
CATANZARO – Il sostituto procuratore della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, Alessandro Riello, aveva richiesto al giudice per le indagini preliminari del Tribunale del capoluogo regionale, Chiara Esposito, l’emissione della misura applicativa della custodia cautelare in carcere anche per lui. Il gip a fine settembre dell’anno scorso rigettò però la richiesta, ritenendo il quadro indiziario nei confronti dell’indagato evidentemente “troppo debole”.
Secondo le accuse, il 38enne Gianfranco Arcidiacono (foto), di Cassano Jonio ma residente a Trebisacce, avrebbe avuto un ruolo “chiave” nell’omicidio di ‘ndrangheta in cui rimase vittima a colpi di pistola la sera del 2 dicembre 2020 davanti alla sua abitazione di contrada Pantano Rotondo a Sibari, il 50enne Giuseppe Gaetani detto ‘U scurzune, incensurato ma noto negli ambienti investigativo come autista e “braccio destro” del boss sibarita Leonardo Portoraro ammazzato in un plateale agguato a colpi di kalashnikov e pistole due anni e mezzo prima, il 6 giugno del 2018, tra i tavolini del bar ristorante “Tentazioni” di Villapiana Lido dov’era seduto.
LEGGI ANCHE:
Confiscati beni per 630 mila euro a Gianfranco Arcidiacono

Giuseppe Gaetani
Arcidiacono, indagato a piede libero per l’omicidio Gaetani e difeso dall’avvocato Enzo Belvedere, è parente del 38enne boss cassanese Pasquale Forastefano da tempo detenuto in regime di “carcere duro” al 41-bis, e dall’Antimafia catanzarese ne è considerato un “uomo di fiducia”.
Secondo le contestazioni mossegli, avrebbe gestito un telefono cellulare appositamente dedicato alle comunicazioni sull’agguato a Gaetani, pronto a dare il via libera al commando omicida al momento stabilito.
La sua posizione d’indagato resta tuttavia senza una misura cautelare.
Il Tribunale del riesame di Catanzaro ha infatti rigettato l’appello proposto dalla Procura Antimafia contro la decisione del gip di non mandare in carcere Arcidiacono, confermando l’insussistenza di gravi indizi di colpevolezza a carico dell’indagato.

Il pubblico ministero dell’Antimafia catanzarese Alessandro Riello
L’accusa: il ruolo di “segnalatore”
Secondo la tesi sostenuta dalla Procura, l’omicidio Gaetani sarebbe maturato nel solco dell’alleanza criminale tra le famiglie ‘ndranghetiste cassanesi Abbruzzese e Forastefano con le sottoposte ed alleate ‘ndrine di Corigliano e di Altomonte, finalizzata all’egemonia criminale sulla Piana di Sibari.
LEGGI ANCHE:
Gaetani condannato a morte da cassanesi e coriglianesi insieme?
Ad Arcidiacono viene contestato d’avere concorso nel delitto per aver fornito supporto logistico:
nello specifico, l’uomo avrebbe dovuto custodire un telefono cellulare e segnalare al commando killer il “via libera” per l’esecuzione dell’agguato contro Gaetani.
Le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Maestri e Talarico
Il fulcro del dibattimento cautelare ha riguardato l’attendibilità e soprattutto la convergenza delle dichiarazioni rese da due collaboratori di giustizia Gianluca Maestri, 46enne di Cosenza, e Luca Talarico, 38enne di Spezzano Albanese.
Maestri, autoaccusatosi d’essere stato il killer di Gaetani, ha indicato Arcidiacono come il soggetto incaricato di ricevere i messaggi sui movimenti della vittima per poi avvisare il commando incaricato della spedizione omicida.
LEGGI ANCHE:
Quanto costa… un omicidio? Le confessioni di Maestri

Gianluca Maestri
Talarico ha riferito d’aver visto Arcidiacono maneggiare un vecchio cellulare all’interno del capannone aziendale “Agri” di Sibari, nei giorni precedenti al delitto, in presenza d’esponenti di vertice dei clan.

Luca Talarico
Le motivazioni del rigetto
Nonostante il quadro accusatorio, il collegio del Tribunale del riesame catanzarese (presidente Chiara Ierardo, estensore Silvia Manni) ha ritenuto che gli elementi acquisiti da parte della Procura Antimafia siano insufficienti.
Secondo i giudici, infatti, le dichiarazioni di Talarico non possono fungere da riscontro a quelle di Maestri.

L’avvocato Enzo Belvedere è il difensore di Arcidiacono
I togati hanno evidenziato come il semplice fatto d’aver “maneggiato” un telefono in presenza di presunti correi non provi automaticamente il coinvolgimento di Arcidiacono nella fase organizzativa dell’omicidio.
Inoltre, i riferimenti di Talarico a incomprensioni comunicative tra i complici sono stati giudicati privi di quel “contenuto individualizzante” necessario per confermare la responsabilità specifica dell’indagato.
L’ordinanza del Riesame depositata sabato 14 febbraio scorso mette un punto fermo (salvo ulteriori ricorsi) sulla richiesta di custodia in carcere per Arcidiacono.

Il Tribunale di Catanzaro
Gli altri indagati per l’omicidio Gaetani sono:
Pasquale Forastefano detto L’animale oppure Il pazzo, 38 anni, di Cassano Jonio, ritenuto reggente dell’omonima cosca;
Nicola Abbruzzese detto Semiasse, 46, di Cassano Jonio, ritenuto reggente dell’omonima cosca e anch’egli come Forastefano detenuto al 41-bis;
Domenico Massa detto Pacchiarotto, 48, di San Lorenzo del Vallo, intraneo al clan Forastefano, pure lui sottoposto al “carcere duro”;
nell’ordinanza cautelare, il sostituto procuratore antimafia, Alessandro Riello, individua quali presunti mandanti Forastefano e Abbruzzese. Il primo avrebbe ideato e organizzato l’omicidio, segnalando ai sicari l’orario ideale per compierlo, mentre il secondo avrebbe messo a disposizione il killer Maestri.
Il sostegno logistico per il delitto sarebbe stato garantito da Massa, che avrebbe fornito il capannone dell’azienda “Agri” di Sibari come base operativa e curato la fase successiva all’agguato, accompagnando Maestri a disfarsi degl’indumenti indossati.
Oltre ad Arcidiacono, c’è un altro indagato a piede libero, ed è il 33enne Maurizio Massa, fratello di Domenico, che sarebbe stato presente nel capannone, garantendo supporto materiale. direttore@altrepagine.it