Della Calabria “invisibile” che dà ossigeno alle cosche, ne ha parlato ieri all’Unical il direttore della Dia di Catanzaro, Beniamino Fazio

RENDE – Non è più solo una questione di latitanti e sparatorie. La ‘ndrangheta che ha descritto Beniamino Fazio, capo della Direzione investigativa antimafia di Catanzaro, durante il suo intervento all’Università della Calabria ad Arcavacata di Rende, troppo spesso indossa i panni “rassicuranti”, ma insidiosi, del professionista stimato.
Esiste una ‘ndrangheta “militare” che le forze dell’ordine conoscono fin troppo bene:
nomi, gerarchie e organigrammi sono mappati.
Eppure, il direttore Fazio solleva un paradosso frustrante per l’opinione pubblica:
«conoscere non significa poter arrestare».
La democrazia, infatti, impone la prova:
il reato deve essere dimostrato e l’appartenenza alla ‘ndrangheta documentata.
Mentre lo Stato combatte contro questo nemico visibile, un altro organismo, più fluido e adattivo, si muove nell’ombra.

Un momento dell’incontro
La vera minaccia, secondo la Dia, risiede in quella commistione pericolosa con la società civile. E non stiamo parlando di criminali comuni, ma di «politici che scambiano favori per voti, avvocati e consulenti finanziari» che prestano il loro sapere tecnico per riciclare denaro, e poi vi sono «mele marce nelle istituzioni, anche nelle forze dell’ordine» che chiudono un occhio o aprono una porta.
Questa è la cosiddetta “zona grigia”:
«Un “database” di 50 mila persone, in Calabria», che non sparano, ma che rendono la ‘ndrangheta un sistema economico e sociale imbattibile con le sole manette.
Se la ‘ndrangheta fosse solo un problema d’ordine pubblico, sarebbe già stata sconfitta. Invece «è un problema d’ossigeno»:
la “zona grigia” è infatti «il polmone che permette al mostro di respirare nel mondo legale».
Per questo motivo, l’incontro di ieri pomeriggio con gli studenti di Pedagogia dell’Antimafia del professor Giancarlo Costabile non è un semplice esercizio accademico. È un’operazione di contro-intelligence culturale.

Il direttore della Dia di Catanzaro Fazio
«Dobbiamo cambiare registro», avverte Fazio.
L’obiettivo è decostruire l’immagine antiquata della mafia. «Finché i giovani vedranno il mafioso come un “bandito”, si sentiranno al sicuro. Ma quando capiranno che il mafioso può essere il consulente di successo o il politico locale, allora la guardia si alzerà davvero».
Il messaggio che emerge dall’Unical è un richiamo alla responsabilità collettiva. Smantellare la “zona grigia” non spetta solo a polizia, carabinieri e guardia di finanza, ma spetta anche a una nuova classe dirigente capace di riconoscere il “mimetismo” criminale e di recidere quei legami che, seppur non ancora penalmente rilevanti, sono moralmente e socialmente letali. direttore@altrepagine.it