L’asse interregionale della droga tra la Calabria e le Marche: i figli Cataldo e Domenico finiti in carcere, l’ex boss ai domiciliari

CARIATI – Era trentenne un trentennio fa, Antonio Cicciù (foto), quando decise di “cambiare vita” e di confessare ai magistrati antimafia di Catanzaro i suoi numerosi omicidi, inimicandosi i capi-‘ndrangheta d’allora che glieli avevano commissionati, lui che era uno spietato e sanguinario “azionista”, tra i capi della‘ndrina di Cariati, che fino ad allora aveva risposto sempre “presente” all’appello dei più importanti mammasantissima della Sibaritide che all’occorrenza lo dotavano di pistola o fucile per eliminare il nemico di turno nella prima guerra di ‘ndrangheta della Calabria settentrionale, da Sibari a Cirò Marina nel Crotonese, passando per la “sua” Cariati.
L’omicidio più importante?
Quello del superboss d’origini salernitane don Mario Mirabile, cognato e “numero due” dell’oramai pure lui defunto capobastone che fondò il locale di ‘ndrangheta di Sibari, quel don Peppino Cirillo che pure lui si buttò “pentito” quando dalla sua parte era oramai perduta quella cruentissima guerra a colpi di morti ammazzati ingaggiatagli contro da colui che diventò il nuovo comandante in capo, don Santo Carelli di Schiavonea di Corigliano deceduto anche lui, da pluriergastolano, una decina d’anni or sono.
A guidare il commando di fuoco che il 31 agosto del 1990 al bivio di contrada Thurio a Corigliano rispedì al Creatore don Mario con una scarica di fuoco e di piombo, fu proprio Cicciù, reo confesso di quello come di diversi altri omicidi.

Mario Mirabile
Il “riposo del guerriero” è durato il tempo della sua detenzione in carcere e dei pur lunghi maxiprocessi, a cominciare dal leggendario Galassia. Esauriti i verbali delle sue confessioni di sangue, di numerosi altri crimini, delle trame fino ad allora oscure della ‘ndrangheta d’allora a cavallo tra la Sibaritide e il Cirotano, e delle sue tante deposizioni davanti a pubblici ministeri, avvocati e giudici di tribunali, corti d’assise e corti d’assise d’appello, il vecchio boss cariatese – vecchio si fa per dire – al contempo s’era integrato con la sua famiglia nella loro “terra d’adozione”, la “tranquilla” regione Marche. Dove il “dissociato” aveva silenziosamente trovato riparo sin da quando era sottoposto allo speciale programma di protezione per i collaboratori di giustizia previsto dal Ministero dell’Interno. Lontano e tutelato dalle possibili vendette dei tanti criminali come lui che l’odiavano dopo che aveva fatto buscare loro ergastoli e anni e anni di galera.
L’oggi 60enne era tornato a far parlare di sé nelle cronache proprio dalle Marche, nel 2018, a seguito di un feroce pestaggio ai danni di due giovani per un debito di droga contratto dalle vittime coi suoi figli, Cataldo di 40 anni detto Il pavone, e Domenico di 35. Un fatto risalente al 2014, per il quale i due figli quattro anni dopo finirono in carcere – per la legge della fisica, i frutti cadono sempre vicino all’albero -, e poi, proprio assieme al padre anch’egli indagato, andarono sul banco degl’imputati. Per il pestaggio vennero tutti assolti, nel 2021, ma i due figli furono condannati per spaccio di droga.
I terribili fantasmi del passato criminale di Cicciù-padre sono storia di oggi.
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Il capostipite, infatti, all’alba di stamane, nel comune di Potenza Picena ove risiede, è finito agli arresti domiciliari per la detenzione di una micidiale arma clandestina e delle relative munizioni:
durante una perquisizione domiciliare dei carabinieri è stato trovato in possesso d’un revolver calibro 38 con matricola abrasa che aveva 5 colpi nel caricatore.
Benché pure il padre sia indagato, gl’investigatori dell’Arma marchigiana stamane avrebbero dovuto arrestare e portare in carcere il solo figlio Domenico, su mandato del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Ancona che ha ossequiato la richiesta della Procura distrettuale Antimafia anconetana, perché accusato, assieme al fratello Cataldo e ad altre 7 persone tra cui la moglie di quest’ultimo, d’associazione finalizzata al narcotraffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, ma anche hashish e marijuana.
Pure Domenico, come il padre, è stato trovato in possesso di un’arma da fuoco clandestina e di munizioni:
una pistola Beretta ’98 calibro 9×21 con matricola abrasa e due caricatori pieni con 80 colpi. Adesso è in carcere ad Ancona.
Il fratello Cataldo, invece, è stato ammanettato a Cariati, dove attualmente e momentaneamente si trovava, dai carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano che l’hanno tradotto nel carcere di Cosenza. direttore@altrepagine.it