveva 3 pistole scacciacani e 18 cartucce per fucile calibro 12.

Il “pentimento”… del diavolo! “Licenziato” dall’Antimafia 4 anni dopo: ecco perché

Nel 2011 si buttò “pentito” pure… Il diavolo. Che accusò, tra gli altri, anche Il cireneo chiamandolo in causa per la loro comune partecipazione al duplice omicidio, avvenuto nel 2002, di due boss di ‘ndrangheta della provincia di Vibo Valentia, contrapposti a una famiglia ‘ndranghetista del Vibonese alleata di ferro proprio dei cassanesi Forastefano.

Il diabolico boss buttatosi pentito venne però buttato fuori dal programma per i collaboratori di giustizia:

lo Stato gli revocò lo status di “pentito” nel 2015, dal momento che la Procura distrettuale Antimafia di Catanzaro giudicò la sua collaborazione «Mediocre e apparente». Insomma, solo un escamotage per evitare ergastoli.

Adesso è sub judice la sua attuale detenzione domiciliare a Cassano Jonio.

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Il diavolo è tornato nel suo inferno cassanese quasi sette mesi or sono, quando il Tribunale di sorveglianza de L’Aquila ne ha disposto la scarcerazione, consentendogli di finire di scontare le proprie condanne definitive, le cui pene scadranno a fine settembre del 2031, a casa propria.

Una decisione impugnata in Cassazione da parte della Procura generale presso la Corte d’Appello de L’Aquila sulla quale i supremi giudici della Cassazione si sono già pronunciati, accogliendo il ricorso e rinviando la questione, con degl’indirizzi giurisprudenziali precisi, a un nuovo giudizio del Tribunale di sorveglianza aquilano. Vedremo… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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