L’importante legge dello Stato, sollecitata sin dagli anni Ottanta dal giudice Giovanni Falcone, può rivelarsi un utile “paravento” per continuare a delinquere   

CORIGLIANO-ROSSANO – Chi ci legge quotidianamente avrà certamente notato che in riferimento ai “pentiti” di ‘ndrangheta di cui ci occupiamo la parola “pentito” l’abbiamo sempre scritta tra le virgolette.

Quando anziché essere giornalisticamente sintetici decidiamo d’essere più “prolissi”, scriviamo “collaboratore di giustizia”, ma lo scriviamo senza le virgolette perché è proprio questa la dizione esatta.

La legge sui collaboratori di giustizia del 1991 – che nel 2001 venne significativamente modificata – fu fortemente “sollecitata” dal più grande martire della giustizia italiana, il giudice Giovanni Falcone.

Disse, Falcone, nell’aprile del 1986 a Courmayeur, al convegno sul tema “La legislazione premiale”:

«Senza un intervento legislativo che preveda effetti favorevoli per il “pentito”, il fenomeno della collaborazione con la giustizia degli imputati è destinato ad esaurirsi in breve tempo.

Se è questo che si vuole e se si ritiene che, di fronte ad una criminalità organizzata dilagante e sempre più minacciosa, lo strumento del pentitismo non rappresenti un utile mezzo di indagini istruttorie, occorre che lo si dica chiaramente affinché, per lo meno, non si ingenerino illusioni o aspettative in coloro che, sia pure per mero tornaconto personale, avevano ritenuto ingenuamente che il loro contributo all’accertamento di gravissimi crimini sarebbe stato apprezzato, prima o poi, dal Paese».

Giovanni Falcone

Ecco cosa prevede la legge sui collaboratori di giustizia

La legge varata trentacinque anni fa e successivamente modificata disciplina misure di protezione, benefici economici e sconti di pena per chi collabora con la giustizia, in particolare contro la criminalità organizzata.

I principali aspetti della normativa riguardano il programma di protezione dei collaboratori di giustizia, che prevede misure di tutela fisica, il cambio delle generalità e il sostegno economico per lui e il suo nucleo familiare, se esposti a grave pericolo.

La collaborazione deve rispettare dei requisiti essenziali, e cioè dev’essere “intrinsecamente attendibile”, le dichiarazioni devono essere inedite e devono essere fornite entro un termine massimo di 180 giorni.

Gli sconti di pena previsti sono significativi, ma condizionati:

il collaboratore detenuto deve scontare almeno un quarto della pena prima di accedere ai benefici (10 anni per gli ergastolani).

La legge è finalizzata a scardinare il vincolo omertoso delle associazioni mafiose.

La tragica storia di un vero pentito

Nel marzo del 1973 – quando la legge sui collaboratori di giustizia non era neppure stata “pensata” da Falcone – tale Leonardo Vitale si presentò spontaneamente negli uffici della Questura di Palermo ove dichiarò che stava attraversando una crisi religiosa. Disse:

«Il mio crimine è stato quello di essere nato e cresciuto in una famiglia di tradizioni mafiose, e di aver vissuto in una società dove tutti sono mafiosi e per questo rispettati, mentre quelli che non lo sono vengono disprezzati». E raccontò d’avere commesso due omicidi e un tentato omicidio.

Fu condannato a 25 anni di carcere, 7 dei quali trascorsi nel manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto perché considerato seminfermo di mente.

Uscì dal carcere nel giugno del 1984 e rilasciò un’intervista a un giornalista, dicendogli, tra l’altro:

«So che mi ammazzeranno».

Sei mesi dopo, una domenica mattina, mentre usciva da una chiesa, venne ucciso con un colpo di lupara. Vitale fu un pentito nel vero senso della parola, quindi senza le virgolette, ma morì ammazzato senza nessuna legge che potesse proteggerlo.  

Antonio Cicciù, dalla Calabria alle Marche con furore

La legge sui collaboratori di giustizia e il variegato mondo del pentitismo celano però insidie, abusi, inganni. Come quelli emersi nelle ultime settimane attraverso le gesta criminali di uno dei più blasonati tra i “pentiti” delle organizzazioni di ‘ndrangheta attive ed operanti tra la Piana di Sibari, il Basso Jonio Cosentino, il comprensorio di Cirò sullo Jonio Crotonese e l’intera provincia di Crotone.

Parliamo del 60enne Antonio Cicciù (nella foto d’apertura), negli anni Novanta boss di Cariati e condannato per avere incarnato il ruolo di sicario in diversi omicidi proprio di quegli anni.

Antonio Cicciù in uno scatto degli anni Novanta

Cicciù fino a pochi giorni fa era un uomo libero da chissà quanti anni, da quando era libero risiede nelle Marche, e, benché non più sottoposto al programma previsto dalla legge sui collaboratori di giustizia, sempre un collaboratore di giustizia è. Lo era, almeno fino alla recente inchiesta Potentia della Direzione distrettuale Antimafia di Ancona che l’ha visto finire in carcere assieme ai suoi figli (da anni pluripregiudicati) e alla nuora, per reati – a vario titolo contestati – di traffico e spaccio di droga, estorsione, danneggiamenti e procurata inosservanza di pena aggravata dall’agevolazione mafiosa. Mica “peccatucci”, bensì reati tipici degli ‘ndranghetisti.

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Il 6 febbraio del 2021 Cicciù depose nell’aula bunker di Lamezia Terme in quello ch’è considerato il “maxiprocesso dei maxiprocessi” calabresi di tutti i tempi, Rinascita-Scott, ma il nome di Cicciù in “qualità” di collaboratore di giustizia figura in ancora più recenti pronunce e sentenze della Corte di Cassazione nell’ambito di processi a carico di ‘ndranghetisti del Crotonese imputati e condannati anche per omicidi.

L’aula bunker di Lamezia Terme durante un’udienza del maxiprocesso “Rinascita-Scott”

Quel giorno di cinque anni fa, nell’aula bunker lametina, Antonio Cicciù disse:

«La mia ‘ndrina faceva capo al locale di ‘ndrangheta di Cirò guidato da Giuseppe Farao.

Dopo aver avuto problemi con Domenico Critelli (lo storico capobastone di Cariati detto Saragat, deceduto negli anni scorsi, Ndr), appoggiato da Cirò ho costituito una struttura da me capeggiata ma sempre formalmente sotto la ‘ndrina di Critelli.

Sono stato io ad uccidere il 31 agosto 1990 Mario Mirabile, cognato del boss Peppe Cirillo che comandava all’epoca tutta la zona di Sibari.

Da quel momento la ‘ndrina di Cariati ha iniziato a rispondere al locale di Cirò diretto dai Farao.

Sia Sibari che successivamente Cirò rispondevano al Crimine di Reggio Calabria che è l’organismo che sovrintende a tutte le strutture di ‘ndrangheta della Calabria.

So che Giuseppe Farao aveva rapporti con i Libri, i Tegano e i De Stefano di Reggio Calabria».

Alla luce di quanto è emerso nell’inchiesta Potentia a carico di Cicciù e dei suoi familiari, lo Stato non ci ha fatto bella figura, per usare un eufemismo. Un pezzo dello Stato alla fine ha però funzionato, e va dato plauso all’Arma dei carabinieri della provincia di Macerata guidata dal colonnello Raffaele Ruocco – vecchia e ottima “conoscenza” della Sibaritide – che ha disvelato all’Antimafia di Ancona che il “pentito” Cicciù e il criminale Cicciù sono la stessa persona. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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