Il killer di Cariati reo confesso di numerosi omicidi negli anni Novanta, nelle Marche dove viveva libero da anni il 22 gennaio era finito agli arresti domiciliari per la detenzione d’un revolver. Ora la magistratura l’ha spedito in carcere

ANCONA – Giudici e avvocati penalisti che dalla seconda metà degli anni Novanta furono impegnati nei vari gradi del primo maxiprocesso alla ‘ndrangheta della Sibaritide (ma anche a quella di Cirò e d’altre zone della Calabria), quello passato alla storia col nome di Galassia, lo ricordano molto bene. Così come lo ricorda bene l’attuale procuratore distrettuale antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, che di quel processo ne fu il pubblico ministero incarnandone la pubblica accusa.
L’oggi 60enne Antonio Cicciù (foto), al tempo uno dei boss di Cariati, da spietato e sanguinario killer al servizio della ‘ndrangheta urbi et orbi, saltò il fosso e confessò tutti gli omicidi da lui compiuti durante la cruentissima prima guerra di ‘ndrangheta sibarita. Chiamando in correità, con le sue rivelazioni, i mandanti e gli altri esecutori materiali di quei fatti di sangue.
Cicciù (assieme ad altri collaboratori di giustizia) fece condannare all’ergastolo i mammasantissima del tempo, e a venti e trent’anni di carcere boss, picciotti e reggipanza. Lui, invece, in quell’oramai leggendario processo, usufruì degl’importanti sconti di pena e benefici carcerari previsti dalla legge sui collaboratori di giustizia, altrimenti oggi sarebbe anch’egli stesso un ergastolano.
Fino a qualche settimana fa, in pochi, pochissimi qui da noi, sapevano che “fine” avesse fatto il sanguinario “pentito” dalla gola profonda.

Antonio Cicciù in una foto degli anni Novanta
La nuova vita… criminale dell’ex “pentito”
A “riesumare” il ricordo criminale dell’oramai ex “pentito” di ‘ndrangheta Antonio Cicciù, è la cronaca relativa proprio alla sua “nuova vita”. Anch’essa criminale.
Corsi e ricorsi storici – in questo caso anche geografici – a “inchiodarlo” è toccato proprio a un uomo dello Stato che ha avuto ben a che fare con la Sibaritide, il colonnello Raffaele Ruocco, comandante provinciale dei carabinieri di Macerata nelle Marche e già ben ricordato capitano alla guida della Compagnia di Corigliano negli anni Duemila, quando la sua attività investigativa d’ufficiale dell’Arma sfociò in altre importantissime maxi-inchieste giudiziarie condotte dalla Direzione distrettuale Antimafia catanzarese.

A sinistra il generale Nicola Conforti, comandante della Legione carabinieri “Marche”, a destra il colonnello Ruocco
L’inchiesta antimafia Potentia: droga, estorsioni, danneggiamenti e armi
L’inchiesta maceratese che vede al centro la figura dell’ex collaboratore di giustizia Cicciù è stata denominata Potentia, il nome latino dell’attuale comune di Potenza Picena ove il 60enne cariatese risiede da svariati anni. E dove, a ben vedere, avrebbe allevato i suoi figli proprio alla sua antica tradizione criminale. Per la legge della fisica, infatti, i frutti cadono sempre vicino all’albero…
Proprio ai figli di Cicciù, Cataldo di 40 anni che lì nel Maceratese è soprannominato Il capitano oppure Il pavone, quest’ultimo soprannome pare affibbiatogli proprio dal padre, e Domenico di 35 auto-soprannominatosi, alla napoletana, Mimmo o’ brillant, la Procura distrettuale Antimafia di Ancona contesta decine di capi d’accusa per traffico e spaccio di droga, ma anche alcuni episodi di estorsione consumata e tentata, e danneggiamenti. Insomma, reati “tipici” degli ‘ndranghetisti d’un tempo come di oggi. Il pavone – arrestato proprio nella sua cittadina d’origine Cariati lo scorso 22 gennaio dai carabinieri di Corigliano-Rossano – sarebbe, secondo le accuse dell’Antimafia anconetana, il capo di un’associazione criminale che ha visto finire in carcere pure la moglie, il padre, il fratello e assieme a loro numerose altre persone lì residenti, ma in prevalenza d’origini pugliesi e napoletane.

