Dopo 16 anni di carcere (sui 23 che deve scontare) continuano a negargli il “permesso premio”: «Nessuna dissociazione dal clan Abbruzzese che oramai fuso col clan Forastefano continua a governare il territorio»

ROMA – Torna a far parlare di sé il 53enne coriglianese Fabio Falbo (foto), detenuto nel carcere di Rebibbia a Roma da oltre 16 anni. Ce n’eravamo occupati due mesi fa, in occasione dell’uscita del libro “L’emergenza negata – Il collasso delle carceri italiane”, a doppia firma sua e dell’ex parlamentare, ministro e sindaco di Roma Gianni Alemanno, da oltre un anno detenuto con lui nella stessa cella (a Falbo da qualche tempo è stato consentito di lasciare il braccio dell’alta sicurezza per continuare la detenzione in quella di media) a seguito della condanna definitiva per una vicenda giudiziaria nota a tutti gl’italiani.

Ha preso parte a 3 omicidi

Falbo sta scontando i suoi definitivi 22 anni e nove mesi inflittigli nel maxiprocesso anti-‘ndrangheta Timpone rosso per la sua partecipazione all’organizzazione di 3 omicidi di ‘ndrangheta compiuti nella Sibaritide, che, come certificato dalle sentenze definitive, furono pianificati ed eseguiti dagli uomini del potente locale facente capo alla famiglia Abbruzzese di Cassano Jonio e alla sottoposta ‘ndrina di Corigliano:

quello di Giorgio Salvatore Cimino – padre dei collaboratori di giustizia Giovanni ed Antonio Cimino – ucciso nel maggio del 2001 all’interno del Roxy bar di Corigliano Scalo, e il plateale duplice omicidio di Giuseppe Vincenzo Fabbricatore e Vincenzo Campana, assassinati a marzo dell’anno successivo lungo la Strada statale 106 jonica che attraversa il Coriglianese in direzione Sibari.

Dal carcere ha fatto scrivere e parlare molto di sé, a livello nazionale, negli anni più recenti, per il proprio “attivismo politico” tra le celle e per aver partecipato ad alcuni film, oltre che per essersi laureato in Giurisprudenza proprio tra le mura del penitenziario capitolino e d’essersi iscritto ad un altro corso di laurea.

È dal 2018 che “invoca” un permesso-premio

Negli ultimi 6 anni, il noto detenuto coriglianese, attraverso il patrocinio dei suoi avvocati difensori ha chiesto per ben 3 volte un “permesso premio” che la magistratura gli ha però sempre negato.

Il 10 ottobre del 2018 proprio nell’istituto di pena romano si laureò in Legge discutendo una tesi sul concorso esterno in associazione di tipo mafioso, quando invece avrebbe voluto discuterla nella sede delle Camere penali di Roma oppure nell’Università di Tor Vergata, per poi festeggiare coi suoi familiari in una struttura messa a disposizione da un sacerdote anche il concomitante 18° compleanno di suo figlio:

tanto il Magistrato di sorveglianza quanto il Tribunale collegiale di sorveglianza e poi la Cassazione, risposero con netti e motivati dinieghi all’istanza e ai ricorsi finalizzati ad ottenere il permesso-premio.

Nel 2022 ci aveva riprovato, sempre con esito negativo in tutti i gradi di giudizio della sollevata “questione”.

Falbo mentre consegna la posta ai colleghi detenuti

Aveva chiesto pure l’indulto per una parte della pena

Successivamente, Falbo aveva formalizzato pure un’istanza al Giudice dell’esecuzione della sua pena finalizzata ad ottenere il “condono” di parte della sua pena detentiva, in forza della Legge numero 241 del 31 luglio 2006 che aveva introdotto l’indulto per reati commessi fino al 2 maggio del 2006. Anche in questo caso aveva ottenuto il rigetto della richiesta, tanto da parte del Giudice dell’esecuzione quanto dalla Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro e infine dalla Cassazione:

per gli omicidi di ‘ndrangheta – ovviamente – l’indulto non può essere concesso.

L’ultimo diniego e il pronunciamento della Cassazione: ecco i motivi nel dettaglio

La notizia odierna è il rigetto della terza istanza in ordine di tempo formalizzata per ottenere l’oramai famigerato permesso-premio:

il 25 giugno dell’anno scorso, il Tribunale di sorveglianza di Roma, decidendo quale giudice del rinvio a seguito dell’annullamento della precedente ordinanza del 7 dicembre 2023 per effetto della pronuncia della Cassazione del 24 maggio 2024, aveva nuovamente respinto l’istanza del condannato, poiché non aveva ancora raggiunto «un grado di rieducazione adeguato alla concessione del beneficio» e «un genuino cambiamento di modelli di vita di riferimento».

La decisione era stata quindi nuovamente impugnata da Falbo in Cassazione. I cui supremi giudici della Prima sezione penale, in esito all’udienza di martedì 13 gennaio scorso, nelle 5 pagine della sentenza depositata giovedì 22, hanno motivatamente dichiarato «inammissibile» il ricorso, andando quindi oltre la richiesta di «rigetto» formulata dal procuratore generale.

Resta in piedi, dunque, l’ordinanza emessa otto mesi fa dal Tribunale di sorveglianza di Roma. Che, proprio in ordine al percorso rieducativo di Falbo, afferma:

«Il suo attivismo all’esterno focalizzato sui temi generali del carcere e della rieducazione senza accenni alla propria storia criminale non è mai stato accompagnato, nonostante i lunghi anni di detenzione, dalla disponibilità verso un personale percorso di riflessione;

tutti i tentativi di instaurare un dialogo sulle proprie vicende giudiziarie sono stati respinti con atteggiamenti di totale chiusura».

Una motivazione che, secondo i supremi giudici della Cassazione, «in modo non manifestamente illogico, con argomenti che in fatto non sono neanche contrastati in ricorso, ha desunto la mancanza di revisione critica ed il conseguente giudizio di attuale pericolosità del condannato».

La sentenza della Cassazione fa ampio riferimento alle relazioni acquisite da parte dei giudici di merito dalla Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro e dalla Direzione nazionale Antimafia. Che «riferiscono anche di fatti relativi all’anno 2023 e mettono in luce il potere criminale di cui ancora dispone il clan di appartenenza di Falbo, specificando anche che il clan Abbruzzese si è ormai fuso con il clan Forastefano e governa il territorio, potendo la pericolosità di Falbo essere desunta anche dal potere criminale dell’organizzazione di appartenenza da cui non è intervenuta alcuna dissociazione». direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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