Depositate le motivazioni della sentenza che ha dichiarato inammissibile il ricorso dei legali di Erminia Cerchiara

ROMA – Era tornata in carcere lo scorso 3 febbraio, prelevata dalla sua abitazione di Cassano Jonio ove si trovava agli arresti domiciliari da parte dei carabinieri del Nucleo investigativo in forza al Comando provinciale di Cosenza unitamente ai colleghi della Compagnia cassanese diretta dal capitano Chiara Baione, per essere condotta in cella.
Ne avevamo dato notizia qualche giorno dopo la decisione della Corte di Cassazione.
Lei è la 38enne cassanese Erminia Cerchiara (foto), moglie del boss di ‘ndrangheta 36enne Luigi Abbruzzese da tempo detenuto in regime di carcere duro al 41-bis ove sta scontando una condanna definitiva a 20 anni per traffico internazionale di droga nel maxiprocesso Gentlemen, e altre pesanti condanne non definitive per associazione mafiosa, droga, estorsioni ed altro, tra cui quella a 13 anni e otto mesi inflittagli un anno fa nel maxiprocesso di primo grado Athena. Processi che hanno inferto duri colpi al locale ‘ndranghetista cassanese che domina l’intera Sibaritide.

Luigi Abbruzzese
Martedì 10 marzo scorso la seconda sezione penale della Cassazione ha depositato le motivazioni della decisione del 3 febbraio che ha messo il punto definitivo sulla vicenda cautelare della Cerchiara, avendo dichiarato inammissibili i ricorsi presentati dai legali della donna contro l’ordinanza del Tribunale del riesame di Catanzaro che già a ottobre dell’anno scorso le aveva ripristinato la massima misura restrittiva a seguito d’un apposito quanto motivato ricorso da parte della Procura distrettuale antimafia di Catanzaro.
La vicenda processuale
Erminia Cerchiara è accusata di partecipazione ad associazione per delinquere di stampo mafioso, ma a giugno dell’anno scorso il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Catanzaro le aveva concesso gli arresti domiciliari.
A seguito dell’appello proposto dalla Procura, il 7 ottobre il Tribunale del riesame catanzarese le aveva annullato il beneficio, disponendo il suo ritorno in cella. Decisione che ora è stata blindata dai giudici di legittimità.
I motivi del ricorso
I difensori della Cerchiara, gli avvocati Antonio Iorio e Giorgia Greco, avevano impugnato la decisione sollevando diverse eccezioni e vizi procedurali.
La difesa lamentava l’esclusione d’una «nota di replica» depositata prima dell’udienza, ritenuta tardiva dal Tribunale, e l’assenza d’esigenze cautelari:
secondo i legali, non vi sarebbe un effettivo pericolo di reiterazione del reato, considerando anche la possibilità per la donna di risiedere in un’altra regione, lontana dal coniuge e dai familiari.
I difensori avevano fatto leva anche sul «tempo silente», sottolineando la mancanza d’attualità delle esigenze cautelari in relazione al tempo già trascorso in detenzione e alla data dei fatti contestati.

Giudici della Cassazione
I motivi della sentenza
La Cassazione ha respinto punto su punto le tesi difensive, definendo i motivi dei ricorsi «generici e aspecifici»:
«La presunzione relativa di pericolosità sociale per il partecipe ad associazione mafiosa può essere superata solo quando emerga che l’associato abbia stabilmente rescisso i suoi legami con l’organizzazione criminosa».
I giudici hanno sottolineato che sulla posizione della Cerchiara pesa la condanna a 8 anni di reclusione emessa in primo grado nel maxiprocesso Athena, che rafforza il quadro degl’indizi di colpevolezza.
Gli “ermellini” affermano poi che non è stata fornita alcuna prova d’una reale rescissione dei legami col sodalizio criminale, legami che risultano anzi «rafforzati dalla presenza di rilevanti e non contestati rapporti personali e familiari».
Secondo i massimi giudici dell’ordinamento italiano, per i reati di stampo mafioso vige una doppia presunzione:
la sussistenza delle esigenze cautelari e l’adeguatezza della sola misura carceraria, superabile solo da elementi specifici che nel caso della Cerchiara non sono stati ravvisati.
Oltre alla conferma del carcere, la ricorrente è stata condannata al pagamento delle spese processuali e al versamento di 3 mila euro in favore della Cassa delle ammende. direttore@altrepagine.it