Gestisce la raccolta nei Comuni di Amendolara, Aprigliano, Calopezzati, Cellara, Cerchiara di Calabria, Cutro, Luzzi, Mangone, Melissa, Rogliano, Sangineto e Tarsia

BARI – Un asse illecito di rifiuti speciali che partiva da Tarsia, attraversava il porto di Bari e finiva negl’impianti della Grecia. È questo lo scenario smantellato dal personale della Guardia costiera di Bari, delegato dalla Procura del capoluogo pugliese, che ha dato esecuzione a un’ordinanza di misure cautelari personali e reali nei confronti del titolare d’una delle principali aziende calabresi del settore ambientale.
L’indagine: il “trucco” del codice
L’inchiesta, partita nel novembre 2021, ha preso il via da un’intuizione degli investigatori durante i controlli di routine nello scalo portuale barese. L’attenzione s’è concentrata su un flusso anomalo di trailer diretti verso la Grecia carichi di rifiuti classificati con il codice CER 191212 (rifiuti prodotti dal trattamento meccanico).
Secondo l’accusa, l’organizzazione avrebbe sfruttato un escamotage normativo:
i rifiuti urbani indifferenziati venivano sottoposti a trattamenti meccanici blandi, che non ne alteravano le proprietà, al solo scopo di riclassificarli formalmente come “speciali” e permetterne l’esportazione. Un meccanismo che violerebbe frontalmente i principi di autosufficienza e prossimità stabiliti dalla Corte di giustizia dell’Unione europea, secondo cui i rifiuti urbani devono essere smaltiti il più vicino possibile al luogo di produzione.

Un sistema “stabile e strutturato”
Le indagini, che coprono il periodo tra il 2021 e il 2023, descrivono un’organizzazione complessa. Tra gli indagati figurano non solo il titolare dell’azienda e un suo collaboratore, ma anche funzionari e dirigenti della Regione Calabria.
Il sistema ipotizzato dagli inquirenti prevedeva l’alterazione della classificazione dei rifiuti per aggirare i divieti di esportazione, la falsificazione della documentazione per eludere la tracciabilità, la simulazione di operazioni di recupero finale, in realtà mai effettuate.
L’obiettivo finale era il profitto illecito, ottenuto abbattendo drasticamente i costi che una corretta gestione ambientale avrebbe imposto.
I nomi degli indagati, i sequestri e l’amministrazione giudiziaria
Il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bari, Chiara Maglio, ha contestato il reato di attività organizzata per il traffico illecito di rifiuti, e ha disposto l’interdizione dall’attività imprenditoriale per il titolare della “Serveco Marchese” di Tarsia e Santa Sofia d’Epiro, Giosé Marchese, 67 anni, di Cosenza. Contestualmente, ha disposto il sequestro degl’impianti di Tarsia e della sede amministrativa di Santa Sofia d’Epiro, oltre che di tutti i beni aziendali.
L’illecito profitto del reato viene quantificato in 1 milione e settecento mila euro, somma per la quale è stato disposto il sequestro per equivalente.
Nell’indagine, inoltre, risultano indagati il responsabile tecnico della “Serveco”, Pasqualino Caparrotta, 41 anni, di Lamezia Terme, e 4 funzionari regionali del Dipartimento Tutela dell’ambiente:
Gianfranco Comito, 67 anni, di Vibo Valentia, dirigente del dipartimento;
Gabriele Alitto, 47 anni, di Cosenza, dirigente;
Claudia Russo, 49 anni, di Catanzaro, responsabile unico del procedimento;
Clementina Torchia, 45, di Lamezia Terme, pure lei rup.
I funzionari e dirigenti regionali sono accusati d’avere rilasciato le autorizzazioni alle notifiche e allo svincolo delle polizze assicurative fideiussorie in violazione dei loro obblighi di controllo, consentendo l’esportazione dei rifiuti.
L’azienda, che gestisce la raccolta differenziata in numerosi comuni della provincia di Cosenza e Crotone (Amendolara, Aprigliano, Calopezzati, Cellara, Cerchiara di Calabria, Cutro, Luzzi, Mangone, Melissa, Rogliano, Sangineto e Tarsia) non interromperà però il servizio pubblico:
è stata infatti affidata a un amministratore giudiziario che ne garantirà l’operatività nel rispetto della legalità.
Il gip del Tribunale di Bari ha comunque dichiarato la propria incompetenza territoriale, disponendo la trasmissione degli atti al Tribunale di Catanzaro. direttore@altrepagine.it