Dall’evasione a colpi di dinamite dal carcere in Germania al reinvestimento di quella barca di denaro sporco nella città jonica dei primi anni ’80, fino alle rivelazioni dell’ex “pentito” Cicciù su chi volle la sua morte, ma nessuno è mai andato a processo

CORIGLIANO-ROSSANO – La breve parabola di vita – e di morte – d’un boss. Arcangelo Maglio (foto), nato il 30 settembre del 1950, probabilmente fu il primo vero boss di ‘ndrangheta di Corigliano.

La sua figura però divenne ben presto “ingombrante” per il nutrito gruppo emergente del suo tempo, che lo tolse di mezzo prima che potesse stringere nuove alleanze a Corigliano, nella Sibaritide e fuori dal comprensorio della Piana.

Fuori zona, infatti, Maglio era diventato il punto di riferimento coriglianese di Nicodemo detto Nick Aloe, il boss storicamente considerato “fondatore” del locale, oggi crimine, di Cirò, nel Crotonese. Aloe venne “eliminato” all’interno della stessa cosca che aveva creato, fu ammazzato a Cirò nel gennaio del 1987.

Chi era Arcangelo Maglio?

Nato e cresciuto a Corigliano, chi lo conobbe negli anni dell’adolescenza lo descrive come «un ragazzo sveglio», «un leader tra i coetanei del tempo, ma non un delinquente». Emigrò in Germania ch’era giovanissimo, ed è proprio lì che il suo essere “sveglio” cominciò prepotentemente ad assumere carattere criminale.

Insieme agli amici di ventura, coriglianesi e cirotani, consumava fruttuose rapine, anche nelle banche. E cominciava a “interessarsi” di droga. Una drammatica rapina si rivelò tragica, poiché la vittima, un distinto e attempato signore tedesco, morì poco dopo che gli avevano strappato con la forza un prezioso orologio d’oro.

Maglio finì in carcere.

Il 13 aprile del 1980, però, fu protagonista d’una delle più clamorose evasioni della storia europea, forse del mondo.

L’allora 30enne “astro nascente” della ‘ndrangheta coriglianese riuscì a scappare dal carcere di Bendahl, a Wuppertal, situato proprio di fronte al Tribunale.

Il piano d’evasione venne eseguito con precisione militare:

una porta metallica venne fatta saltare in aria con una carica esplosiva di dinamite proprio mentre i detenuti stavano attraversando il cortile dopo la quotidiana funzione religiosa. Maglio uscì e fu prelevato da un’autovettura che lo attendeva fuori.

Al volante di quell’auto c’era uno ‘ndranghetista coriglianese di dieci anni più giovane di lui, il 20enne Giorgio Basile soprannominato Angel face, Faccia d’angelo (a Corigliano, invece, lo chiamavano ‘U tedescu), che poco meno di vent’anni più tardi divenne “pentito” e cominciò a collaborare con la giustizia tedesca e italiana, confessando solo una parte della trentina d’omicidi che gli vengono attribuiti, commessi tra Germania, Olanda e Italia, a Corigliano e nella Sibaritide. Il “pentimento” di Basile avvenne dopo il suo arresto del 2 maggio 1998 nella stazione ferroviaria di Kempten, nella regione dell’Algovia, per ingresso illegale in Germania, stato dal quale era stato espulso nel 1991 dopo una condanna del 1985 a 9 anni e mezzo di carcere – che in parte aveva scontato – per complicità nell’omicidio del proprietario d’una discoteca, una tentata rapina e diversi furti con scasso.

Per Basile, proprio la liberazione di Maglio rappresentò l’ingresso ufficiale nell’élite della ‘ndrangheta.

L’ex killer ‘ndranghetista e collaboratore di giustizia Giorgio Basile

L’evasione di Maglio ed altre storie sono narrate nel film-documentario tedesco Die paten von der Ruhr – mafia-paradies deutschland (I padrini della Ruhr – Germania, paradiso della mafia) uscito nel 2018, e nelle pagine del libro scritto dal giornalista Andreas Ulrich intitolato Das Engelsgesicht (Faccia d’angelo).

L’indisturbato ritorno in Italia dopo gli anni da criminale in Germania

Libero e sicuramente “protetto” in Germania, Maglio poco tempo dopo decise di rimpatriare.

Dove?

