CASSANO JONIO – Da “uomo d’onore” a “traditore” il passo può essere breve, brevissimo. Giusto il tempo d’un omicidio e d’un momentaneo “periodo di riflessione” per decidere sul da farsi.

Già, quando un uomo ti viene ammazzato quasi davanti agli occhi e per sbaglio, perché hai appena fatto in tempo a realizzare che quello “destinato” all’altro mondo non potevi che essere tu.

È esattamente quel ch’è capitato all’oggi 58enne Salvatore Lione (foto) il 27 luglio del 2009, quando di anni ne aveva 42.

L’insensato omicidio di un innocente

Quel maledetto giorno, nella rivendita d’autovetture di Lione, in contrada Murate di Sibari a Cassano Jonio, un suo cugino quasi coetaneo e a lui molto somigliante, il 43enne bracciante agricolo incensurato Fazio Cirolla, proprio con lui stava contrattando l’acquisto d’una macchina.

Nell’autosalone del suo parente, Cirolla c’era andato col figlioletto Marco di 7 anni e quel bambino assistette, inerme e terrorizzato assieme ad altri tre bambini presenti, all’insensata uccisione di suo padre da parte d’un commando di due sicari armati e incappucciati che fece irruzione lì dentro all’improvviso.

I due spietati killer di ‘ndrangheta, infatti, agirono nonostante avessero impattato i tre bambini:

due erano i figli di Lione, un altro era figlio di Massimo Cirolla, fratello di Fazio.

I dispensatori di morte erano entrati nei locali della rivendita d’auto dal piano terra, erano saliti attraverso una scala interna, erano passati per l’anticamera davanti alla segretaria e alla figlia di Lione, Antonella, per dirigersi dritto nell’ufficio del titolare:

qui c’erano Lione, Paolo Cantore (Tre omicidi e un testimone di giustizia), Fazio e Massimo Cirolla, Domenico Gagliardi cugino dei fratelli Cirolla, il figlio minore di Lione, Pasquale, e il piccolo Marco Cirolla.

Alla vista dei due incappucciati Lione intuì subito che si trattava d’un agguato nei suoi confronti e saltò dalla finestra, Cantore, Gagliardi e Massimo Cirolla lo seguirono immediatamente e davanti ai killer rimasero solo i due bambini e Fazio Cirolla che venne colpito mortalmente dalle pistolettate.

Nel riquadro in alto Fazio Cirolla. I carabinieri accorsi sul luogo del fatto di sangue

I carabinieri giunti poco dopo sul posto capirono subito che a morire non doveva essere il povero incensurato e innocente operaio, ma proprio il cugino Lione. Lui, al contrario, noto alle forze dell’ordine e alla giustizia.

Lione, in quel momento, era infatti il “reggente”, il “contabile” e l'”armiere” della cosca di ‘ndrangheta facente capo alla potente famiglia cassanese dei Forastefano. E come andarono le cose quel tragico giorno lo raccontò proprio lui a carabinieri, magistrati inquirenti e giudici qualche tempo dopo. Non ebbe altra alternativa che quella di collaborare con la giustizia:

«Custodivo le armi del gruppo e mi fu chiesto di recuperarle perché doveva essere compiuta un’azione.

Quando i sicari hanno fatto irruzione nella concessionaria ho riconosciuto i passamontagna verdi e le pistole che avevo consegnato qualche giorno prima.

Preso dal panico mi sono lanciato dalla finestra e nella stanza in cui ci trovavamo è rimasto solo il povero Cirolla, che è stato ammazzato al posto mio».

Il movente del delitto sbagliato… e impunito

Il movente dell’omicidio mancato di Lione e di quello sbagliato di Cirolla, affonderebbe le radici nelle allora “turbolenze” interne alla cosca dei Forastefano, a causa d’una gestione finanziaria non soddisfacente e d’una serie d’ammanchi dalla “cassa” del clan.

L’omicidio di Cirolla, però, clamorosamente non ha ancora colpevoli:

è rimasto infatti impunito, senza mandanti né sicari.

Fra il 2013 e il 2017, quattro imputati, tutti appartenenti al clan Forastefano, erano finiti a processo e condannati chi soltanto in primo grado e chi pure in appello, con pene a 16 e 30 anni e all’ergastolo, ma furono poi tutti assolti in via definitiva dalla Corte di Cassazione. E, per il principio giuridico del ne bis in idem, non potranno più essere processati.

Torniamo però sulle accennate turbolenze all’interno della cosca Forastefano d’oltre tre lustri or sono.

Perché Lione doveva morire?

Il collaboratore di giustizia disconosce i motivi e ha chiarito che non era vero che avesse una relazione con l’allora 38enne Lucia Bariova, la moglie d’origine cecoslovacca dell’oggi 52enne boss Vincenzo Forastefano, ma solo che lui e la donna erano in buoni rapporti e che lui si fidava di lei.

Non si fidava più, invece, dell’oggi 67enne Leonardo Forastefano detto ‘U cacagliu, del 53enne Archentino Pesce e del 55enne Saverio Lento, che, ha rivelato, lui avrebbe voluto ammazzare:

il “pentito” ha raccontato che aveva preparato tutto per un agguato, ma poi aveva scoperto che l’autovettura rubata che doveva servire per la sua progettata azione di morte era stata incendiata e bruciata. Un segnale tetro.

