ROMA – I giudici della Prima sezione penale della suprema Corte di Cassazione da qualche giorno hanno depositato le motivazioni della sentenza con la quale hanno rigettato i ricorsi dei 3 imputati del plateale maxi-incendio doloso che venne appiccato nel maggio 2022 nel piazzale e nei capannoni della “Socas Srl”, la nota azienda di Corigliano-Rossano attiva nel soccorso stradale con annesse autocarrozzeria, autofficina e depositeria giudiziaria accreditata, ubicata in contrada Fabrizio a ridosso della Strada statale 106 jonica.

I massimi giudici dell’ordinamento italiano hanno così confermato e reso definitive le condanne del 59enne Giovanni Chiaradia (nella foto a sinistra), già condannato in via definitiva per associazione mafiosa e considerato dai magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro un influente boss della ‘ndrangheta coriglianese, del fratello 52enne Piero Francesco Chiaradia, pregiudicato per traffico di sostanze stupefacenti (a destra), e del 33enne loro parente Marco Bonafede, anch’egli coriglianese e già volto noto negli ambienti investigativi di Corigliano-Rossano oltre che in quelli giudiziari.

Il terzetto risiede nella stessa contrada Fabrizio, a pochissima distanza dall’azienda colpita.

La sera in cui scoppiò il grande rogo

Nei giudizi di merito di primo e secondo grado, Giovanni Chiaradia è stato condannato a 4 anni, cinque mesi e dieci giorni di carcere, il fratello Piero e Bonafede a 4 anni di reclusione ciascuno. A tutt’e tre sono state applicate le pene accessorie dell’interdizione dai pubblici uffici per la durata di 5 anni ciascuno e della misura di sicurezza di libertà vigilata per 2 anni dopo l’espiazione della pena, oltre ad essere stati condannati a risarcire i danni subiti dai titolari della “Socas”, il noto imprenditore coriglianese Tonino Sisca e i suoi familiari, da quantificarsi in separata sede di giudizio civile, ma che s’aggirerebbero intorno al mezzo milione di euro.

Una sequenza del grave fatto incendiario

Quella drammatica serata e l’arresto dei Chiaradia due mesi dopo

Il plateale e drammatico maxi-rogo alla “Socas” scoppiò la sera del 24 maggio 2022. I fratelli Chiaradia furono arrestati e incarcerati dopo un paio di mesi di serrate indagini da parte dei carabinieri, su ordine del giudice per le indagini preliminari distrettuale di Catanzaro cui il sostituto procuratore dell’Antimafia Alessandro Riello aveva avanzato la richiesta d’emissione delle misure cautelari.

Bonafede era invece rimasto indagato a piede libero, dal momento che il gip aveva rigettato la richiesta di misura cautelare in carcere che il pubblico ministero Riello aveva formalizzato pure nei suoi confronti.

Un’immagine dei danni provocati

La ricostruzione dei carabinieri e dell’Antimafia

Secondo la ricostruzione investigativa dei fatti, la “scintilla” incendiaria sarebbe scoccata allorquando il titolare della “Socas” Sisca aveva detto «no» a Giovanni Chiaradia che gli aveva chiesto di riparargli «immediatamente» la carrozzeria della propria auto, dal momento che la grande mole di lavoro dell’autocarrozzeria e gl’impegni già assunti con altri clienti non gli avrebbe consentito quella riparazione con urgenza. Sisca aveva rinviato la riparazione al lunedì successivo.

Chiaradia aveva avuto una reazione stizzita e nei giorni successivi aveva manifestato al fratello i suoi propositi di «castigare» Sisca.

L’imprenditore Tonino Sisca

I Chiaradia erano già sotto intercettazione nell’indagine per un omicidio di ‘ndrangheta

I fratelli Chiaradia erano già sotto intercettazione – telefonica e telematica – da parte degli stessi carabinieri in relazione a ben altra e più importante indagine, quella relativa all’omicidio di stampo ‘ndranghetista del pregiudicato 57enne coriglianese Pasquale Aquino, ucciso a colpi di pistola e mitraglietta la sera del 3 maggio 2022 – una ventina di giorni prima del maxi-rogo alla “Socas” – davanti alla sua abitazione alla Marina di Schiavonea sempre a Corigliano-Rossano.

Il pubblico ministero Riello che ha portato a processo i presunti esecutori materiali del fatto di sangue, ne riteneva mandanti proprio i fratelli Chiaradia, ma il giudice per l’udienza preliminare pronunciò nei loro confronti sentenza di non luogo a procedere per insufficienza di prove a loro carico.

Le indagini furono condotte dai carabinieri del Reparto territoriale di Corigliano-Rossano

Dagli atti d’accusa relativi al maxi-incendio della “Socas” emerge che ogni movimento dei Chiaradia era monitorato dai detective dell’Arma:

nei pressi delle loro abitazioni pullulavano le telecamere a circuito chiuso fatte installare proprio dalla Procura Antimafia. E proprio ciò aveva consentito agl’investigatori di trovare ogni tipo di riscontro in merito alla loro responsabilità.

Erano stati gli stessi fratelli Chiaradia a preparare le bottiglie incendiarie, prelevando la benzina da un’auto nella loro stessa disponibilità, ed ancor prima ad effettuare una serie di sopralluoghi sul retro dei capannoni della “Socas”, distanti soltanto due chilometri dalle loro stesse case, a bordo d’una Fiat Punto.

Tutto video-ripreso e registrato dalle telecamere, tanto quelle della “Socas” quanto quelle dei carabinieri presso le loro abitazioni. Altri sopralluoghi, come documentato dai filmati, erano stati effettuati da una persona non identificata a bordo d’una motocicletta e col capo coperto dal casco, con ogni probabilità lo stesso Bonafede, che fu l’autore materiale di quel maxi-rogo.

Marco Bonafede

Incastrati dal “Dna” di Bonafede

I tre imputati sono stati incastrati dalla prova del “Dna”, essendo emerso nel processo che sul luogo del delitto Marco Bonafede aveva perso un auricolare sul quale erano state rinvenute le sue tracce biologiche.

L’aggravante mafiosa è “certificata”

Il “cuore” del ricorso in Cassazione dei Chiaradia e di Bonafede riguardava l’applicabilità giuridica dell’aggravante del metodo mafioso, sostenendo che l’incendio fosse stato frutto d’una «vendetta personale» priva di finalità intimidatorie verso la comunità o d’agevolazione per la locale ‘ndrina.

La suprema Corte ha però respinto tale tesi, sottolineando che l’azione incendiaria non fu un semplice atto vandalico, ma una vera e propria ritorsione finalizzata a riaffermare la «forza prevaricatrice» del gruppo criminale sul territorio.

Secondo gli “ermellini”, infatti, gl’imputati agirono «sfruttando la forza d’intimidazione del vincolo associativo», confidando nel fatto che la caratura criminale avrebbe indotto la vittima al silenzio o alla soggezione. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com