Naturalmente nella sua Corigliano, per sedersi su un “trono” di boss. Era tornato assieme alla sua compagna straniera, un’appariscente donna di colore d’origini sudamericane e di nazionalità olandese, e, come sussurrano i beninformati, «con una barca di soldi» proventi di rapine e traffici di droga commessi nella ricca nazione teutonica, che cominciò a re-investire in attività apparentemente “pulite”.

Da una facoltosa famiglia d’imprenditori coriglianesi riuscì ad ottenere in gestione l’Hotel Zagara:

l’immobile del noto e centralissimo albergo, dismesso tanti anni or sono, venne acquistato dall’ex Comune di Corigliano e oggi è sede di numerosi uffici del Comune di Corigliano-Rossano, tra cui il Comando della polizia locale e la Delegazione municipale dello Scalo coriglianese.

Alla compagna, Maglio aprì un locale in Piazza Valdastri, la piazza della Stazione ferroviaria a poche centinaia di metri proprio dall’Hotel Zagara:

lo chiamarono Cafè de Paris, scimmiottando il famigerato e costoso locale di Via Veneto a Roma.

In una piccola stradina poco distante dal Cafè de Paris, il boss aprì un locale notturno e a “luci rosse”, il primo night club coriglianese, affidandone la gestione a un amico. Pare fosse una “base” per lo sfruttamento della prostituzione. 

Il palazzo comunale “ex Hotel Zagara”

Lo Scalo coriglianese era nelle mani di Maglio, il cui carisma cresceva a dismisura proprio come i suoi paralleli grossi traffici ed affari illeciti. Traffici e affari di droga soprattutto. Non fu mai arrestato, però.

Allo Scalo, gli anni Ottanta furono anche gli anni dei taglieggiamenti ad attività commerciali e imprenditoriali, e chi non si piegava a pagare la tangente alla criminalità organizzata veniva punito, talvolta anche in modo plateale:

«È scoppiata una bomba nella concessionaria di…»;

«Nel bar di… è andato tutto bruciato».

La sua condanna a morte fu decretata a Cirò

Nel gennaio del 1987 l’agguerrito gruppo emergente del locale di Cirò decise di “destituire” il capobastone Nick Aloe, che, con un agguato, fu eliminato dalla scena criminale.

Subito dopo, sempre a Cirò, furono decretate altre condanne a morte proprio tra gli uomini che furono strettamente legati al boss Aloe, e, tra i primi della lista, figurava proprio il nome di Maglio. Così, il boss coriglianese entrò nel mirino d’un lungo elenco d’appostamenti falliti, d’auto rubate “bruciate” da soffiate anonime e di tradimenti interni alla ‘ndrangheta jonica, da Cirò a Corigliano.

È il quadro che emerge da uno dei tanti vecchi interrogatori dell’ex collaboratore di giustizia Antonio Cicciù di Cariati, oggi 60enne.

Il documento reca la data del 20 dicembre 1995 e le firme degli allora sostituti procuratori della Direzione distrettuale Antimafia di Catanzaro, Giancarlo Bianchi e Salvatore Curcio, quest’ultimo oggi procuratore capo della Dda catanzarese. 

Siamo nella sede centrale del Raggruppamento operativo speciale dei carabinieri a Roma, presente il maresciallo Salvatore Saliniti del Ros di Catanzaro e l’avvocato catanzarese Vittorio Colosimo che assisteva e difendeva l’imputato collaborante con la giustizia Cicciù. Che ricostruì le dinamiche d’un omicidio che segnò gli equilibri di ‘ndrangheta d’allora.

Secondo quanto dichiarato da Cicciù, l’ordine di “eliminare” Maglio sarebbe arrivato dal boss cirotano Cataldo Marincola, che avrebbe chiesto al gruppo di Cariati d’organizzare e di compiere l’omicidio a Corigliano, mantenendo ogni fase di quella missione di morte segreta, vale a dire che gli ‘ndranghetisti coriglianesi non dovevano sapere nulla.

La motivazione ufficiale dell’omicidio risiedeva in presunti «abusi» commessi da Maglio, ma il collaboratore ipotizzò che la vera ragione fosse il rifiuto della vittima di sottostare alle richieste dei cirotani dopo l’assassinio di Aloe.

Il racconto di Cicciù svela una “logistica” complessa e farraginosa.

Il gruppo criminale di Cariati avrebbe effettuato diversi sopralluoghi presso l’Hotel Zagara e il casello ferroviario ubicato accanto al vicino passaggio a livello dello Scalo coriglianese.

