
CORIGLIANO-ROSSANO – Sono trascorsi ben 31 anni. Però, dalle vecchie carte giudiziarie oramai ingiallite del maxiprocesso Galassia, il primo grande processo alle organizzazioni di ‘ndrangheta della Sibaritide e dell’intera provincia di Cosenza compreso il capoluogo, oltre che del comprensorio di Cirò e della provincia Crotonese, oggi riemergono con forza le rivelazioni dell’oramai ex collaboratore di giustizia Antonio Cicciù, oggi 60enne, boss di Cariati quando di anni ne aveva la metà.
Sanguinario e spietato sicario reo confesso di svariati omicidi commissionatigli dai capibastone che tra Corigliano e Cirò occupavano posizioni gerarchiche di gran lunga più alte della sua che allora era un “uomo di rispetto” emergente. Mammasantissima che vennero condannati all’ergastolo proprio per il determinante apporto delle propalazioni fuoriuscite dalla “gola profonda” Cicciù. Che finirono nei verbali dei magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, in quelle dei processi in ogni grado e nelle sentenze di condanna che nel 2006 passarono in giudicato divenendo definitive.

Antonio Cicciù
Alcuni dei condannati al carcere a vita o a tanti anni di galera nel frattempo sono deceduti, alcuni altri sono morti ammazzati poco tempo dopo che s’erano lasciati alle spalle le sbarre tra le quali erano stati detenuti anche al “carcere duro” del 41-bis.
Il ritorno “in auge”, e in carcere, di Cicciù
Tra le sbarre, da una decina di giorni in qua, c’è tornato proprio Cicciù. Che, indagato nella regione Marche nell’ambito dell’inchiesta Potentia e trovato in possesso d’una pistola revolver calibro 38 carica, secondo le accuse della Direzione distrettuale Antimafia di Ancona sulla scorta delle attività investigative condotte dai carabinieri del Comando provinciale di Macerata, avrebbe aiutato un superlatitante boss di ‘ndrangheta condannato definitivo a 21 anni di carcere – il 45enne Salvatore Perricciolo originario di Chiaravalle Centrale, nel Catanzarese – fuggito all’estero, in Slovenia, a sottrarsi alla cattura ordinata nei suoi confronti dalla magistratura antimafia del Centro-Nord Italia.
In forza della stessa inchiesta Potentia sono finiti in carcere anche due figli di Cicciù, da anni pluripregiudicati, e una nuora, per traffico e spaccio di droga, estorsione e danneggiamenti, unitamente ad altre persone perlopiù originarie della Puglia e della Campania che secondo l’Antimafia farebbero parte di un’associazione criminale capeggiata proprio da uno dei figli di Cicciù.

Il recente arresto dell’ex collaborante
La rivelazione shock nel maxiprocesso Galassia
Torniamo adesso ai furenti anni Novanta di Cicciù senior, alle sue confessioni e rivelazioni nel maxiprocesso Galassia.
Ve ne fu una veramente shock per quegli anni, che da poco tempo avevano visto l’Italia intera segnata per sempre nella sua storia dalla lunga stagione delle stragi di mafia che al culmine avevano visto cadere i giudici Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli uomini delle loro scorte.
Cicciù svelò il piano che sarebbe stato ordito dalla ‘ndrangheta per ammazzare l’attuale procuratore capo dell’Antimafia di Catanzaro, Salvatore Curcio, all’epoca giovane sostituto e pubblico ministero nei processi istruiti contro alcuni ‘ndranghetisti di Corigliano ancor prima del maxiprocesso Galassia che fu istruito e condotto dallo stesso Curcio.

Il procuratore Curcio in una foto di quegli anni
Ecco cosa rivelò, proprio a Curcio, l’ex collaboratore di giustizia Cicciù:
«Tornando all’attentato fui coinvolto nella vicenda in questo modo.
Dopo l’acquisto delle armi si presentarono da me Bruno Antonio detto “Giravite” e Guidi Vincenzo, di Corigliano, entrambi uomini di “Santullo”.
Essi mi chiesero di dover contattare necessariamente i Cirotani, per il tramite del fratello Carelli Franco, perché Santullo aveva dato ordine che il processo di Rossano si doveva in qualche modo bloccare.
Ciò accadeva nel mese di febbraio/marzo del 1995 e la volontà del Carelli Santo e dei Coriglianesi era quella di ammazzare il Pubblico Ministero che trattava il processo.
Ci furono una serie di contatti andati a vuoto nel senso che i Cirotani non erano presenti;
io parlai della cosa con i Farao e Cataldo Marincola, i quali erano piuttosto scettici e contrari ad acconsentire alla cosa in quanto non volevano che si ripetesse quanto successo in Sicilia.
Ma il Carelli Santo pressava e, per il tramite del fratello Franco, mandò nuovamente da me Bruno Antonio, questa volta in compagnia di Marrazzo Antonio.
Bruno mi chiese la disponibilità di un bazooka in quanto era stato progettato di far saltare la vettura blindata del magistrato lontano da Rossano.

Il presunto progetto criminale prevedeva l’eliminazione del magistrato prima del suo arrivo per l’udienza nell’ex tribunale di Rossano
Dopo tante insistenze, malgrado i dubbi dei Cirotani, i Farao mi dissero che avrei potuto consegnare un bazooka al Bruno Antonio.
Cosa che in effetti feci, al medesimo misi anche a disposizione una vettura Fiat Croma turbo i.e. che tutt’ora custodisco io in un determinato posto che vi indicherò.
Detta vettura mi era stata data in precedenza, prima della sua morte, da Sapia Pasquale:
trattasi di auto di provenienza furtiva, se non erro fu rubata in Cosenza.
L’attentato prevedeva l’utilizzo di esplosivo da innescare con radio comando ad infrarossi e che doveva servire a fermare il corteo delle auto, quindi da una postazione fissa si sarebbe esploso il colpo di bazooka contro l’auto del magistrato.
Devo precisare che i percorsi seguiti dalle vetture sarebbero stati oggetto di osservazione da parte dei Coriglianesi.
Non conosco le ragioni del perché l’attentato non sia stato ancora portato a compimento, ma ribadisco di avere personalmente consegnato io il bazooka del tipo monouso al Bruno Antonio».
Sul presunto progetto di “eliminare” in quel modo plateale il procuratore Curcio, venne aperto un procedimento a parte, avulso dal maxiprocesso Galassia, ma, negli anni a seguire, quell’indagine non condusse a nessun processo e non se ne seppe più nulla. direttore@altrepagine.it