La piena e la rottura degli argini qui non sono mai una sorpresa, ma il risultato di una filiera di (ir)responsabilità che si interrompe sempre un metro prima della soluzione

CORIGLIANO-ROSSANO – Il tempo delle cronache Al lupo al lupo «…che sta arrivando»… quando oramai è tardi, tardissimo, come quelle delle sviolinate al sindaco Superman e al sindaco Boy scout, ora dovrebbe essere finito. Pure la grande umanità solidale delle popolazioni sibarite nei momenti brutti di questa nostra terra è cosa risaputa, quindi le poesie facciamole comporre ai poeti quelli veri.
Vogliamo incominciare a parlare del fallimento politico-istituzionale di questa nostra terra?
E che nessuno si scandalizzi se noi iniziamo a farlo proprio mentre il fango del fiume Crati, il nostro fiume, continua a invadere le case e le strade dei Laghi Sibari – la “Piccola Venezia” -, e delle contrade Lattughelle, Ministalla, Thurio, Foggia, e in minor misura, questa volta per mera fortuna, il Parco archeologico e il Museo nazionale di Sibari.
La piena del Crati è stata un fenomeno naturale. E la rottura degli argini non è stata una “sorpresa”, ma l’esito naturale d’una filiera “politico”-istituzionale che qui da noi s’interrompe sempre un metro prima della sua risoluzione.
L’aggettivo “imprevedibile” è sempre l’alibi perfetto di chi è depositario del sostantivo “responsabilità”. È lo scudo dietro cui si barrica la “politica” che preferisce guidare la “macchina del fango” invece di controllare e governare il territorio, quando le mappe, le denunce scritte, protocollate, e i volti sconvolti di quanti in prossimità della foce del fiume ci vivono, dicono l’esatto contrario.
Quanto accaduto nelle ultime ore tra Sibari e Corigliano-Rossano non è una fatalità, ma l’esecuzione d’una sentenza di condanna.

Il Crati è un fiume onesto, non colpisce alle spalle. Avvisa tutti col cedimento lento dei suoi argini, coi cantieri che rimangono “consegnati” solo sulla carta, ma che non vengono mai aperti, coi milioni di euro che restano prigionieri d’atti burocratici nei cassetti degli uffici delle istituzioni pubbliche.
Stavolta la foce s’è “gonfiata” sì tanto da triplicare la sua massa e la sua ampiezza, passando da 2 a 6 chilometri. Un’espansione che ha letteralmente inghiottito pezzi d’economia e di vita. A Nord, l’inabissamento dei Laghi di Sibari, a Sud, l’acqua che arriva quasi fino a contrada Ricota Grande.
Il dito va puntato anche su un “modello” di sviluppo agricolo che ha sfidato la natura. Decenni di agrumicoltura “selvaggia” hanno visto le piante avanzare fin dentro il letto del fiume, restringendo l’alveo e indebolendo le difese naturali del territorio circostante, sotto lo sguardo complice d’una “politica” che ha preferito non vedere per non perdere il consenso elettorale.
Oggi, però, il conto è arrivato. E come sempre è salatissimo:
bestiame affogato nelle stalle, raccolti perduti che rappresentano il reddito d’intere famiglie per un anno intero, aziende in ginocchio che difficilmente si rialzeranno coi soli “ristori” già promessi.
Il vero limite non è economico e nemmeno tecnico. È culturale. La prevenzione non paga in termini elettorali. Un argine rinforzato non s’inaugura col taglio del nastro, un alveo pulito non finisce in cronaca. L’emergenza, invece, produce “presenza”. In queste ore i luoghi del disastro sono affollati d’uniformi, fasce tricolori e promesse di “piani straordinari”, ma la domanda resta sospesa negli “specchi” di quelle acque torbide:
chi paga per ciò che si poteva evitare?
Non è giustizialismo chiedere che qualcuno risponda di questi ritardi. È giustizia, è civiltà. La tragedia non è che un fiume esondi — i fiumi lo fanno da millenni — ma che una comunità sappia esattamente dove, come e quando accadrà, lo gridi per anni e debba comunque rassegnarsi a vedere lo stesso, identico, tragico finale.
Finché la prevenzione resterà una spesa e non un investimento, qui continueremo a contare i danni e i politicanti eletti per governare il territorio recitare sempre lo stesso copione. direttore@altrepagine.it