Nonostante decine d’appostamenti notturni protrattisi fino alle 5 del mattino, Maglio non avrebbe mai “offerto” il momento propizio per l’agguato.

Cicciù rivelò un dettaglio:

due auto rubate – una Volkswagen Golf e una Opel – che dovevano servire ai componenti del commando omicida, furono ritrovate dai carabinieri perché un membro del gruppo, Giorgio Greco – ritenuto l’attuale capo-‘ndrina di Cariati, da aprile dell’anno scorso in carcere e oggi con una richiesta di condanna a 11 anni – avrebbe effettuato telefonate anonime per evitare di dover partecipare all’azione omicida.

Antonio Cicciù fu un killer di ‘ndrangheta spietato

Ecco il racconto integrale dell’ex “pentito” Cicciù

«Sapevamo già che il Maglio si trovava spesso all’Hotel Zagara di Corigliano che gestiva, ma ovviamente occorreva individuare bene il luogo ove poterlo colpire e non potevamo fare affidamento sugli uomini di Corigliano, poiché Cataldo Marincola si era raccomandato di tenere riservata l’azione.

Il giorno seguente, dunque, io, Peppe Nicastri, Critelli Domenico ed Acri Vincenzo ci recammo a Corigliano e facemmo un primo sopralluogo nei pressi dell’albergo del Maglio.

Questo albergo si trovava a ridosso della linea ferroviaria e dietro di esso, tra la ferrovia ed il fabbricato appunto, il Maglio aveva realizzato un box dove teneva due cani di razza Rottweiler. Lungo la strada ferrata ed a poca distanza dall’albergo c’era un passaggio a livello. Noi ci fermammo nei pressi di esso e proseguimmo a piedi, lungo la strada ferrata, sino ad avere la visuale del box dei cani.

Preciso che noi quattro eravamo andati a Corigliano di sera e volevamo constatare in quella prima occasione a che ora il Maglio fosse andato a dar da mangiare ai cani.

Sarebbe stato facile colpirlo perché il posto ben si prestava all’agguato e a una comoda via di fuga.

In questa prima occasione avemmo modo di constatare che il Maglio era andato a dar da mangiare ai propri cani verso le ore 20 o 20,30 al massimo.

Andammo via quindi da Corigliano e la sera seguente io, Acri Vincenzo, Critelli Domenico e Peppe Nicastri ritornammo nuovamente a Corigliano con la macchina del Nicastri. Avevamo con noi le armi e si trattava di un fucile sovrapposto e un fucile automatico entrambi calibro 12, li trasportavamo smontati e quando arrivammo nei pressi del passaggio a livello io ed Acri Vincenzo scendemmo dalla macchina e proseguimmo a piedi lungo la strada ferrata sino a giungere a ridosso dell’albergo del Maglio.

Il Nicastri e il Critelli rimasero ad attenderci nei pressi del passaggio a livello. Io ed Acri Vincenzo una volta giunti in prossimità dell’albergo costeggiando la strada ferrata, montammo rapidamente i due fucili e cominciammo ad aspettare al buio. Aspettammo oltre un’ora, ma quella sera a dar da mangiare ai cani andò il cugino del Maglio a nome Cosimo. Non potemmo operare quindi e ritornammo indietro dal Nicastri e dal Critelli che ci riportarono a Cariati.

In verità l’agguato andava preparato meglio e in particolare occorreva per sicurezza un’auto rubata ed era opportuno anche trovare una base a Corigliano. Rappresentammo la cosa a Cataldo Marincola il quale ci disse di interessare Giuseppe Santoro detto “Core e ferru” al fine di ottenere informazioni precise sui movimenti e sulle abitudini del Maglio. Io, Critelli Domenico e Greco Giorgio andammo dal Santoro che risiedeva a Corigliano e chiedemmo a quest’ultimo in quali rapporti si trovasse con il Maglio. Il Santoro ci disse che con il Maglio non si trattavano. Nelle sere seguenti facemmo, cercammo di fare un altro appostamento:

Alfonso Morano, uomo di Cirò Marina, aveva procurato una Golf rubata che dovevamo utilizzare per recarci sul luogo dell’agguato. Qualche sera dopo il primo appostamento partimmo da Cariati per recarci a Corigliano:

io ero alla guida della Golf rubata e trasportavo anche i due fucili e davanti facevano da staffetta Acri Vincenzo, Critelli Domenico e Greco Giorgio, che viaggiavano a bordo dell’Alfetta di Greco. Eravamo rimasti intesi che ove la staffetta avesse incontrato un posto di controllo lo avrebbe segnalato a me che li seguivo dandomi la possibilità di tornare indietro in effetti quella sera nei pressi di Rossano incontrammo un posto di controllo:

l’Alfetta che mi precedeva mi fece il segnale convenuto con gli stop posteriori ed io allora invertii la marcia e tornai indietro. Era evidente che ci necessitava una base a Corigliano perché si era dimostrato pericoloso andare e venire con un’auto sporca e piena di armi.