Cataldo Cicciù detto “Il pavone”
Le odierne accuse dei magistrati marchigiani alla remota “gola profonda” cariatese
Esauriti da un bel pezzo i verbali delle sue confessioni di sangue, di numerosi altri crimini, delle trame della ‘ndrangheta degli anni Novanta a cavallo tra la Sibaritide e il Cirotano e delle sue tante deposizioni davanti a pubblici ministeri, procuratori generali, avvocati e giudici di tribunali, corti d’assise e corti d’assise d’appello, il vecchio boss cariatese – vecchio si fa per dire – nel frattempo s’è integrato con la sua famiglia nella loro “terra d’adozione”, dove il “dissociato” di ‘ndrangheta aveva silenziosamente trovato riparo sin da quando era sottoposto allo speciale programma di protezione per i collaboratori di giustizia previsto dal Ministero dell’Interno, lontano e tutelato dalle possibili vendette dei tanti criminali come lui che l’odiavano dopo che aveva fatto buscare loro il carcere a vita e anni e anni di galera.
Cicciù senior era già tornato a “fare cronaca” nel 2018 proprio lì nelle Marche, a seguito d’un feroce pestaggio ai danni di due giovani per un debito di droga contratto dalle vittime coi suoi figli. Un fatto risalente al 2014, per il quale i due figli quattro anni dopo finirono in carcere, e poi, proprio assieme al padre, andarono sul banco degl’imputati. Per il pestaggio furono tutti assolti nel 2021, ma i figli vennero condannati per spaccio di droga.

Domenico Cicciù “Mimmo o’ brillant”
Sottoposto a perquisizione domiciliare in qualità d’indagato “a piede libero” all’alba dello scorso 22 gennaio proprio nell’ambito dell’operazione Potentia, il capostipite era finito agli arresti domiciliari per la detenzione d’una pistola, un revolver calibro 38 con 5 colpi nel caricatore. Pure il figlio Domenico, destinatario assieme al fratello Cataldo dell’ordinanza carceraria, era stato trovato armato d’una pistola Beretta ’98 calibro 9×21 con matricola abrasa e due caricatori pieni con 80 colpi.
Nei giorni scorsi, il giudice delle indagini preliminari distrettuale di Ancona ha spedito dagli arresti domiciliari al carcere Antonio Cicciù, aggravandogli così la misura cautelare.
Già, ma di cos’è accusata la “gola profonda” della ‘ndrangheta sibarita d’un passato oramai remoto?
È presto detto:
avrebbe avuto un ruolo importante e fondamentale nell’aiutare a sottrarsi all’arresto un superlatitante di ‘ndrangheta originario di Chiaravalle Centrale nel Catanzarese, ma attivo ed operante proprio in terra marchigiana. Si tratta del 45enne Salvatore Perricciolo, condannato definitivo a 21 anni di carcere e catturato in Slovenia nell’agosto del 2024, dopo sei mesi di latitanza.

Il boss calabrese operante nelle Marche Salvatore Perricciolo
Nell’inchiesta Potentia, Cicciù è infatti indagato per procurata inosservanza di pena aggravata dall’agevolazione mafiosa. Per l’Antimafia di Ancona, proprio nel 2024 avrebbe aiutato la moglie e i figli di Perricciolo a raggiungerlo in Slovenia dove aveva riparato per sfuggire alla cattura, fornendo loro strumenti e informazioni utili a eludere i controlli delle forze dell’ordine.
Cicciù avrebbe aiutato Perricciolo e i suoi familiari in ben cinque circostanze, tra i mesi d’aprile ed agosto del 2024.
Secondo quanto ricostruito dagl’inquirenti, il 60enne cariatese avrebbe fornito ai familiari del latitante calabrese autovetture prese a noleggio a nome d’altre persone da usare per raggiungere la Slovenia. Non solo. Alla moglie di Perricciolo avrebbe anche fornito indicazioni sul percorso stradale da fare per raggiungere il marito. In un caso le avrebbe fornito anche dei medicinali da portare al ricercato. Un reato, quello della procurata inosservanza di pena, aggravato dal fatto che in questo modo Cicciù avrebbe agevolato l’associazione di tipo mafioso di cui Perricciolo è considerato promotore. direttore@altrepagine.it