Lione ha detto ai magistrati dell’Antimafia di Catanzaro che a quel punto decise di sparire per un po’, partendo alla volta della Germania:

alcuni amici lo avevano accompagnato a Bari, e dal capoluogo pugliese prese un treno per la nazione teutonica.

Dalla Germania, un giorno aveva chiamato sua madre, che gli riferì d’aver saputo in paese che la Bariova s’era “pentita” e stava collaborando con l’Antimafia.

Appresa questa “cosa grossa”, aveva telefonato alla donna su un numero che aveva da tempo e le aveva domandato se fosse vera.

La risposta fu positiva e due giorni più tardi l’aveva ritelefonata per chiederle di mettersi in contatto col tenente dei carabinieri di Cassano, che a sua volta avrebbe dovuto avvisare l’allora sostituto procuratore dell’Antimafia catanzarese, Vincenzo Luberto, delle sue intenzioni di lasciare il crimine per collaborare con la giustizia.

L’oramai ex boss Lione pensava d’essere oramai “accerchiato” e temeva per la sua incolumità come per quella dei suoi familiari, nonostante avesse «chiarito con Leonardo Forastefano», come ha pure rivelato.

Qual è l’attuale sorte del “pentito”?

Dopo aver testimoniato in vari processi, a partire da Omnia e Omnia 2 istruiti dall’Antimafia catanzarese proprio contro il clan Forastefano, le sue ultime tracce dibattimentali sarebbero quelle del 2017 e del 2023 nel processo Villa Verde a carico d’alcuni medici psichiatri accusati di corruzione aggravata e concorso esterno in associazione mafiosa per avere redatto false perizie finalizzate a far uscire dall’allora regime di carcere duro del 41-bis il boss oggi 54enne Tonino Forastefano detto Il diavolo. Quei medici, nel 2022, in primo grado vennero condannati, ma nel 2024 furono assolti in appello con una sentenza che oggi è definitiva.

Ad inguaiarli giudiziariamente contribuirono tanto Lione quanto la Bariova, che accusarono – assolte pure loro – la moglie di Tonino Il diavolo, la 56enne Caterina Rizzo, e la cognata 43enne Patrizia Sibarelli, moglie del fratello dell’allora boss, il 56enne Pasquale Forastefano.

Alcune sentenze, oggi definitive, hanno dichiarato la “inattendibilità” di Lione come collaboratore di giustizia.

Quella singolare “anonima” intervista sul Gazzettino di Venezia

Nell’estate del 2024, sul Gazzettino di Venezia comparve un articolo-intervista contenente il drammatico quanto allarmato ed allarmante appello d’un ex “pentito” di ‘ndrangheta, dalle generalità ignote e ritratto in foto col volto coperto in modo tale da renderlo irriconoscibile:

«Sono un ex ‘ndranghetista calabrese, sono stato reggente di una delle quattro cosche più importanti della Calabria, attualmente ex collaboratore di giustizia, ho collaborato da persona libera da giugno del 2010 fino a marzo del 2023 dove ho chiesto di uscire dalla protezione, e poi la mia vita è cambiata.

Dopo circa sei mesi dall’acquisto di un locale, a mia sorella in Calabria è stato mandato sul suo cellulare un messaggio di minacce.

Mi ha chiamato e mi ha confermato di aver ricevuto minacce di morte indirizzate a me ed alla mia famiglia, c’era scritto sia l’indirizzo preciso del locale e sia l’indirizzo preciso dell’abitazione in cui ero in affitto».

La foto dell’uomo pubblicata un anno e mezzo fa dal Gazzettino

Nell’intervista, l’ex collaboratore di giustizia parlava d’un agguato subito anni fa:

«Io mi sono salvato e all’interno dove eravamo è stato ucciso un mio parente.

Oggi sono una persona delusa più che altro, ho deciso di collaborare con la giustizia e ho chiamato la Procura da uomo libero, non avevo nessuna condanna, le condanne sono arrivate dopo che mi sono autoaccusato.

Non ho più niente.

Attualmente dormiamo in macchina con mia figlia, la piccola, che ha 14 anni.

Sono oltre 40 giorni che sto chiedendo aiuto. Stiamo dormendo in macchina io, mia moglie e mio cognato, un malato oncologico operato già due volte di tumore.

Sto chiedendo aiuto a tutti, non posso ritornare in Calabria».

L’ignoto uomo precisava d’avere portato a conoscenza dei fatti il suo avvocato e d’avere presentato una denuncia, notificata anche al Servizio centrale di protezione dei collaboratori di giustizia presso il Ministero dell’Interno. Da qui all’uomo sarebbe stato consigliato di lasciare la località dove si trovava, ma lui avrebbe deciso di presentare al Ministero la domanda per rientrare nel Programma di protezione:

«Mi è stata rifiutata dopo tanti mesi, tante chiamate, tante difficoltà per capire come muoverci, poi mi sono voluto allontanare dalla località dove ero in quel momento per questioni di sicurezza».

Sembra proprio l’identikit di Salvatore Lione… direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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