Qualche giorno dopo Peppe Nicastri venne a Cariati e comunicò a me ed al Critelli che era stato stabilito di interessare Santo Carelli affinché fornisse appoggio a noi di Cariati per l’omicidio del Maglio. Da Santo Carelli ci andammo nello stesso giorno se non ricordo male, io stesso, Peppe Nicastri e Critelli Domenico.

A distanza di qualche giorno ancora, venne a Cariati il Marinaro, uomo del Carelli, che prese me, Acri Vincenzo, Greco Giorgio e Covello Mario. Ci portò a Corigliano e ci lasciò in un appartamento che aveva a disposizione. Nel garage di questo appartamento era già ricoverata un’autovettura Alfa 75 rubata che avremmo dovuto utilizzare nell’agguato al Maglio ed a bordo della quale erano già state messe le armi, tre fucili e due pistole. Nel frattempo c’era stato detto che il Maglio era solito trascorrere parte della nottata in una casa cantoniera alla periferia di Corigliano che era nella sua disponibilità.

Non appena il Marinaro ci condusse in Corigliano presso questo appartamento, uscimmo nuovamente io, Greco Giorgio e lo stesso Pierino Marinaro. Facemmo diversi sopralluoghi presso la casa cantoniera affinché io scegliessi il punto più idoneo per sparare e il Greco Giorgio, che doveva condurre l’Alfa 75, imparasse bene la strada che conduceva dall’appartamento alla casa cantoniera e affinché scegliessimo il posto dove doveva attenderci nei pressi di un ponte vicino la casa cantoniera.

Fatto il sopralluogo venimmo ricondotti all’appartamento ove dovevamo aspettare il messaggio da parte del Marinaro di quando il Maglio si fosse trovato all’interno della casa cantoniera. A quel punto saremmo usciti rapidamente e ci saremmo andati ad appostare nei luoghi convenuti in attesa che il Maglio uscisse per fare rientro a casa sua. In effetti sia quella stessa sera, sia le sere seguenti più volte il Marinaro venne ad avvertirci che alla casa cantoniera c’era la luce accesa e che quindi il Maglio si trovava all’interno. Ogni volta partimmo io, Greco Giorgio, Acri Vincenzo e Covello Mario ed andammo ad appostarci nei pressi della casa cantoniera fino anche alle 5 del mattino, ma non vedemmo mai il Maglio.

Passammo a Corigliano sette o dieci giorni con molteplici appostamenti notturni che rimasero però senza esito.

Tengo a precisare che in questo periodo io ero soggetto all’obbligo della firma presso la Stazione dei carabinieri di Cariati e quindi ogni mattina ed ogni sera partivo da Corigliano per Cariati e facevo rapidamente rientro in Corigliano dopo aver firmato presso la Stazione carabinieri. Non potendo rimanere troppi giorni a Corigliano rimanemmo allora intesi con il Marinaro Pierino che noi avremmo fatto rientro a Cariati, l’Alfa 75 con le armi sarebbe rimasta in quello stesso garage e se si fosse presentata l’occasione buona il Marinaro Pierino ci avrebbe avvisati e noi saremmo partiti immediatamente per Corigliano, per condurre a termine l’agguato che doveva essere eseguito sempre nei pressi della casa cantoniera. Seguì parecchio tempo, forse anche uno o due mesi e vi furono altri 10/15 appostamenti notturni:

altrettante volte Marinaro Pierino venne a chiamarci a Cariati, dicendoci che c’era la luce accesa nella casa cantoniera del Maglio.

Ricordo anche che ad un certo punto Marinaro Pierino ci disse che dovevamo procurare un’altra autovettura in quanto quell’Alfa 75 l’avevano dovuta dare per un’altra azione.

Allora demmo incarico ad Antonio Carvello di Casabona, uomo di Pino Sorrentino, di procurarci un’altra autovettura. Il Carvello portò a Cariati un’autovettura Opel che Critelli Domenico diede in consegna a Greco Giorgio. Il Greco aveva nascosto questa autovettura in una campagna di Cariati in attesa che si provvedesse al trasferimento della stessa autovettura in Corigliano.

In quegli stessi giorni Greco Giorgio venne da noi informandoci che questa autovettura era stata ritrovata dai carabinieri.

Dovendone procurarcene un’altra, nei giorni seguenti, io, Greco Giorgio ed Acri Vincenzo ci recammo a Savelli dove prelevammo un ragazzo di nome Pietro che avevamo conosciuto tramite Carvello ed insieme a questo Pietro proseguimmo per San Giovanni In Fiore, ove rubammo un’autovettura Golf vecchio tipo, di colore celestino chiaro che provvedemmo a scendere a Cariati. Anche detta autovettura venne data in consegna a Greco Giorgio e allo stesso modo, qualche giorno dopo venimmo informati dal Greco che l’avevano trovata i carabinieri.

Era il Greco Giorgio a fare telefonate anonime ai carabinieri:

in realtà sia il Greco che l’Acri Vincenzo erano molto riluttanti a partecipare alle azioni e quello del Greco era un sistema per non recarsi a compiere l’agguato.

All’insaputa del Critelli avevo riferito al Marincola Cataldo del comportamento del Greco ed allora Marincola aveva mandato a chiamare Critelli Domenico dicendo a quest’ultimo che a compiere l’azione dovevamo andare soltanto io e Covello Mario.

Per questa ragione gli ultimi sei o sette appostamenti li facemmo soltanto io e Covello Mario e naturalmente erano state parzialmente modificate le modalità dell’agguato.

In particolare Marinaro Pierino ci veniva a prendere a Cariati con la sua macchina, ci accompagnava all’appartamento in Corigliano dove prendevamo i fucili, ci accompagnava quindi vicino ad un ponte sulla SS 106, da dove noi, a piedi, camminando lungo il fiume, arrivavamo alla casa cantoniera.

Il Marinaro rimaneva ad attenderci in un agrumeto sotto la SS 106, nei pressi dello stesso ponte, dove lo avremmo raggiunto dopo l’azione e da dove saremmo stati condotti quindi all’appartamento che è possibile raggiungere attraverso vie secondarie, sufficientemente sicure. In tal modo si poteva anche evitare l’utilizzo dell’autovettura rubata. Ma anche i successivi appostamenti fallirono e pertanto desistemmo da ogni ulteriore tentativo.

A distanza di qualche tempo un giorno a Cariati in piazza dei Cinquecento incontrammo Santo Carelli e Pierino Marinaro che stavano tornando da Cirò Superiore. Parlando ci dissero che della eliminazione del Maglio se ne stavano occupando loro.

Dopo qualche tempo ancora, una mattina io mi trovavo al bar “La Ruota” vicino l’ospedale civile di Cariati Marina, quando vidi uscire dall’ospedale, per venire al bar, Enzo Fabbricatore, uomo di Santo Carelli. Ci salutammo e il Fabbricatore mi disse di riferire a Cirò Superiore che la sera prima era stata fatta l’azione ad Arcangelo Maglio e che questi era morto. Devo aggiungere che Enzo Fabbricatore sin da prima era a conoscenza della situazione poiché più volte il Fabbricatore e Antonio Marrazzo, altro uomo di Santo Carelli, erano venuti a trovarci all’appartamento di Corigliano che avevamo utilizzato come base per l’azione a Maglio.

Ricevuta la notizia la passai a Critelli Domenico il quale informò Cirò Superiore.

Tempo dopo e mentre curavo l’omicidio di Mirabile Mario, lo stesso Marinaro Pierino mi riferì che l’agguato al Maglio era stato condotto a termine da loro e con le stesse modalità di quelle che avevamo pensato noi e cioè evitando l’utilizzo di un’autovettura rubata.

Non mi specificò chi fossero stati gli autori, limitandosi a dire che l’avevano fatto loro. A questo proposito devo anche aggiungere che subito dopo l’omicidio del Maglio, domandai a Peppe Nicastri chi fosse stato ad uccidere materialmente il Maglio ed il Nicastri mi rispose che era stato Franco Pino da Cosenza, al quale aveva chiesto un favore Santo Carelli, a mandare alcuni suoi uomini, ma non sono in grado di valutare se Peppe Nicastri mi abbia detto la verità ovvero mi abbia dato una qualsiasi risposta per soddisfare la mia curiosità.

A.D.R.:

Nel periodo in cui noi di Cariati facevamo gli appostamenti a Maglio, non riuscivamo a colpirlo perché questi era molto guardingo in quanto già da qualche tempo lo stesso Maglio era venuto a conoscenza del fatto che i Cirotani lo volevano uccidere.

In effetti Cataldo Marincola prima di rivolgersi a noi di Cariati aveva dato incarico per l’omicidio di Maglio a Ciccio Vizza di Cirò Superiore, residente a Cariati. Questo accadeva nei primi mesi del 1987, poco dopo l’omicidio di Nick Aloe. Il Critelli Domenico era in carcere. Ciccio Vizza si era rivolto a me chiedendomi di trasportare due fucili a Schiavonea in un appartamento che lui stesso ebbe ad indicarmi e che anzi trasportai mentre lo stesso Vizza mi faceva da staffetta a bordo di altra autovettura. Il Vizza non mi aveva detto le ragioni della richiesta né io gli avevo chiesto qualcosa.

Dopo qualche tempo però, ma si era già alla fine del 1987, Ciccio Vizza sparì da Cariati e dalla Calabria.

Nel 1993 ricevetti una telefonata all’improvviso da Ciccio Vizza il quale mi chiedeva se potevo parlare con Cataldo Marincola per consentirgli di fare rientro in Cariati. Io andai dal Marincola il quale mi disse di riferire al Vizza che i vecchi problemi erano superati e che poteva fare tranquillamente rientro in Cariati.

Alle mie richieste di chiarimenti il Marincola mi rispose che a suo tempo aveva incaricato il Vizza dell’omicidio del Maglio ma Ciccio Vizza, dopo essersi assunto l’impegno, o aveva riferito al Maglio ogni cosa o glielo aveva fatto capire e per tale ragione il Marincola aveva deciso di uccidere il Vizza che dunque aveva ritenuto opportuno scappare.

Per questa situazione il Maglio era al corrente del fatto che i Cirotani volevano ucciderlo ed era molto guardingo nel periodo in cui noi di Cariati ponemmo in essere tutti quegli appostamenti».

La caduta del boss. Da 38 anni, un omicidio insoluto e impunito

Arcangelo Maglio venne ammazzato, all’età di 37 anni, il 4 marzo del 1988 in contrada Chiubbica, a pochissima distanza dal centro dello Scalo coriglianese ed esattamente nei luoghi di cui parlò l’ex “pentito” Cicciù in quel verbale dell’oramai lontano Natale del 1995.

L’omicidio venne compiuto nel punto in cui oggi sorge l’ingresso dell’Hotel Ausonia, la cui costruzione, che nel 1988 era agl’inizi, era stata cominciata proprio da Maglio. La costruzione in seguito venne ceduta ad alcuni parenti di Maglio, che la finirono e v’allocarono quella che oggi è una grande struttura ricettiva della città.

Buona parte dei personaggi citati da Cicciù sono nel frattempo deceduti, alcuni morti ammazzati, altri da detenuti o ex tali, alcuni altri da carcerati ergastolani.

Tra quelli che sono vivi, buona parte oggi si trovano in carcere con pesanti condanne, anche per omicidi e all’ergastolo. 

L’omicidio Maglio è un omicidio insoluto, e dunque impunito:

nel corso di quasi 38 anni, per quel fatto di sangue mai nessuno è andato a processo.

Dell’ex “pentito” Cicciù, qui nella Sibaritide s’era perduta ogni traccia:

è tornato a far parlare (e scrivere) di sé alcune settimane fa, quando i magistrati della Direzione distrettuale Antimafia di Ancona l’hanno riportato in carcere.

Il recente arresto di Cicciù

L’uomo è accusato d’avere favorito la latitanza d’un boss di ‘ndrangheta condannato definitivo a 21 anni di carcere – il 45enne Salvatore Perricciolo originario di Chiaravalle Centrale, nel Catanzarese – fuggito all’estero, in Slovenia, a sottrarsi alla cattura ordinata nei suoi confronti dalla magistratura antimafia del Centro-Nord Italia. direttore@altrepagine.it

Di FABIO BUONOFIGLIO

Classe 1974. Spirito libero, animo inquieto e ribelle. Giornalista. Negli ultimi 25 anni collaboratore e redattore di diverse testate quotidiane e periodiche regionali nel Lazio e nella sua Calabria. Nel 2011 fonda AltrePagine, la propria creatura giornalistica che da allora dirige con grande passione.

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